di Andrea Romanazzi

Da sempre il buddismo, nella sua visione essoterica ed esoterica, ha interessato viaggiatori e pensatori occidentali. Tra il XVIII e XIX secolo una serie di spiritualisti europei iniziarono a visitare la Cina ed il Tibet con lo scopo di cercare ed accedere ad antiche saggezze. Helena Blavatsky, ad esempio, fondatrice della società teosofica, sosteneva che in quelle regioni remote esistessero tracce di evolute culture antidiluviane, mentre James Hilton, nel suo romanzo Orizzonte Perduto, parlava di un paese diafanico chiamato shangri-la. Cosa c’è di vero in tutto questo?

E’ noto che il Buddhismo sia una delle religioni più antiche e diffuse al mondo. Tale pensiero spirituale ha origine dagli insegnamenti dell’asceta itinerante Siddhārtha Gautama, un saggio indiano vissuto attorno al quinto secolo avanti Cristo. Figlio di un signore della guerra, egli stesso principe, visse la sua infanzia circondato dal bello in quanto il padre non voleva potesse conoscere la sofferenza del mondo. Siddharta però, una volta diventato grande, espresso il desiderio di visitare il Regno che avrebbe dovuto governare,  si imbattè nei “mali del mondo”, vecchaia, infermità, sofferenza, che sino ad allora gli erano sconosciuti. Decide di abbandonare la sua vita di privilegi per andare a vivere con altri asceti nelle foreste con i quali si dedica il digiuno e una serie di mortificazioni fisiche. Capisce però, che anche l’ascetismo, portato all’estremo, non è altro che una trappola per il corpo. Tacciato di debolezza, abbandona tale via ed inizia una serie di viaggi fino al raggiungimento del Bodhgaya, nello stato indiano di Bihar, dove sedendosi sotto un albero oggi noto come l’albero del risveglio, entra in una serie di stati meditativi che lo portano a diventare onnisciente e quindi Buddha, termine che significa “risvegliato”.  In questo stato di coscienza apprende che tutti gli esseri nascono e muoiono in un ciclo che è segnato dalle decisioni e le azioni prese in precedenza, definito karma.  Per liberarsi da questa esistenza ciclica o Samsara, l’uomo deve seguire quelle che vengono chiamate le quattro nobili verità: La vita è legata al dolore e all’infelicità, la causa di questa  sofferenza è il desiderio e dunque bisogna allontanarsi dal desiderio per non cadere nella delusione e nella sofferenza attraverso il distacco della materia. Alla morte del Buddha iniziano a nascere tutta una serie di scuole e sotto scuole che seguivano il suo insegnamento. Oggi con il termine Buddhismo si indica quell’insieme di tradizioni, sistemi di pensiero, pratiche e tecniche spirituali, individuali e devozionali, nate dalle differenti interpretazioni di questa dottrina, che si sono evolute in modo anche molto eterogeneo e diversificato. Forse la via più nota è il Mahayana,  letteralmente il “grande veicolo”, basata su una serie di scritti, definiti sutra, che si dice sarebbero stati pronunciati proprio dal Buddha. Figura principale di questa corrente è il Bodhisattva, ovvero colui che, risvegliato, cerca di aiutare tutti gli altri esseri senzienti: “Non finché tutti gli inferi si siano svuotati diventerò un Buddha; Non finché tutti gli esseri siano stati salvati ascenderò alla Bodhi“. Altro importante ramo del Buddhismo è il Vajrayana o anche Tantrayāna, “Veicolo dei Tantra”, con il suo recente corrispettivo di Buddhismo tantrico. Esso consisterebbe in un sincretismo tra alcune dottrine induiste denominate tantrismo, fondate anche su credenze popolari sciamaniche, con il Buddhismo Mahāyāna. I suoi testi fondamentali sono denominati Tantra e deriverebbero dai racconti del Buddha, ma di questo non abbiamo una conferma anche perché molti di questi furono scritti almeno 1000 anni dopo la morte dello stesso.

Il Buddismo in Cina

Quanto detto sinora, in estrema sintesi, è un’introduzione al Buddihsmo, Certamente molto stringata anche perché non è questo l’oggetto di questo articolo. Quello che infatti ci interessa approfondire  in questa sede, anche a seguito di una spedizione sul campo,  è Il Buddhismo cinese. Quando sia arrivato il buddhismo in tale area geografica è effettivamente un mistero,  molto probabilmente tale religione penetrò attraverso aree differenti a seguito degli eserciti e degli esploratori imperiali che cercavano di conquistare nuovi territori dell’Asia centrale e del sud. Molto probabilmente, invece il buddismo sarebbe penetrato nella Cina settentrionale attraverso una popolazione iranica nomade dei Khotan. Certamente nella prima metà del primo secolo dopo Cristo doveva esistere una nutrita comunità buddista che inventò una leggenda destinata a legare la nuova fede con lo stato. Si narra infatti che l’imperatore Ming, meglio noto come Liú Zhuāng, avrebbe sognato un uomo tutto d’oro. Colpito dalla caduto, collego dare figura con il Buddha, così inviò  suoi messaggeri verso le aree occidentali del regno che tornarono con due monaci indiani Kāśyapa Mātaṇga e Gobharaṇa che poi fondarono il Monastero del Cavallo Bianco. Per quanto il buddismo fosse considerato una religione straniera, il nuovo pensiero iniziò a fondersi con le religioni  autoctone come il confucianesimo e soprattutto il Taoismo per il quale il Buddha altro non era che lo stesso leggendario fondatore Lǎozǐ il quale, secondo un’antica leggenda daoista, sarebbe partito per l’Occidente allo scopo di diffondere le proprie dottrine presso i barbari. In aggiunta molte dottrine buddhiste erano sovrapponibili a quelle daoiste e viceversa. In particolare in Cina si sviluppano due vie, il buddismo Chan,  più attento alla visione  ascetica e monacale,  che crebbe sino a diventare la setta principale del buddhismo cinese, e il buddhismo della terra pura. In realtà, se viaggiamo nel cuore della Cina esistono vie del Buddhismo che potremmo definire più “ popolari”,  fuse in maniera oramai indistinguibile con i culti autoctoni.

Tale religione, infatti, nella sua visione più pura, incontrava grandi difficoltà sia nelle terminologie sia nelle sue finalità quando si incrociava con le esigenze del popolo che erano molto più materiali e ai quali non dava risposte alle difficoltà della vita di tutti i giorni. I monaci iniziano così, in una sorta di pragmatismo sincretico, ad adattare il nuovo credo alle esigenze e conoscenze del popolo. Inizia una vera e propria gara tra Buddismo e Taoismo su chi proteggeva meglio i cinesi nella vita quotidiana e quindi da demoni, anime dannate, spiriti dei cimiteri, dei quali, dei posti, delle foreste eccetera…Immagini del Buddha iniziano a risponderti, scolpite o dipinte, i luoghi magnifici dove i cinesi potevano realizzare piccole nicchie e cultuare il loro Buddha preferito. E’ così che nascono le grotte sacre come quella dei Mille Buddha di Yun-kang, Long-men, Touen-houang o sul fiume Li nei pressi di Guilin, che abbiamo visitato direttamente. La devozione dei cinesi si rivolse in preferenza al Buddha Maitreya, il Buddha della guarigione e della medicina, descritto come un medico che cura la sofferenza, il Buddha Amitabha, noto per gli attributi di longevità e capacità di discernimento, Bhaisajyaguru ancora un maestro della medicina,  e Kouan-yin, colui che libera da ogni pena. Questi molteplici bodhisattvas non sono solo espressione della devozione Popolare, male ritroviamo anche all’interno le più importanti templi buddisti come quello del Buddha di Giada a Shanghai. Fondato nel 1882, deve il suo nome a due statue di Buddha di giada importate a Shanghai dal Myanmar via mare. In particolare si tratta di una statua del Buddha nella posizione del Loto alta 1,95 metri con un viso ben arrotondato, sopracciglia a forma di mezzaluna, occhi semiaperti che guardano in basso, naso dritto e bocca chiusa con le labbra in alto. Situata accanto alla Camera del Buddha di Giada, si trova la Sala del Buddha disteso, scolpito in un unico blocco di giada. ebbene, sempre all’interno del tempio, troviamo tre Buddha d’oro nelle sue differenti manifestazioni: La scultura centrale rappresenta il Buddha, la sinistra Amitabha e la destra Maitreya. Oltre queste manifestazioni dalle gambe più terreno, troviamo ben 24 statue  dedicate ai Deva e Bodhisattva come Cintamanicakra,  il compassionevole,  rappresentato spesso con più braccia, Guanyin o il Bodhisattva Kṣitigarbha, considerata la divinità protettrice dei viaggiatori, anche una popolare divinità taoista, comunemente noto come Dizang. Sempre nel tempio di Shanghai troviamo anche un’altra statua del Buddha raffigurato con le fattezze di un monaco sorridente ed in sovrappeso. Egli prende però il nome di Budai, “sacco di stoffa”, che si riferisce alla borsa con cui è convenzionalmente raffigurato mentre vaga senza meta.  La sua natura allegra, la personalità umoristica e lo stile di vita eccentrico lo distinguono dalla maggior parte dei maestri o delle figure buddiste. Viene quasi sempre mostrato sorridente o ridente, da qui il suo soprannome in cinese, il “Buddha che ride”. Anche in questo caso  questo culto ha origine in leggende locali legato ad un monaco grasso e calvo realmente esistito  che girava  per i paesi portando i suoi fuochi avevi in un sacco di tela.   La principale prova testuale che Budai sia realmente esistito è che si fa di lui menzione in una serie di raccolte di biografie di monaci buddisti Chan nota come La trasmissione della lampada. In corpo presumibilmente appartenente a Budai è stato imbalsamato ed esposto nella sezione orientale della Sala Grande del Tempio di Yuelin nel distretto di Fenghua  Zhejiang. La sua figura appartiene fondamentalmente alla cultura cinese che vuole che sia una espressione di abbondanza. Quanto finora detto fa sorgere però una serie di ulteriori domande. Approfondiamo.

Il Buddhismo delle mille divinità

Per molti il buddismo è una disciplina spirituale “ateistica”, ma nella realtà non è affatto così. Come la religione vedica crede nell’’esistenza delle divinità chiamate Deva: “I Deva esistono! È questo un fatto che io ho riconosciuto e su cui tutto il mondo è d’accordo” viene detto dal Buddha. Nel Canone pāli e nel Canone cinese è riportato come il Buddha storico consigli a due brāhmaṇa di dare del cibo in offerta alle divinità locali che restituiranno l’onore concesso loro assicurando il benessere dell’individuo. In altri testi leggiamo come  lo stesso Buddha affermi che le divinità possono influenzare la natura, guarire o diffondere malattie fomentare il bene o il male.  In aggiunta i buddisti credono alla presenza di esseri soprannaturali,  entità e spiriti che risiedono nella terra e nel cielo. Semplicemente, a differenza, di altre religioni, secondo il Buddha le divinità non possano offrire all’uomo la salvezza dal saṃsāra. Importante e anche il culto degli antenati.  Secondo la tradizione, in ogni comunità cinese, i capi famiglia che non hanno raggiunto il Nirvana vengono cultuati come spiriti protettori per assicurare saluti, prosperità e ricchezza. Non c’è dubbio, inoltre, che in passato i monaci si occupassero anche della vita terrena in quella che possiamo chiamare una concezione pragmatica del buddismo.  Proprio come in molte altre religioni, il buddismo si fuse con le tradizioni indigene e, quindi, con la credenza in divinità locali o spiriti ancestrali facendo nascere quello che oggi viene definito localmente come buddismo nero. In molti rituali primitivi esistevano rituali che avevano lo scopo di proteggere l’individuo e la comunità dai pericoli spirituali attraverso i già citati mantra. Nel Buddismo cinese, ad esempio,  esistevano riti  per accompagnare le anime dei defunti nell’altro mondo,  soprattutto per quelli che si pensava potessero rinascere come pretas, ovvero defunti  ancora attaccati al mondo materiale e terreno e  che erano considerati davvero molto pericolosi. Per questo venivano messi in atto da monaci bodhisattvas rituali come il fang yes k’ou  durante i quali cercavano di attingere i poteri del Buddha per viaggiare nel Purgatorio, aprire le bocche dei pretas sofferenti  e nutrirli con acqua imbevuta di mantra rendendo inevitabile la loro rinascita. Insomma proprio come nel caso della religione cristiana e delle sue operazioni sincretiche, anche i monaci buddisti, nella loro opera missionaria asiatica, si adattarono alle tradizioni locali che, del resto, non andavano in contrasto con gli insegnamenti del Buddha che erano più squisitamente morali, e che potevano tranquillamente coesistere con le pratiche e i rituali locali. Nella cultura Mahayana  i monaci erano famosi anche per la loro capacità di esorcizzare gli spiriti degli afflitti utilizzando amuleti tantrici, prasad,  e altri strumenti rituali come reliquie di altri monaci illuminati.  Queste pratiche erano considerate degne di lode perché la guarigione è un atto diretto della compassione che altro non è che espressione del lavoro del bodhisattvas. Nel Buddismo tantrico o Vajrayana il rapporto con le divinità è un elemento centrale  come testimoniato dal Kālacakratantra un tardo testo tantrico proprio del buddhismo tibetano. In particolare Kālacakra è il nome del buddha che occupa la posizione centrale nel tantra, il quale affronta in particolar modo i temi del tempo (kāla) e dei cicli (ruote) cosmici (cakra). Questo testo esoterico, parla, ad esempio, dell’iniziazione che avviene nel mandala, il cerchio purificato dove l’iniziato è protetto dai demoni. Il rituale prevede una prima purificazione dell’iniziando e subito dopo vengono invocate le divinità. Segue il momento del krodhavesa,  ovvero il risveglio dei poteri sconosciuti che dormono nell’oscurità dello spirito subconscio. Il rituale molto complesso e non è questa la sede di affrontare la sua descrizione, possiamo solo dire che attraverso di esso le forze insite nel candidato sorgono ed irrompono tumultuosamente in una sorta di possessione dalla divinità irata sollecitata dal mantra: “OM A RA RA RA RA LA LA LA LA LA Vajrāvesaya HUM“. È evidente il substrato sciamanico presente in tale pratica come sottolineato anche dall’antropologo David Gellner. Rituali di possessione simili sono descritti anche in altri canali buddisti cinesi dove in molti casi i monaci diventano una sorta di canale perle di finita molto simili ai Medium della tradizione occidentale. Sebbene oggi ci siano discussioni se le pratiche fossero o no squisitamente buddiste, non c’è dubbio che i monaci delle comunità cinesi, come evidenziato dagli studi di Stan Mumford, Bimala Churn Law, e Miller Casper Lui a cui vi rimandiamo per approfondimenti, praticassero tali rituali. Goffrey Samuel in Civilized shamans: buddhism in tibetan societies, parla addirittura di una distinzione tra Buddismo monastico clericale e buddismo “sciamanico”. Senza però arrivare a una divisione così netta, crediamo che semplicemente culture e religioni si siano mutualmente influenzate l’una con l’altra.

Buddhismo e Sciamanesimo

A questo punto possiamo chiederci se il buddismo può essere in qualche modo connesso allo sciamanesimo o se comunque pratiche sciamane sono state assorbite dallo stesso. Per alcuni antropologi come Edward Taylor lo Sciamanesimo è stata la prima religione dell’umanità, strettamente connessa all’animismo. Oggi la parola “Animismo” è usata per classificare una vasta tipologia di culti. Per alcuni studiosi, dunque, il termine più ampio “Sciamanesimo” individuerebbe una religione arcaica che, in tempi differenti, si è diffusa in tutto il globo, idea che ritroviamo anche nei contributi di Mircea Eliade.

Per altri, invece, come Peter Furst, lo Sciamanesimo già coesisteva con forme religiose più organizzate, ovvero era una sorta di conoscenza magica e non religiosa, idea appoggiata anche da James Frazer. A noi piace molto la definizione che ne da David Drudye che condividiamo appieno. Egli afferma che lo Sciamanesimo altro non sarebbe che l’”animismo applicato”, ovvero la pratica quotidiana alla credenza degli Spiriti. Mircea Eliade, nella seconda metà del Novecento, scrive il famoso testo Lo Sciamanesimo e le Tecniche dell’Estasi. Per Eliade lo sciamano è coLui che può e sa compiere il “viaggio”. In uno stato alterato di coscienza lo sciamano si muove in un Oltremondo onirico nel quale può controllare le proprie azioni ed esser padrone della propria volontà. Questa definizione, però, alla luce dei successivi studi etno-antropologici, sembra fortemente superata. Infatti, ad esempio, sembrerebbe escludere stregoni, medicine-man, guaritori, e altre figure magiche che sono legate a pratiche che oggi definiremmo “sciamaniche” ma non rientrano nella definizione sopra data. Una definizione assolutamente agli antipodi è invece quella di Mihaly Hoppàlche ritiene lo sciamano, oltre che un uomo che possiede le tecniche dell’estasi, un portavoce delle tradizioni del suo gruppo, una sorta di eterna memoria del clan, e dunque un personaggio dall’importante valenza sociale. Se la definizione di Eliade è forse troppo limitante, quest’ultima appare forse troppo fluida. Alexander Mcdonald li definisce “gli interpreti del Mondo”, mentre per Joan Townsend è un uomo che ha la capacità di dialogare direttamente con gli Spiriti e di averne il controllo in stati alterati di coscienza. Sciamanesimo e Buddismo, cosa hanno in comune? Secondo Francisco Granella “…Per il popolo era necessario un percorso meno faticoso e più ampio e flessibile. Ad una religione senza Dio si aggiunse il Buddha come divinità e successivamente 1000 Buddha, dei e semidei che erano i bodhisattva.”. Questi ultimi avevano lo scopo di proteggere l’individuo e la comunità da pericoli provenienti dal mondo degli Spiriti, praticavano esorcismi etc…Alcune di queste pratiche in realtà sono rimaste nella tradizione indo tibetana Vajarayana, un sincretismo tra le dottrine bon-sciamaniche, lo shivaismo, il Buddhismo Mahāyāna. Nel Vajarayana elemento principale è l’uso del tamburo. Il rito tantrico tchod, in cui il celebrante offre la sua stessa carne ai demoni che ha invocato utilizzando il suono del tamburo corrisponde esattamente al sogno iniziatico sciamanico. Ripetività e ritmo li ritroviamo nel Buddismo indiano, il siddha, che utilizza il suono delle campane vajra-ghanta  o l’uso ripetitivo del suono attraverso il potere della parola, il mantra. Attraverso queste tecniche estatiche lo sciamano entra in contatto con gli Spiriti degli Antenati e con le divinità. I Mantra sono il corrispettivo occidentale della preghiera o della formula magica. Sono composti da monosillabi, o bijia, che spesso non hanno un significato preciso, ma semplicemente sono vibrazioni associate a particolari forze naturali. Il più noto è il famoso aum o om, l’apertura e chiusura di ogni mantra, il suono primordiale dell’Universo, ma altri bijia sono LAṂ, associato alla terra, VAṂ all’’acqua, RAṂ al fuoco e YAṂ all’aria. Esistono poi mantra per scopi specifici, ognuno da ripetere 108 volte, numero sacro perché rappresenta la Divinità (1), la completezza (0) e il Tempo (8). Tra i più noti troviamo il Soham (So-Hum) è il mantra della respirazione energetica e dell’autocoscienza, il Gayatri (Guy-Ah-Tree) è legato alla guarigione fisica, emotiva, mentale, nonché preghiera di protezione, mentre il Mahamrityunjaya (Maha-Mrityun-Jaya) forse uno dei più potenti, è legato all’illuminazione e alla purificazione mentale e fisica.

La mala e il phurba: strumenti del monaco buddhista

All’interno della via del Buddhismo importanza cruciale hanno i rituali meditativi, noti come sādhanā, mezzi di conseguimento per la realizzazione della propria natura Divina ma anche per altri scopi, basati fondamentalmente su una combinazione tra preghiera e visualizzazioni dedicate a specifiche divinità alle quali si richiedono benedizioni e attraverso le quali si cerca di raggiungere gli stessi attributi della deità, e quelli di adorazione come  le Pūjā un termine che genericamente indicano un atto di venerazione verso una particolare forma della Divinità. Tenere conto dei mantra e dei canti ripetuti, i monaci buddisti che aiutano con la Mala, una corona composta da 108, ma anche 78 o 54 grani avente lo scopo di numerare i mantra, i canti e le preghiere con lo scopo di tenere il calcolo delle recitazioni senza distrarre la mente dalla pratica religiosa con un calcolo numerico mentale. Ad ogni recitazione la mano destra sgrana di un elemento la mala facendo ruotare il pollice in senso orario su ciascun grano. Possono essere realizzati in legno, pietra o molto più tradizionalmente in osso. Questo strumento però, ha anche una funzione protettiva, così veniva utilizzato per proteggere un altare o comunque creare uno spazio sacro al suo interno, da qui il suo legame con il serpente che riporta all’ouroboros. Interessante strumento è il Phurba.  Il culto del pugnale a tre lame come oggi lo conosciamo ha avuto come centro di origine il Nepal, in particolare utilizzato tra le popolazioni tribali Tamang, Gurung e Newari, e di lì successivamente è diffuso in tutta l’area orientale, dalla Cina all’India, dalla Corea e al Giappone. Oggi il culto del Phurba è usato dai monaci buddisti.  Cosa è dunque il Phurba, cosa simbolizza e soprattutto qual è il suo uso? Abbiamo visto che nelle tradizioni sciamaniche è presente l’idea di un mondo abitato da Spiriti ed entità, alcune anche negative e causa di eventi malevoli sia per l’individuo che per la società. Nelle tradizioni sciamaniche questi Spiriti non possono essere distrutti ma certamente allontanati e banditi. Questo è lo scopo principale dell’utilizzo del phurba: Neutralizzare e bloccare le energie negative che possono intervenire nella vita di un individuo o di una comunità. Müller-Ebelling afferma “…La magia del magico Pugnale deriva dall’effetto che l’oggetto materiale ha sul regno dello spirito. L’arte dei maghi tantrici o lama risiede nella loro capacità visionaria di comprendere l’energia spirituale degli oggetti e di concentrarsi volontariamente in una determinata direzione. . . L’uso tantrico della phurba comprende la cura di malattie, l’ esorcismo, la meditazione, le consacrazioni (puja), e i rituali stagionali…” . Altro strumento è il Phurba, definito come pugnale degli Spiriti, è realizzato come un asse verticale, a sua volta suddiviso in tre parti: una parte Superiore, una centrale ed una Inferiore. La suddivisione e la sua simbologia, riporta fortemente al mondo tripartito delle tradizioni sciamaniche. Il Phurba diviene una sorta di rappresentazione dell’albero cosmi e quindi, appunto, dell’Oltremondo. La parte Superiore o “testa del Phurba”, è caratterizzata da una notevole variazione di temi e raffigurazioni. Normalmente, però, è la rappresentazione della testa delle divinità, l’espressione del mondo Superiore dove dimorano i grandi mastri Spirituali e gli dei. Tra gli sciamani dei Kirati, forse l’ultima popolazione a professare nel Nepal una religione sciamanico-animista, i Phurba sono adornati teste di uccello, i loro animali sacri. Tra l’etnia Tamang, invece, sono rappresentati i tre volti della divinità, manifestanti i tre aspetti del divino e le sue manifestazioni. Spesso questi volti hanno lineamenti terrificanti proprio allo scopo di spaventare ed allontanare i demoni. Le divinità di riferimento possono essere varie. Troviamo ad esempio Dorje Shugden, divinità tutelare il cui scopo è di rimuovere tutti gli ostacoli sia interiori che esteriori. Alla sua pratica è spesso associato il mantra “Om dharmapala maha radza bendza begawana rudra pantsa kula sarwa shatrum maraya hum phat” ovvero “Protettore del Dharma, Gran Re, Possessore della Forza del Vajra, possa tu concedermi le migliori realizzazioni”. I Phurba con la testa di Bhairab, antica divinità creduta una manifestazione di Shiva invocato nelle preghiere per distruggere i nemici, sono invece legati alla guarigione, specialmente quella dei bambini. In generale, il triplice volto è il simbolo del potere degli Spiriti e dunque polo energetico del Phurba. L’elemento centrale è fortemente variabile da un punto di vista iconografico. In generale esso rappresenta il Vajra. Si tratta di un famoso oggetto di culto soprattutto buddista, rappresenta il potere della folgore ma è anche semplice espressione della natura del reale. L’ultima parte è infine il “chiodo” vero e proprio, spesso munito di tre lame. Ha in genere forma triangolare, spesso ornata da simboli quali sole, la luna, e Spiriti del mondo Inferiore. Troviamo ad esempio i Naga, considerati i “persecutori di tutte le creature“, una coppia di serpenti intrecciati sullo stile del caduceo di Hermes, responsabili delle malattie e che dunque devono essere sottomessi durante il rito di infissione nella terra. Altre divinità rappresentate possono essere Makara, una divinità delle acque con la coda di pesce, rappresentante la forza vitale e della fertilità, e la divinità uccello Garuda. Anche i materiali con cui sono realizzati indica differenti funzioni. I Phurba in legno vengono utilizzati principalmente per la consacrazione e protezione degli ambienti sacri, mentre quelli in ferro, la tradizione vorrebbe realizzati con il ferro meteorico, per rituali di bando ed esorcismi.

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