di Andrea Romanazzi

Le comunità arbëreshe, le popolazioni di origine albanese insediate in Calabria sin dal XV secolo, conservano un ricco patrimonio culturale e tradizionale. Tra le festività più significative si distingue l’Epifania, celebrata con riti e usanze che mescolano elementi cristiani, ortodossi e albanesi. Queste tradizioni rappresentano un simbolo identitario e un legame con le radici storiche della comunità.

Riti Religiosi e Liturgia

Uno degli aspetti più significativi della celebrazione dell’Epifania tra gli arbëreshë è il modo in cui il rito bizantino si intreccia con la cultura e le tradizioni locali. Sebbene le origini del rito risalgano alla Chiesa ortodossa greco-bizantina, gli arbëreshë hanno saputo arricchire e adattare queste pratiche, dando loro un’impronta unica. Il linguaggio, i canti, i simboli e le tradizioni locali si mescolano con la sacralità della liturgia bizantina, creando una sintesi che testimonia il profondo legame tra la fede cristiana e l’identità culturale.

Il fulcro della celebrazione dell’Epifania tra gli arbëreshë è senza dubbio la “Benedizione delle Acque”, un rito che simboleggia il battesimo di Cristo. Secondo la tradizione cristiana orientale, il battesimo di Gesù nel Giordano rappresenta il momento in cui Dio si manifesta pubblicamente come il Figlio dell’uomo e il Salvatore del mondo. La “Benedizione delle Acque” ha un significato profondo, poiché il battesimo è visto come il primo atto di purificazione che Cristo compie, rendendo sacra e purificatrice ogni acqua che toccherà. Durante la cerimonia, il sacerdote immerge una croce nell’acqua, recitando preghiere liturgiche che evocano la potenza divina. La scena è accompagnata dai canti liturgici, che in alcune comunità sono cantati in greco, la lingua liturgica della Chiesa ortodossa, ma in molte altre località vengono intonati in arbëreshe. Questi canti hanno una funzione importante: non solo arricchiscono spiritualmente la celebrazione, ma servono anche a mantenere vivo il legame tra la tradizione religiosa e la cultura linguistica della comunità.

Le Processioni e la Ricerca della Grazia Divina

Mentre la cerimonia si svolge normalmente in chiesa, in molte località arbëreshë la “Benedizione delle Acque” è accompagnata da processioni verso fiumi, laghi o sorgenti naturali, che sono visti come luoghi di potenziale sacralità. La benedizione delle acque naturali, infatti, simboleggia il rinnovo del mondo attraverso la presenza di Dio nelle acque stesse, che diventano strumento di purificazione e di grazia. In alcuni casi, il sacerdote benedice l’acqua con l’ausilio di rami di ulivo, un altro simbolo di pace e di purificazione nella tradizione cristiana.

Tra i luoghi dove la tradizione della “Benedizione delle Acque” è particolarmente sentita vi sono San Demetrio Corone e Civita, due comuni che custodiscono gelosamente le loro tradizioni liturgiche. Qui, il rito è arricchito da simbolismi ancora più forti e da un coinvolgimento attivo della comunità, che si ritrova a partecipare a un’esperienza collettiva di fede e di identità culturale. In passato un particolare rituale collegato era il lancio della croce nelle acque. Al termine della cerimonia liturgica, il sacerdote getta una croce di legno o d’argento in un fiume o in un corso d’acqua. Questo gesto simbolico rappresenta il sacrificio di Cristo e la sua presenza nelle acque che purificano il mondo. La comunità segue con attenzione il movimento della croce nell’acqua, in un silenzio che accentua il senso di sacralità e di attesa.

Tradizioni Popolari e Credenze

Oltre alla già nota “Benedizione delle Acque”, che porta con sé significati spirituali profondi, esistono anche altre tradizioni che toccano aspetti della vita quotidiana e delle credenze popolari. Una delle più curiose e affascinanti riguarda la convinzione che, durante la notte dell’Epifania, gli animali acquisiscano la capacità di parlare. Si tratta di una credenza che affonda le radici in un immaginario arcaico, in cui gli esseri umani e gli animali non erano separati da una barriera così netta come quella che separa i mondi oggi. Secondo questa tradizione, nella notte dell’Epifania, le leggi naturali vengono sospese e gli animali, che normalmente non hanno la capacità di parlare, acquistano per una notte il dono della parola. Ma c’è un avvertimento cruciale: chi trascurerà i propri animali, lasciandoli a stomaco vuoto, dovrà affrontare le conseguenze. Le loro parole, pur essendo “bestiali”, sarebbero di una sorprendente efficacia, capaci di portare sventure e disgrazie su chi non ha avuto l’accortezza di nutrirli adeguatamente.

Questa credenza riflette un rapporto profondo e rispettoso tra uomo e animale, in cui l’umanità si vede come parte integrante di un ordine naturale più ampio, in cui ogni essere vivente ha un suo ruolo e una sua dignità. Se gli animali sono nutriti e trattati con rispetto, la loro “voce” diventa benevola, mentre se trascurati, essa si trasforma in una maledizione potente, che può colpire chi non ha osservato il giusto comportamento. Una delle leggende più popolari legate a questa tradizione racconta di un uomo incredulo che, alla vigilia di Natale, decise di verificare di persona se davvero gli animali avrebbero parlato come si diceva. L’uomo, scettico riguardo alla leggenda, si limitò a riempire il presepe dei suoi buoi con semplice paglia, senza aggiungere altro cibo, come fieno o ghiande, che normalmente erano il loro nutrimento. Dopo aver compiuto questo atto di trascuratezza, decise di accoccolarsi vicino ai buoi per ascoltare e verificare se, davvero, avrebbero parlato.

I buoi, che si chiamavano Bagiano e Paladino, iniziarono a conversare tra loro in modo sorprendente: — Paladino!Che c’è, Bagia?Mangiamo e facciamo scorta di energie, perché domani saremo aggiogati al carro per portare in paese il padrone.

Il dialogo tra i due buoi continuò con una naturalezza sorprendente, come se fosse un discorso quotidiano. La loro conversazione, che sembrava del tutto innocente, nascondeva, però, un presagio terribile per il padrone che non li aveva nutriti adeguatamente. La leggenda racconta che l’indomani il padrone fu trovato morto nella stalla, vittima di un tragico destino che, secondo il racconto popolare, era la conseguenza della maledizione lanciata dagli animali a causa della sua negligenza. La morte del padrone divenne così un monito per tutti coloro che avrebbero osato trattare con disprezzo gli animali, che, pur non essendo esseri umani, possedevano una dignità e un’importanza che non dovevano mai essere ignorate. roprio per evitare simili maledizioni o disgrazie, la tradizione arbëreshe impone una particolare attenzione, soprattutto nella vigilia di Natale, nel nutrire con abbondanza tutti gli animali domestici: asini, cavalli, muli, buoi, maiali, polli, cani e persino gatti. Questo gesto non è solo un atto di cortesia o di dovere, ma un atto di rispetto nei confronti di coloro che, con il loro lavoro, supportano la vita e la prosperità della comunità. I maledetti, come suggerisce la leggenda, non sono semplicemente puniti con la sofferenza, ma la loro mancanza di cibo genera un legame di opposizione tra l’uomo e la natura, che si traduce in un’inevitabile rottura dell’armonia che lega il mondo animale e quello umano.

Le tradizioni arbëreshë legate all’Epifania, dunque, vanno ben oltre la mera celebrazione religiosa. Esse sono permeate di significati che affondano le radici nella vita quotidiana, nei ritmi della natura e nei valori comunitari. L’idea che gli animali possiedano una saggezza propria, che si manifesta in momenti di grande sacralità, suggerisce un legame profondo tra l’uomo e il mondo animale, una connessione che non può essere trascurata senza gravi conseguenze. La leggenda dei buoi e la tradizione di nutrire gli animali nella notte dell’Epifania mettono in evidenza anche un altro aspetto fondamentale della cultura arbëreshe: il senso di responsabilità e di interdipendenza che ogni membro della comunità ha nei confronti degli altri esseri viventi. Ogni gesto, anche il più semplice, come il dare da mangiare agli animali, è considerato una parte integrante di una rete di relazioni che coinvolge la famiglia, la comunità e, in ultima analisi, la stessa natura. Trattare gli animali con cura e attenzione significa rispettare un ordine più grande, un equilibrio che va mantenuto per il bene di tutti.

Sosteneteci iscrivendovi al gruppo facebook CENTRO STUDIO MISTERI ITALIANI

https://www.facebook.com/groups/centrostudiomisteritaliani/

o iscrivendovi alla nostra mailing

Lascia un commento

In voga