di Andrea Romanazzi

La Candelora, che cade il 2 febbraio, rappresenta in molti paesi pugliesi non solo la fine ufficiale del lungo periodo natalizio, ma anche un momento di transizione ricco di significati simbolici. In questa giornata le famiglie smontano gli addobbi e i presepi, riportando la quotidianità nelle case e segnando il ritorno dei bambini alla routine scolastica. Ma c’è un dettaglio, tutto barese, che rende unica questa tradizione: il “Bambino della Strenna”.

Questa figura, profondamente radicata nella cultura locale, sostituisce il tradizionale Gesù in fasce della grotta con un Bambinello già cresciuto, dalla forte connotazione artigianale e popolare. Scopriamo insieme le origini e il significato di questa curiosa usanza.

L’usanza della “strenna” prende origine da una leggenda.

sparsa la voce che era nato un bambino in una stalla illuminata dalla luce di una stella e annunciata dalla voce degli angeli, i pastori di Betlemme, riempirono le loro bisacce di quello che il loro lavoro poteva dare al bambino: latte, formaggi, miele, dolci. Accompagnati dalle loro donne e messisi in cammino per portarli al piccolo nato, un bambino curioso, udito il trambusto nelle vie del suo paesello, si unì e partì con i pastori. Nel cammino, il bimbo curioso, si accorse che era l’unico a non avere tra le mani qualcosa e capì che doveva essere ben importante tutto questo trambusto se tutti avevano tra le mani un dono. Ma lui non aveva niente da portare e anche se avesse voluto, non possedeva nient’altro che il suo povero vestito. Non aveva neanche le scarpe. Con un po’ di vergogna e abbassato il capo, marciò in coda al gruppo di pastori. Quando arrivarono nel luogo indicato dagli angeli, si affollarono intorno a Giuseppe e a Maria, che dolcemente cullava il bambino. Curioso, il pastorello si fece spazio tra le gambe dei pastori, a fatica sgomitando, arrivò vicino a Maria e rimase lì, con gli occhi sgranati e la bocca aperta a guardare quanto di più tenero avesse mai visto: Giuseppe con gli occhi lucidi sul bambino nella mangiatoia diventata una culla, un bue e un asino che con il loro fiato riscaldavano la stalla e Maria, con le mani giunte a ringraziare quel dono. I pastori si accalcavano, si inginocchiavano, le donne con i capi coperti di fazzoletti in segno di riverenza, tutti lasciavano ai piedi della mangiatoia i loro doni e Maria, che aveva preso il piccolo in braccio, era in difficoltà a prendere in mano i generosi fagotti, in segno di gradimento e di ringraziamento. Notò il pastorello, che ancora incantato, guardava quel piccolo tra le sue braccia, allora, sorridendo, lo avvicinò a sé e gli affidò il Bambino Gesù. Istintivamente, il pastorello aprì le braccia per accoglierLo e tutta la felicità del mondo si illuminò sul suo viso. Così il pastorello che non aveva niente da dare, donò a Gesù il calore e le sue braccia. Lui che non aveva niente, neanche le scarpe, donò quanto di più umile ha un uomo: il sostegno agli indifesi. E nacque la leggenda del Bambino della Strenna.

Nella realtà l’origine è davvero molto antica, discende dalla tradizione dell’Antica Roma che prevedeva lo scambio di doni augurali, durante i Saturnalia, ciclo di festività romane che si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, in onore del dio Saturno, e precedevano il giorno del Sol Invictus. Il termine deriva dal latino strēna, vocabolo di probabile origine sabina, con il significato di “regalo di buon augurio”, dalla quale derivò il termine strenae per i doni di vario genere. Secondo Varrone “quasi fin dalle prime origini della città di Roma si adottò l’uso delle strenne istituito da Tito Tazio, il quale per primo prese come buon auspicio per l’anno nuovo il ramoscello di una pianta propizia [arbor felix] dal bosco della dea Strenia”.

Ambito pugliese sec. XIX, Statua lignea di Gesù Bambino - 2875698 - it

E’ questa l’origine dei doni natalizi. Con l’avvento del Cristianesimo, la divinità pagana fu sostituita con il Cristo. Così questo giorno, per i bambini baresi, era particolarmente atteso, perché il Bambino appunto “della strenna” e non Babbo Natale, portava doni e denari. Nelle edicole era poi messo in vendita il “libro strenna”, una raccolta di componimenti in prosa e poesia utile come regalo più “adulto” per le festività.

Successivamente a questa festa pagana si sovrappose una cristiana tutta bizantina.  La Candelora, nella liturgia cristiana, celebra la Presentazione al Tempio di Gesù e la purificazione di Maria, eventi che rispecchiano antichi riti di purificazione presenti nella tradizione giudaica e ripresi nella cultura cristiana. Nel mondo bizantino, questa festa – chiamata Hypapante (in greco, “Incontro”) – acquisì una grande solennità e veniva celebrata con processioni, candele benedette e inni liturgici che sottolineavano l’incontro tra il Cristo e il vecchio Simeone, simbolo del passaggio dalla Legge mosaica alla nuova Alleanza. Bari, come capitale del Catepanato d’Italia, fu un centro nevralgico della cultura bizantina, dove le celebrazioni liturgiche bizantine si fusero con le tradizioni locali. E’ qui che si inserisce l’iconografia del Bambino: Il “Bambino della strenna”, centrale nella tradizione barese, e che richiama alcune rappresentazioni bizantine del Cristo bambino, spesso raffigurato in piedi su un trono o avvolto in ricchi tessuti, simbolo della regalità divina. I festeggiamenti della Candelora non si limitano agli aspetti religiosi e simbolici, ma trovano un momento centrale nella dimensione familiare e comunitaria, legata alle tradizioni del focolare domestico. In questa giornata, le famiglie si riuniscono attorno al calore del fuoco per condividere non solo i preparativi conclusivi del periodo natalizio, ma anche piatti tipici della tradizione barese. Il cuore delle celebrazioni familiari risiede nella cucina, dove si preparano piatti semplici e conviviali che richiamano i sapori autentici della città. I panzerotti, caldi e fragranti, insieme alle sgagliozze, sono protagonisti della tavola, accompagnati dall’allegria e dalla partecipazione di grandi e piccoli. Questi momenti non sono solo un’occasione per gustare del buon cibo, ma rappresentano anche un modo per rinsaldare i legami familiari e comunitari, all’interno di un contesto dove la festa diventa uno spazio di condivisione e intimità. Così, tra l’odore dei piatti fritti, il bagliore del fuoco e il suono delle voci familiari, la Candelora si conferma una celebrazione viva, che coniuga la ricchezza del passato con il calore della comunità. Una festa che non si esaurisce nei riti religiosi, ma trova la sua essenza nel focolare, il cuore pulsante della tradizione barese.

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