di Andrea Romanazzi

Il Marocco è una terra di confini e di mescolanze. Stretto tra il deserto e l’oceano, tra l’Africa e l’Europa, tra l’Islam e l’antichità berbera, è un crocevia dove il sacro permea ogni gesto quotidiano. Le montagne dell’Atlante, i villaggi di fango e paglia, i mercati brulicanti di Marrakech e Fès, gli spazi infiniti del Sahara: tutto vibra di una religiosità concreta, in cui la fede islamica convive con un substrato di credenze antichissime. È in questo paesaggio, sospeso tra cielo e sabbia, che il malocchio — ʿayn in arabo, “l’occhio” — si manifesta come una delle paure più radicate e universali.

Nel pensiero popolare marocchino, l’occhio non è solo un organo della vista, ma un canale di potere. Vedere equivale a toccare; ammirare può diventare un atto pericoloso. Lo sguardo, carico di energia e intenzione, può ferire tanto quanto una lama. Così l’“occhio cattivo”, anche involontario, è ritenuto capace di far ammalare un bambino, di rovinare un raccolto, di spegnere la fortuna di una casa o di far deperire un animale. È una forma di magia simpatetica, in cui l’invidia si traduce in danno reale. Dietro l’apparente superstizione, si nasconde una concezione profonda dell’equilibrio: il bene e il male, la fortuna e la disgrazia, sono forze mobili, che l’uomo deve continuamente bilanciare.

La credenza nell’occhio e il linguaggio della protezione

Nel Marocco rurale come nelle città, la paura del malocchio non è un relitto del passato, ma una presenza viva. Tutti, anche i più colti, conoscono almeno una formula, un gesto o un oggetto per neutralizzarlo. È un codice collettivo che regola i rapporti sociali: non si deve mai lodare troppo un bambino, né vantarsi di sé. Dire a una madre “che figlio bello hai!” senza aggiungere una formula di protezione è un atto imprudente. Il male può entrare proprio attraverso la parola.

La formula più frequente è “Bismillāh”, “Nel nome di Dio”. Si pronuncia quando si ammira qualcuno o qualcosa, per benedire e non contaminare. In questo modo si riconosce che la bellezza e la fortuna non vengono dall’individuo, ma da Dio stesso. È una parola-chiave, un sigillo spirituale che trasforma l’ammirazione in preghiera.
Al contrario, se si teme la presenza di un individuo portatore del malocchio, si ricorre a gesti di difesa: si fanno le corna con l’indice e il medio della mano sinistra, oppure si apre la mano davanti al volto, le cinque dita ben distese come una barriera contro lo sguardo malevolo. Durante questo gesto si può pronunciare “El ʿAmiya” — “la cecità!” — un’esclamazione che, simbolicamente, acceca l’occhio invidioso.

Questa dialettica tra parola e gesto mostra la coesione del pensiero magico maghrebino: la protezione non è affidata al caso, ma a un linguaggio rituale, tramandato di generazione in generazione.

Il linguaggio degli amuleti

Il Marocco è una miniera di simboli apotropaici. Ogni regione, ogni confraternita religiosa o mestiere tradizionale ha il proprio sistema di difesa contro l’occhio. L’amuleto (ḥerz) non è un semplice ornamento: è un concentrato di materia sacra. Può contenere versetti coranici, erbe, minerali, parti animali o oggetti metallici. Ogni elemento risponde a una logica precisa, a un’analogia cosmica che collega l’uomo al mondo invisibile.

Uno degli amuleti più comuni è un sacchetto cucito che si porta sul petto o sul fianco, spesso nascosto sotto i vestiti. All’interno si trovano sette semi di anice, un frammento di pelle traforata con sette fori, un filo di trama (che rappresenta il legame della vita), sette semi di harmel (ruta siriana, pianta dai poteri purificatori e protettivi) e sette semi di coriandolo, che attirano la fortuna. Il numero sette è fondamentale: rappresenta la totalità del cosmo (i sette cieli dell’Islam, i sette giorni della creazione, le sette direzioni dello spazio). Insieme, questi elementi formano un piccolo universo ordinato contro il disordine del male.

Oltre al sacchetto, molte persone portano a contatto diretto con la pelle:

  • un pezzo di allume (minerale purificante, capace di “assorbire” l’influsso maligno),
  • una pietra del sangue verde o bruna (diaspro o ematite),
  • l’occhio sinistro di una volpe o di un lupo, simbolo di veggenza e astuzia,
  • una pallottola di piombo sparata l’ultimo mercoledì del mese e poi appiattita e forata sette volte: il piombo, materiale saturnino, cattura e inchioda le energie distruttive.

Il repertorio si amplia con oggetti simbolici. La più celebre è la mano di Fatima, o Khamsa, la mano aperta con cinque dita. È al tempo stesso un segno islamico e una sopravvivenza preislamica berbera: rappresenta la potenza femminile, la benedizione e la protezione materna. I cinque diti corrispondono ai Cinque Pilastri dell’Islam, ma anche alle cinque ferite che l’occhio non può attraversare. Si dice spesso “Khamsa f’ʿaynek” — “Cinque nei tuoi occhi!” — come scudo verbale contro l’invidia.

Il colore nero ha un potere particolare: assorbe e imprigiona. Per questo si portano anelli neri, bracciali in corno, collane scure. Esistono anche medaglioni metallici formati da due placche con cinque semisfere in rilievo: unite, formano cinque sfere complete, equivalenti alle cinque dita della mano apotropaica. È un linguaggio di forme più che di parole, dove la geometria stessa diventa talismano.

Un’altra figura protettiva è il Sigillo di Salomone, la stella a sei punte formata da due triangoli intrecciati. Disegnata su carta, incisa sul muro o impressa su un gioiello, agisce come barriera contro i jinn e le energie disordinate. La tradizione islamica attribuisce a Salomone il dominio sugli spiriti e sugli animali, perciò il suo sigillo rappresenta l’autorità divina sull’invisibile.

Persino gli animali partecipano a questa geografia simbolica. Una bestia pezzata (bianca e nera) è ritenuta capace di proteggere il gregge, mentre la zanna di cinghiale appesa al collo di un cavallo lo preserva dal malocchio. Il cinghiale, proibito come cibo, è potente proprio perché liminale: appartiene al mondo selvatico e conserva un’aura di inviolabilità.

I riti di protezione e purificazione

Quando un bambino o un adulto mostra sintomi attribuiti al malocchio — improvvisa stanchezza, malinconia, mal di testa, piccoli incidenti o bruciature fortuite — si interviene con rituali di “scioglimento”.
Il più semplice consiste nel bruciare il sale o l’harmel, respirandone il fumo per purificarsi. Se si sospetta chi ha gettato il malocchio, si possono bruciare oggetti provenienti da casa sua: un po’ di sale, un pezzo del suo bucato sporco, o anche una braciola del suo braciere. Le ceneri vengono poi stemperate in acqua e usate per lavare o far bere la vittima. Il principio è simile alla magia simpatetica europea: neutralizzare il male restituendolo al suo autore.

Se non si conosce il colpevole, il caso è più grave. Allora si chiama un khatṭāṭ, “colui che tira i sortilegi”, una sorta di mago-guaritore che combina preghiere coraniche, fumi di erbe e gesti rituali. L’operazione si compone spesso di sette giri attorno al paziente, o di sette immersioni in un fumo aromatico, mentre si recitano versetti di protezione.

In certe regioni del sud, la guarigione avviene versando dell’acqua in una ciotola e gettandovi dentro una brace ardente, pronunciando la formula:
“Che gli occhi di Tizio si spengano come questa brace si spegne.”
L’acqua viene poi versata davanti alla porta della casa, come barriera definitiva.

Nelle feste o nei raduni, se entra una persona nota per il suo malocchio, si attende che esca; subito dopo si getta una brace nell’acqua, accompagnando il gesto con invettive rituali, per “raffreddare” il potere del suo sguardo.
In casi estremi, racconta la tradizione, il cadi — il giudice religioso — può costringere un uomo riconosciuto colpevole di portare il malocchio a sfilare per la città con un morso e una briglia in bocca, guidato da un altro individuo. In tal modo, la sua potenza viene simbolicamente domata e ridicolizzata.

Un altro rimedio curioso è quello dei sette aghi comprati in un negozio rivolto a Oriente. Devono essere portati a casa in silenzio, senza parlare, e nascosti nella pettinatura della persona colpita: il silenzio serve a non risvegliare lo spirito dell’occhio che ascolta.

Nel cibo, poi, si mette spesso un coltello conficcato o un piccolo carbone sopra la pietanza, per tagliare o bruciare l’eventuale male prima che venga ingerito.
Quando un neonato riceve troppe visite o troppi complimenti, la madre appende sopra la culla un ferro, un pezzo di carbone o un frammento di piombo: sono materiali “pesanti”, che schiacciano l’occhio invidioso.

Il malocchio come equilibrio morale

Dietro questi riti non c’è soltanto la paura, ma un’idea di giustizia cosmica. Il malocchio punisce l’eccesso, la vanità, la mancanza di discrezione. L’uomo deve custodire la propria fortuna come si custodisce un fuoco: troppo mostrato, si spegne. Per questo nel linguaggio quotidiano marocchino si evita ogni forma di ostentazione. Dire “Alhamdulillah” (“Sia lode a Dio”) è una precauzione tanto quanto una professione di fede. Chi attribuisce a sé stesso la propria fortuna attira l’invidia, mentre chi la rimette a Dio la disinnesca.

Nella medicina popolare, gli effetti del malocchio sono descritti in termini psicofisici: spossatezza, insonnia, ansia, perdita di appetito. Si tratta in fondo di un linguaggio simbolico per esprimere lo squilibrio energetico che nasce dal contatto sociale non armonioso. L’occhio, organo della relazione, può ferire perché è anche il mezzo con cui l’anima si affaccia sul mondo.

Persistenze e trasformazioni

Oggi, nel Marocco moderno, il malocchio non è affatto scomparso. Nelle botteghe dei suq si vendono ancora amuleti, piccoli fogli arrotolati con versetti coranici, occhi di vetro, corna scolpite. Le automobili portano appese miniature della mano di Fatima; nei negozi si spruzza acqua benedetta per proteggere l’attività; nelle case, sopra la porta, si traccia il segno di Salomone o si appendono conchiglie marine. Persino nei social network marocchini si è sviluppata la forma digitale del malocchio: quando qualcuno pubblica una foto troppo bella, gli amici commentano subito Bismillāh o Mā shā’ Allāh (“Ciò che Dio ha voluto”), per proteggere lo sguardo virtuale.

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