di Andrea Romanazzi

Quando il soglio di Pietro rimane vuoto, il tempo sembra fermarsi. La Chiesa, priva della sua guida terrena, entra in un momento sospeso che, nella mente dei fedeli e degli osservatori, si carica di timori, aspettative e antiche paure. Il “soglio vacante” non è solo una questione di successione; è un varco simbolico, un varco tra ordine e caos, tra la continuità della tradizione e il rischio dell’ignoto. Nel corso dei secoli, ogni interregno papale è stato accompagnato da inquietudini e, spesso, da richiami a profezie antiche, capaci di gettare ombre inquietanti sul futuro della Chiesa e dell’umanità stessa. Tra queste, la più celebre e controversa rimane quella attribuita a San Malachia, il misterioso arcivescovo irlandese che avrebbe avuto visioni sulla successione dei pontefici fino alla fine dei tempi.

Chi era San Malachia?

San Malachia nacque a Armagh, in Irlanda, nel 1094. Vissuto in un periodo di grandi turbolenze per la Chiesa irlandese, Malachia si distinse come riformatore deciso, impegnato a riportare disciplina, ordine e unità ecclesiastica. Dopo essere diventato arcivescovo di Armagh, viaggiò fino a Roma, dove incontrò il grande San Bernardo di Chiaravalle, che divenne suo amico e biografo.

La figura di Malachia è avvolta da un’aura di santità e mistero. Si racconta che fosse dotato di carismi straordinari: guarigioni miracolose, visioni e, soprattutto, il dono della profezia. Morì nel 1148 a Chiaravalle, assistito da San Bernardo, che ne tramandò la memoria in toni straordinariamente ammirati.

Il suo nome, tuttavia, è indissolubilmente legato a un enigmatico documento che avrebbe gettato un’ombra lunga sulla storia della Chiesa: la “Profezia dei Papi”.

La Profezia dei Papi

Secondo la tradizione, durante il suo soggiorno a Roma, San Malachia avrebbe avuto una serie di visioni riguardanti i papi futuri. In queste visioni, ogni papa è descritto non per nome, ma attraverso brevi motti latini, enigmatici e simbolici, che ne riassumerebbero il pontificato o tratti essenziali.

La “Profezia dei Papi” è composta da 112 motti. Pubblicata solo nel 1595 da Arnold de Wyon, un monaco benedettino, la raccolta rimase nascosta per più di quattro secoli, alimentando dubbi sulla sua autenticità. Gli studiosi si sono divisi: alcuni ritengono che sia un falso del XVI secolo, costruito per influenzare un conclave; altri sostengono che contenga verità sorprendenti, difficili da spiegare solo con l’inganno.

Ad esempio, il motto “De medietate lunae” (Della metà della luna) è stato associato a Papa Giovanni Paolo I, eletto durante una mezza luna. Oppure “Pastor et Nauta” (Pastore e marinaio), legato a Papa Giovanni XXIII, patriarca di Venezia, città dei naviganti. “Ex castro Tiberis” (Dal castello del Tevere) è stato attribuito a Papa Celestino II (1143-1144), nato a Città di Castello, sulle rive del Tevere. Il motto sembra alludere chiaramente al suo luogo d’origine. “Ex magnitudine montis” (Dalla grandezza del monte) – Associato a Papa Alessandro VII (1655-1667), il cui nome di battesimo era Fabio Chigi. Egli nacque a Siena, vicino al Monte Quirico, e il suo stemma familiare conteneva montagne stilizzate. Queste corrispondenze non sono solo curiose: per molti fedeli e studiosi, sono l’indizio che la profezia di Malachia sia ben più di un’opera apocrifa del Rinascimento.

Dopo quella soglia, tuttavia, le corrispondenze diventano più vaghe e meno precise: i motti risultano interpretabili in modi diversi, non sempre riconducibili a tratti distintivi dei papi successivi, alimentando ancora di più il mistero e l’inquietudine.

In realtà se esaminiamo anche gli ultimi tre motti corrispondenti agli ultimi tre papi, troviamo interessanti corrispondenze.

In particolare Francesco è perfettamente corrispondente a Gloria Olivae, “La gloria dell’ulivo” a causa del suo impegno ecumenico, il dialogo interreligioso, l’attenzione per la “casa comune” (la Terra), rappresentano la vera “gloria dell’ulivo” profetizzata: una Chiesa che cerca di pacificare il mondo prima delle grandi tribolazioni. Non vi è dubbio che Francesco abbia incarnato lo spirito di pace (l’ulivo è simbolo di pace) e di riconciliazione globale.

L’Ultima Profezia: “Petrus Romanus”

Il testo completo:

“In persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus: quibus transactis, civitas septicollis diruetur, et Iudex tremendus iudicabit populum suum. Finis.”

Tradotto:

“Durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa siederà Pietro il Romano, che pascerà le sue pecore in mezzo a molte tribolazioni; terminate queste, la città dei sette colli sarà distrutta e il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Fine.”

Siederà sul trono di Pietro un papa chiamato “Pietro il Romano”.
Questo nome richiama volutamente il primo papa, San Pietro, creando così una sorta di ciclo chiuso: come la Chiesa iniziò con Pietro, così finirà con un altro “Pietro”. La profezia termina con “Finis”, parola secca e solenne sottolinea che non ci saranno più papi dopo Petrus Romanus.
Si tratta della fine non solo di una successione terrena, ma del tempo storico stesso.

“Petrus Romanus” come Ultimo Papa di Origine Italiana?

Sì, esiste una corrente interpretativa abbastanza consolidata che identifica Petrus Romanus con un futuro (o attuale) papa di origine italiana. Il termine “Romanus” significa letteralmente “romano”, ma nel linguaggio medievale spesso veniva esteso a indicare gli italiani in generale, visti come eredi naturali di Roma. “Petrus Romanus” dunque potrebbe indicare un papa italiano o comunque molto radicato nella cultura romana/italiana. Il primo papa, San Pietro, era considerato il “fondamento” della Chiesa romana.

Con “Pietro il Romano”, si chiuderebbe il cerchio: la Chiesa tornerebbe a un papa profondamente legato a Roma, simbolicamente e genealogicamente.

Se la profezia è da intendere letteralmente, allora Petrus Romanus sarà un papa italiano, non ancora salito al soglio.

Il “Finis” Solenne

La profezia termina con una parola inequivocabile: FINIS.
Non si limita a dire che il pontificato di Pietro il Romano finirà, ma che finirà tutto il sistema della successione apostolica:

  • Non ci sarà un successore.
  • Non ci sarà un nuovo conclave.
  • Non ci sarà una continuazione storica della Chiesa così come la conosciamo.

Quindi: Petrus Romanus è l’ultimo perché la sua morte (o la fine del suo pontificato) coinciderà con il Giudizio Universale o con un crollo totale delle strutture ecclesiastiche e mondane?

esistono altre profezie che, in modo più o meno diretto, parlano dell’ultimo papa come italiano, oppure collegano la fine dei tempi o grandi tribolazioni a un papa italiano.

Un esempio è la Profezia del Monaco Basiliano (XV secolo) che prevede che, dopo molti papi stranieri, un papa italiano salirà sul soglio in tempi di grandi guerre e calamità. Egli sarà l’ultimo vero pontefice prima dell’intervento diretto di Dio. “Sotto un papa latino, il mondo vedrà la sua ultima battaglia.”

Nostradamus e l’Ultimo Papa

Tra le pagine oscure e affascinanti delle Centurie di Nostradamus, il tema dell’ultimo papa emerge con immagini intense e, come sempre, ricche di suggestioni simboliche.
Una delle quartine più commentate dagli studiosi a questo proposito è la VI, 5, in cui si intravede un preciso schema di successione e una possibile allusione al ritorno di un papa italiano nei tempi finali.

Il testo recita:

“Si vedrà accadere cambiamento di regno:
due che non sono d’Italia vi reggeranno,
un romano nato troverà il suo posto,
il quale la Chiesa sosterrà fortemente.”

La quartina sembra suggerire innanzitutto un importante cambiamento di regno, ovvero una trasformazione all’interno della Chiesa cattolica.
A reggere il soglio pontificio, secondo Nostradamus, saranno dapprima “due che non sono d’Italia“, una previsione che molti interpreti moderni hanno collegato ai pontificati di Benedetto XVI (tedesco) e Francesco (Argentino). Successivamente, continua la profezia, “un romano nato troverà il suo posto“. Questa espressione ha acceso molte riflessioni: il “romano nato” non necessariamente è da intendere come un cittadino romano in senso stretto, ma più ampiamente come un papa italiano, radicato nell’eredità culturale e spirituale di Roma.
Si tratterebbe, quindi, di un ritorno alla tradizione, una figura che riporta la Chiesa alle sue origini apostoliche, dopo una fase di apertura universale rappresentata dai papi stranieri.
Il verbo “sostenere” in questo contesto è particolarmente significativo: non si parla di governare trionfalmente o di espandere l’influenza, ma di difendere e sostenere.
Ciò lascia intuire un tempo di crisi, di grande pressione esterna e interna, in cui il pontefice dovrà ergere sé stesso come baluardo di fede contro la disgregazione.

Ed è interessante osservare come questa profezia sembri trovare oggi nuove risonanze: secondo molti osservatori ecclesiastici, i principali “papabili” per il futuro conclave – coloro che, realisticamente, potrebbero succedere a Papa Francesco – sono effettivamente italiani.

Questo ritorno a un papa italiano, dopo decenni di pontificati stranieri, non sarebbe dunque solo una questione geopolitica o di equilibri interni alla Chiesa, ma potrebbe apparire – agli occhi dei più attenti interpreti delle profezie – come un evento carico di valore simbolico e spirituale:
un segno che la Chiesa si prepara a vivere, sotto la guida di un “romano nato”, le sue ultime battaglie prima della grande trasformazione annunciata da secoli di visioni mistiche.

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