di Andrea Romanazzi

Nelle aspre terre della Murgia, tra rocce brulle e distese di erbe selvatiche, cresce una pianta dal fascino antico: la ferula. Con il suo fusto cavo e spugnoso, questa pianta ha attraversato i secoli come simbolo di resilienza e saggezza. Già nota agli antichi per le sue proprietà, la ferula ha un segreto straordinario: è capace di custodire il fuoco, trattenendo una scintilla tra le sue fibre porose. Ed è proprio questa qualità che lega la ferula a una delle leggende più affascinanti della tradizione: il furto del fuoco da parte di Sant’Antonio Abate.

Prometeo, l’audace titano, osò rubare una scintilla al sole per infonderla nell’uomo di creta, da lui stesso plasmato con le proprie mani. Sebbene la tradizione popolare abbia dimenticato il suo nome, l’impresa ardimentosa di Prometeo non è mai stata dimenticata. Il mito si è trasformato, rivestendo il titano delle vesti di un umile anacoreta: Sant’Antonio Abate.

Un giorno, Sant’Antonio si accorse che gli uomini pativano il freddo e le sue mille conseguenze, poiché sulla terra mancava il fuoco. Mosso da compassione paterna, decise di abbandonare il suo deserto e di intraprendere un viaggio per donare agli uomini il calore e la luce. Armato solo del suo bastone di ferula bianca, il santo si diresse verso le oscure porte dell’Inferno, il luogo in cui certamente il fuoco non mancava.

Giunto alla nera soglia, Sant’Antonio bussò con decisione. A rispondergli fu un diavoletto dalla faccia astuta e dalle corna piccole come quelle di un giovane agnello. Non appena il demonio si accorse che non era un dannato ma un santo, gli sbatté la porta in faccia con rabbia, bestemmiando Dio e i suoi santi. Ma il paziente abate non si lasciò scoraggiare: riprovò più volte, finché i demoni, stufi di quella fastidiosa insistenza, decisero di aprire e lasciarlo entrare, permettendogli di riscaldarsi in un angolo dell’antro infernale.

Seduto vicino al fuoco, Sant’Antonio non si limitò a porgere le mani e i piedi alle fiamme. Con astuzia, fece avanzare anche il suo bastone di ferula, il cui midollo spugnoso aveva la capacità di trattenere una scintilla o un carboncino per lungo tempo. Quando vide che il suo stratagemma aveva funzionato e che la ferula si era abbrustolita, con garbo si congedò dai demoni e uscì dall’Inferno.

Appena tornato sulla terra, sotto lo sguardo sbigottito degli uomini, Sant’Antonio scosse il bastone e dalla sua estremità ardente sprizzarono scintille. Il fuoco, finalmente, era stato donato all’umanità. Da quel giorno, l’uomo imparò a dominare le fiamme, trovando calore, luce e protezione.

Il racconto del furto del fuoco, comune sia a Prometeo che a Sant’Antonio Abate nella tradizione popolare, evidenzia una continuità mitologica e simbolica tra il mondo pagano e quello cristiano. L’eroe civilizzatore che sfida le potenze superiori per donare all’umanità un elemento essenziale si trasforma, nel tempo, da titano ribelle a santo compassionevole.

In entrambi i miti, il fuoco è simbolo di conoscenza e progresso, ma mentre Prometeo lo ruba agli dèi dell’Olimpo sfidando Zeus, Sant’Antonio lo ottiene con astuzia dai demoni dell’Inferno, dimostrando una saggezza più sottile e cristiana. Il suo bastone di ferula, capace di trattenere la scintilla viva, diventa lo strumento della trasmissione del sapere e della sopravvivenza umana, un oggetto magico che racchiude la memoria del fuoco primordiale.

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