di Andrea Romanazzi

Continuiamo il nostro viaggio tra i mazzi dei tarocchi. Quello che ora che esamineremo è il Tarot Balbi, uno di quei mazzi che sembrano arrivare da un universo parallelo, o forse da una Barcellona immaginaria dove Miró, i maestri dell’occulto e un collettivo di grafici lisergici si sono chiusi in un atelier per reinventare il linguaggio stesso dei tarocchi.

L’oggetto reale, pubblicato negli anni Settanta, è oggi un cult internazionale: raro, ricercato, sorprendentemente attuale. Il Balbi nasce dall’immaginazione dell’artista Domenico Balbi, figura laterale rispetto ai grandi nomi dell’esoterismo novecentesco, ma dotata di una forza visionaria che lo rende immediatamente riconoscibile. Il suo mazzo riassume una stagione culturale precisa: l’Europa mediterranea che negli anni Settanta assorbe contemporaneamente la New Age, le neo-avanguardie grafiche e il risveglio dell’occultismo cerimoniale. Da questo gesto nasce un tarocco che non solo racconta e narra, ma offre strutture, campi energetici, architetture di colore. Ogni Lama sembra una sorta di mandala pop, progettato più per aprire uno stato mentale che per illustrare un concetto. L’effetto, in chi sfoglia il mazzo senza pregiudizi, è paragonabile alla contemplazione di un dipinto astratto: appare una densità di segni che rimanda alla geometria sacra, ma anche alla grafica modernista degli anni Settanta, con linee spezzate, simmetrie imperfette, improvvise irruzioni di colori acidi. Uno degli aspetti più affascinanti del Balbi è il modo in cui trasforma il colore in una grammatica magica. 

— il rosso segnala potenza, movimento, volontà;
— il giallo rappresenta la coscienza che illumina;
— il blu introduce profondità emotive e arcaiche;
— il verde richiama la ricerca di equilibrio;
— il porpora reca un’impronta di misticismo.

Questi colori non sono mai distribuiti casualmente: si addensano, si oppongono, creano tensioni e polarità come in un piccolo laboratorio alchemico. La carta diventa così un dispositivo che non descrive, ma “accende”: un catalizzatore di stati d’animo e intuizioni.

Accanto ai colori, il mazzo è attraversato da una costellazione di simboli astrologici e cabalistici. Tuttavia Balbi non li riproduce secondo la convenzione esoterica classica; li astrae. Segni zodiacali, pianeti e glifi sembrano spezzati, ricomposti, incastonati in una geometria personale. Il risultato è un linguaggio iniziatico che funziona per evocazione più che per citazione letterale.

  Questo rende il mazzo poco adatto alle domande pragmatiche del tipo: “Troverò lavoro?”, “Mi chiamerà?”, “Arriveranno soldi?”. Non perché non possa rispondere, ma perché la sua risposta sarà sempre indiretta, evocativa, legata a una risonanza interiore più che a un’indicazione pratica. Di fronte all’Arcano dei Pentacoli, invece di una scena con un artigiano o un paesaggio fertile, si incontrano forme che ruotano, simboli planetari, geometrie che richiamano stabilità o trasformazione. Il consultante non deve decifrare un racconto, ma uno stato. Il Balbi è dunque un mazzo perfetto per la meditazione esoterica come rituali di concentrazione sui colori o esercizi di “viaggio interiore” secondo il metodo dell’immaginazione attiva. A chi lo usa davvero, il Balbi appare come un mazzo che “non parla al futuro”, ma alla struttura profonda del presente. È un dispositivo per leggere ciò  che si muove dentro il consultante, non ciò che si muoverà fuori. Le sue carte sono porte, catalizzatori, scosse visive: l’esoterismo non è mai tradotto in allegorie narrative, ma in vibrazioni di forma. Sotto questo profilo, il Balbi fa parte dei rarissimi mazzi del Novecento che hanno provato a reinventare seriamente l’iconografia dei tarocchi, senza ironia e senza compiacimento estetico. È un mazzo che si prende sul serio nella sua sperimentazione, e proprio per questo continua a esercitare un fascino magnetico anche oggi. 

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