di Andrea Romanazzi

Nelle pieghe più laterali della storia dell’esoterismo del Novecento esistono episodi che non appartengono né pienamente alla cronaca né compiutamente al mito. Sono frammenti intermedi, quasi polvere di immaginario,. Tra questi micro-eventi occulti, uno dei più intriganti è ciò che alcune riviste esoteriche francesi tra gli anni Quaranta e Sessanta chiamarono “l’apparizione del Diavolo Verdelet a Roma”, datata 19 novembre 1951.

L’episodio, a guardarlo da vicino, è probabilmente una creatura letteraria ma, come spesso accade nell’occultismo del secolo scorso, risulta più interessante per ciò che rivela del suo ambiente culturale, che non per quanto pretende di raccontare. Per capire la natura di questa piccola leggenda urbana occulta, occorre riattraversare il clima intellettuale della Francia esoterista del dopoguerra, gli immaginari del surrealismo ermetico e la genealogia demonologica da cui il nome Verdelet proviene. 

Verdelet non nasce nel Novecento. Il nome è attestato nei grimoires francesi del XVIII secolo, soprattutto nella tradizione che ruota attorno al Grand Grimoire, al Dragon Rouge e ad altre compilazioni demonologiche dell’età moderna. In questi testi Verdelet appare come un demonello di rango medio-basso, “maestro dei sabba”, talvolta definito come “maître de cérémonies” di Belzebù. Non svolge funzioni cosmiche, non presiede a peccati cardinali né a grandi settori dell’inferno: è un personaggio secondario, impiegato soprattutto per colorare di folclore un ritualismo più immaginato che praticato.

Il Dictionnaire Infernal di Collin de Plancy, nella sua edizione ottocentesca illustrata da Louis Breton, contribuisce ulteriormente a fissare l’immagine di Verdelet come demone dei sabba, senza però ampliarne la tradizione. Non vi sono racconti popolari, non vi sono leggende locali: Verdelet è un nome da biblioteca, non da piazza o da stalla. Qualcuno dunque, a metà del Novecento, colloca un’apparizione di Verdelet… a Roma….Perché proprio Roma? Perché il 1951? E perché Verdelet?

Tra gli anni Quaranta e Sessanta, mentre l’Europa si ricostruiva materialmente, un’intera generazione di occultisti francesi coltivavano un’idea di “Italia nera”, un’Italia crepuscolare, fatta di sotterranei, cripte, catacombe e simbologie cattoliche reinterpretate. L’Italia era per loro il teatro perfetto dove proiettare immaginari rituali: antica, ieratica, cattolica e, soprattutto, scenografica. I surrealisti francesi, durante i loro viaggi, avevano già “riletturato” chiese romane come luoghi iniziatici, attribuendo poteri alle statue, alle date liturgiche, ai giochi di luce nelle basiliche. In quelle mappe fantastiche, Roma era una soglia: un laboratorio simbolico più che una città reale. Dentro questo clima nasce l’aneddoto del 19 novembre 1951.

La prima traccia individuabile compare in una rivista parigina oggi difficilmente reperibile, probabilmente La Tour Saint-Jacques, periodico che ospitava articoli di alchimia, tradizione ermetica e “cronache invisibili”. Un numero pubblicato tra il 1952 e il 1953 conteneva un breve trafiletto, più narrativo che informativo, in cui si raccontava di un piccolo gruppo di occultisti francesi che a Roma, durante una seduta spiritica o “operazione magica mal condotta”, avrebbero percepito “la presenza di Verdelet” il 19 novembre 1951 in un appartamento privato nel quartiere Prati.

La formulazione era tipica della letteratura esoterica francese di quegli anni: volutamente ellittica, allusiva, sospesa tra confidenza e finzione. Nulla era descritto come evento materiale. L’apparizione non era corporale, né luminosa: si parlava di “un’ombra verde”, dai contorni vagamente caprini, con “zoccoli e corna percepiti interiormente”, visibile soltanto a due partecipanti in stato medianico. I partecipanti alla seduta non furono identificati, né l’articolo dava prove o indirizzi. Il quartiere Prati diventava “scena neutra”,  spazio urbano trasformato in contenitore di significati senza alcuna pretesa documentaria. L’episodio non fu mai ripreso dalla stampa italiana, né da giornali generalisti francesi. Rimase confinato nei circuiti occultisti. Tuttavia, come spesso accade nel microcosmo esoterico, una volta messo in circolazione, anche un frammento privo di fondamento può germogliare altrove.

Negli anni Sessanta, gli “almanacchi neri” e i calendari magici francesi,  gli stessi che elencavano date astrologiche, santi paralleli, simboli cabalistici e anniversari di fatti reali e immaginari, iniziarono a fissare nella loro tradizione questa presunta “apparizione di Verdelet a Roma”. L’apparizione di Verdelet, quindi, non è un fatto ma un simbolo. È il frutto di una collisione tra tradizione demonologica settecentesca e l’immaginario poetico degli occultisti francesi del Novecento. È un esempio perfetto di come l’esoterismo moderno, spesso lontanissimo dalle pratiche popolari, preferisca creare narrazioni che funzionano come piccole opere d’arte. Non c’è alcun desiderio di inganno: è un gioco, un modo per conferire densità simbolica a un’esperienza visionaria avvenuta tra pochi amici, o magari neppure avvenuta. Per questo, più che un episodio occulto, l’apparizione del 1951 è un tassello della storia culturale dell’immaginario magico europeo. Mostra come gli ambienti dell’occultismo francese, anche marginali, abbiano avuto il bisogno di costruirsi un proprio folklore contemporaneo, fatto di date, piccole epifanie, micro-eventi creati per alimentare l’atmosfera di un mondo parallelo. Oggi, guardando a distanza, l’apparizione di Verdelet a Roma nel 1951 assomiglia a un piccolo teatro esoterico. È una scena di tre righe, una fotografia sfocata del clima di un gruppo di intellettuali e appassionati che usavano l’occulto come dispositivo poetico. È un tassello della storia dell’immaginario, non della demonologia. La sua forza non è nella verità, ma nella suggestione e questa, forse, è la parte più preziosa della vicenda: ci ricorda che il mondo magico moderno, pur popolato da bibliografie, dizionari e scuole iniziatiche, continua a generare leggende minute. Sono le sue lucciole. Sono la prova che l’immaginazione non ha mai smesso di abitare le città.

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