di Andrea Romanazzi
Immerso tra le colline lucane, il piccolo borgo di Ginestra sembra sfuggire al passare del tempo, protetto dal manto dorato delle ginestre che circondano l’abitato e da un patrimonio culturale e storico straordinario. Ginestra non è solo un paese, ma un crocevia di storie e tradizioni, figlie di un passato che ancora oggi vive nelle sue strade, nei suoi riti e nei suoi sapori.
Le origini di Ginestra si legano strettamente alle comunità arbereshe, gli albanesi giunti in Italia nel XV secolo, in fuga dall’invasione ottomana. In realtà tutta l’area del Vulture, situata nella parte settentrionale della Lucania, è stata interessata da questi movimenti ed ancora oggi sono vive tre comunità arbëreshe: Barile (Barili), Ginestra (Zhurian) e Maschito (Mashqiti). Si tratta di tre insediamenti che hanno la loro fondazione tra il XV e XVI secolo ad opera di gruppi albanesi fuggiti dall’avanzata ottomana che portarono con sé la propria cultura, le tradizioni, la lingua e soprattutto il rito religioso bizantino. Inizialmente, a Ginestra era praticato il rito ortodosso di matrice bizantina, celebrato in lingua albanese tuttavia, a seguito delle riforme volute dal Concilio di Trento, e per volontà del Vescovo Scaglia, fu abolito e il paese passò al rito cattolico romano. Nonostante questo, molte tradizioni arbereshe sono rimaste vive: tra tutte, la celebrazione dei matrimoni, che conserva ancora oggi alcuni elementi caratteristici della antica cultura.
Il legame con la terra d’origine si riflette anche nel culto di Maria di Costantinopoli, particolarmente venerato dalla comunità albanese. La devozione a questa figura è un filo che unisce passato e presente, portando avanti una tradizione di fede che attraversa i secoli. La leggenda vuole che il dipinto della Madonna oggi venerato sia stato ritrovato miracolosamente su una quercia proprio nel giorno di Pentecoste, evento che ha rafforzato il culto mariano nella comunità. Nasce la Chiesa della Madonna di Costantinopoli, costruita nel 1588, luogo di culto significativo per gli abitanti del borgo. Sebbene l’affresco originale sia ormai fortemente deteriorato e non più visibile, il culto e la tradizione legati a questa immagine sono rimasti vivi e rappresentano un momento centrale nella vita spirituale del paese.
Altro importante luogo di culto che riporta al rito bizantino è a Chiesa di San Nicola, originariamente costruita nel 1500 come luogo di culto bizantino, è stata in seguito adattata al rito cattolico. All’interno della chiesa, si può ammirare una statua lignea della Madonna di Costantinopoli. La pala d’altare, con la figura di San Carlo Borromeo, è un’importante testimonianza della presenza e dell’influenza, come detto, del Concilio di Trento nella vita religiosa di Ginestra. Un altro particolare unico di questa chiesa è la raffigurazione del Cristo, non crocifisso come nella tradizione occidentale, ma seduto alla maniera bizantina, circondato dalla Madonna e da San Nicola. I mosaici, di recente fattura, riprendono temi tipici dell’iconografia ortodossa, e due icone rappresentano il Discorso della Montagna e il Battesimo di Cristo.
Per chi volesse visitare il borgo vi proponiamo un itinerario di visita.
https://it.wikiloc.com/percorsi-escursionismo/visita-del-bergo-di-ginestra-188416284
La cultura e la Magia delle Erbe
La cultura arbereshe del borgo, però, è racchiusa tra le mura del Museo delle Erbe, un altro importante aspetto della cultura di Ginestra. La conoscenza delle erbe è un elemento fondamentale della tradizione arbereshe, utilizzate non solo in cucina, ma anche nella medicina popolare e nella magia. Gli arbëreshë distinguono nettamente tra erbe ad uso alimentare (liakra, che significa “foglie”) e erbe non commestibili (bara, che significa “erbe”). All’interno del gruppo delle liakra si distinguono quelle raccolte in campagna (gardë) o nella sua prossimità, nel bosco (pill), nei luoghi umidi o nell’acqua (ndë ujë), nella campagna e terreni incolti (deju/niqark), e nella vigna o uliveto (vreshtë). Questa categorizzazione riflette una profonda conoscenza del territorio e delle sue risorse.
Il museo mostra le erbe tipiche della cultura italo-albanese, le liakra, erbe spontanee raccolte e utilizzate dalla comunità come il Cichorium intybus (cicoria) e il Scolymus hispanicus (cardogna), sono spesso scottate e poi ripassate in padella con olio d’oliva, aglio e peperoncino, secondo una preparazione tipica della cucina arbereshe. Queste piante rappresentano una risorsa importante non solo per il loro apporto nutrizionale, ma anche per il loro valore simbolico e culturale. Ancora oggi le rosette di rosolacci (Papaver rhoeas) e altre erbe come la Sonchus oleraceus vengono spesso consumate come minestre o zuppe, evidenziando l’importanza delle erbe spontanee nella dieta locale, soprattutto durante la stagione primaverile ed estiva.
Tra le erbe più caratteristiche vi è però il marrubbio (Marrubium vulgare, Lamiaceae, in Arbëresh “marruxh”), una pianta dalle origini arbereshe, conosciuta per le sue proprietà curative e il suo utilizzo in preparati medicamentosi e incantesimi popolari. Questa era considerata una sorta di panacea, utile per ogni tipo di malanno (“la marruggia ogni male struggia”). È raccolta in aree spazialmente indeterminate, ma viene sempre preparata allo stesso modo: se ne fanno bollire le parti aeree nella pignatta e poi si mette fuori “alla serena” (la decozione viene bevuta al mattino, fredda). Come detto questa erba era considerata una sorta di panacea, tanto che nel Vulture è comune il detto “La marruggia ogni male struggia”, a testimonianza del suo ampio utilizzo nella medicina tradizionale.
Le erbe come rimedi magici: mal d’arco e mal vento
Immaginario, spazio ed erbe spontanee si intrecciano nella tradizione arbereshe anche nella rappresentazione e nella cura di disturbi come il mal d’arco e il mal vento, già ampiamente descritti negli studi condotti sulla demologia lucana (De Martino, 1959 e 1975). L’eziologia del mal d’arco, sintomatologicamente simile all’epatite, è descritta con due varianti: può essere causato dall’infrazione di un tabù, come fare pipì contro l’arcobaleno, oppure attraverso un meccanismo di transfer ovvero indicandolo.
La cura per il mal d’arco coinvolgeva l’uso della ruta (Ruta graveolens, in arbereshe “rutë”), fatta in decotto. Poi, per i tre giorni successivi, si raccolgievano le urine e, al terzo giorno, a mezzanotte, si usciva di casa, portando la pentola di raccolta per versarla all’esterno, rientrando poi dalla porta opposta. Un altro elemento dell’immaginario magico legato alle erbe è anche il trattamento del mal vento, una condizione che si manifesta con dermatiti e arrossamenti cutanei associati a prurito, spesso dopo il passaggio in prossimità di un luogo dove è avvenuto un fatto delittuoso. Qui la guarigione avveniva attraverso la un misto d’erbe di sambuco (Sambucus nigra, in arbereshe “shtog”), parietaria (Parietaria judaica, in arbereshe “bar qene”) e malva (Malva sp., in arbereshe “mëlag”). Il malato doveva raccogliere personalmente queste erbe, lavarle e portarle alla guaritrice, la quale le impugnava nella mano destra e recitava una preghiera rituale mentre faceva tre croci sulla parte affetta dalla malattia, invocando la Santissima Trinità. Alla fine del trattamento, le erbe venivano gettate o bruciate nel fuoco. In altre versioni del trattamento, le erbe potevano essere sostituite da tre oggetti simbolici, come una vecchia pistola, una corda o un coltello, che rappresentavano i mezzi attraverso cui si era verificato il fatto delittuoso.
La cucina arbereshe: tradizione e sapori
La cucina di Ginestra è un’altra testimonianza della ricchezza culturale del paese, con piatti che raccontano storie di famiglia e tradizioni secolari. Tra le ricette tipiche troviamo il Durs, un piatto di pasta condito con sugo di carne di maiale , che rappresenta un simbolo di convivialità e di legame con la terra. Il Verdett è un piatto a base di agnello, primo sale e asparagi, una combinazione di sapori che richiama l’antico legame con l’allevamento e l’agricoltura. Un piatto particolarmente legato alle tradizioni religiose è il tumàzzt ma tul che vuol dire letteralmente “tagliatelle con la mollica”, delle tagliatelle con mollica di pane e noci, preparato e consumato il giorno delle Palme. Questo piatto è simbolo di semplicità e di devozione, un momento in cui la comunità si riunisce per condividere non solo il cibo, ma anche il significato profondo della tradizione.
Le Ove indorate sono un’altra specialità unica: uova sode a cui viene tolto il tuorlo, che viene poi sostituito da marmellata e poi fritto. Questo piatto è un esempio della creatività culinaria di Ginestra, che unisce ingredienti semplici in una combinazione di sapori inaspettata.
Infine, il Cuddacc o cuagghio, è un dolce di pane che viene preparato in occasione delle feste. E’ un pane di forma rotonda e piatta, preparato con farina di grano duro, acqua, lievito e sale e decorato con disegni intrecciati o simboli religiosi, che vengono incisi sulla superficie del pane. La decorazione del cuagghio non è solo un elemento estetico, ma ha anche un significato simbolico e religioso. I disegni intrecciati rappresentano spesso il legame tra gli individui e la comunità, mentre i simboli religiosi possono riflettere la devozione e la spiritualità della famiglia che prepara il pane. Una volta decorato, il cuagghio viene infornato e cotto fino a quando non assume una consistenza dorata e croccante. Oltre che durante i matrimoni veniva preparato durante la festa di San Giorgio, e portato in processione attraverso le strade del paese e offerto ai partecipanti come segno di benedizione e prosperità
Ginestra, dunque, è un luogo davvero incantato, dove le storie dei primi coloni albanesi si intrecciano con la storia della Lucania, e dove la cultura arbereshe continua a vivere nelle tradizioni, nei riti e nei sapori del paese. Passeggiando per le sue strade, visitando le sue chiese e il Bosco sacro, o partecipando a una delle feste tradizionali, è possibile immergersi in un mondo fatto di fede, di rispetto per la natura e di una comunità che ha saputo mantenere vive le proprie radici.
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