di Andrea Romanazzi

L’irpinia è da sempre una regione carica di fascino e mistero, intrisa di quella “magia naturale” che traspare dai boschi e dalle montagne, emanando un fascino senza eguali. L’isolamento geografico, più che in altre parti d’Italia, ha contribuito a un perfetto stato di non mutamento, permettendo il tramandare le antiche tradizioni attraverso la conoscenza popolare. Questo approfondimento parte da un resoconto di viaggio tra le terre di una antica divinità oggi in parte dimenticata.

L’area è stata da sempre un crocevia di popoli, con una presenza umana attestata già 600.000 anni avanti Cristo. Tuttavia, fu verso la fine del quinto millennio che le popolazioni proto-illiriche iniziarono a stabilirsi stabilmente in questi territori. Successivamente, ondate migratorie di gruppi osco-sanniti arricchirono ulteriormente il tessuto culturale della regione, dando vita a un crogiolo di civiltà che si sono susseguite nel tempo. Per incontrare una Antica e dimenticata Dea, raggiungiamo Rocca San Felice, un affascinante borgo medievale situato nell’entroterra dell’Irpinia, nella regione Campania, Italia. Incastonato tra le colline verdi e le valli rigogliose dell’Appennino meridionale e dominato dai resti di un antico castello, la Rocca, che svetta su un’altura e offre una vista panoramica sulle campagne circostanti.

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Le rovine del castello testimoniano la sua importanza strategica durante il Medioevo, quando fungeva da baluardo difensivo contro le incursioni nemiche. Passeggiando tra le sue mura e i suoi bastioni, si può quasi sentire l’eco della storia e delle leggende che avvolgono questo luogo.

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E’ questo scenario di incanto che nasconde l’antico culto ctonio della dea.  Il primo sito esaminato, anche  il più studiato, è il Lago Mefite situato nei pressi del santuario di santa Felicita, ubicato nel territorio del citato paese.

Questo lago di modeste dimensioni, con una profondità di circa due metri e un perimetro di circa 40 metri, è caratterizzato da intensi fenomeni di vulcanismo secondario che ne causano una continua ebollizione dell’acqua a causa delle emissioni gassose di anidride carbonica e acido solforico provenienti dal sottosuolo.

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Il nome del luogo proviene da una antica dea italica, Mefitis, di derivazione osca. Le ipotesi etimologiche sono diverse: potrebbe derivare da “medio-dluitis”, ossia “colei che fuma nel mezzo”, da “Medhu-io”, “colei che si inebria”, oppure, con maggiore probabilità, da “colei che sta nel mezzo”. Quest’ultima interpretazione suggerisce che Mefitis fosse una divinità intermedia, posta tra acqua e terra, tra morte e vita, con il potere di facilitare passaggi e transizioni. Era, insomma, una dea dei confini e delle trasformazioni, spesso associata, seppur senza evidenze certe, ai culti della Grande Madre. Inizialmente venerata nel sud della penisola tra le genti italiche, come Irpini e Lucani, il suo culto si diffuse progressivamente verso altre regioni, arrivando fino all’Italia settentrionale. Tracce di devozione a Mefitis si ritrovano infatti nel basso Lazio, a Casalvieri, nella Valle di Canneto a Settefrati, a San Donato Val di Comino, così come a Cremona, Lodi e Tivoli. Non a caso, questi luoghi sono quasi sempre caratterizzati dalla presenza di acque fluviali o lacustri, a conferma del legame della dea con l’elemento acquatico e i suoi significati simbolici.

Il culto duale della dea

Mefite, come detto, era associata a diverse sfere, principalmente quella delle acque, in particolare nell’area lucana, e quella più ctonia e pestifera delle esalazioni solforose, diffusa principalmente in Campania, ma anche dea dalla terra e della transumanza, ipotesi  rafforzata dal fatto che a ridosso dei percorsi tratturali erano presenti antiche aree sacre dedicate alla Mefite. In Lucania, come detto, era venerata principalmente come dea delle acque e delle sorgenti, ma anche come protettrice della fertilità e della salute. Le offerte rinvenute, infatti, includono statuette votive, ceramiche e altri oggetti che suggeriscono rituali legati alla purificazione e alla richiesta di guarigione. A Satriano è stato rinvenuto un santuario dedicato a Meftis datato IV secolo avanti Cristo, mentre a Ruoti, tra le fiumare, sono state rinvenute numerose testine femminili. Un altro santuario di Mefite si trova nell’area archeologica di Rossano di Vaglio, situata su un’altura che domina la valle del fiume Basento, importante centro religioso e culturale per i Lucani, con testimonianze che risalgono al IV secolo a.C. 

Mefite la Ctonia

Spesso identificata come una dea della terra e dei vulcani, era anche  venerata nei pressi delle sorgenti sulfuree e delle fumarole, dove si credeva che le sue emanazioni avessero poteri curativi e purificatori. Questo legame con le esalazioni vulcaniche e le acque sulfuree la rendeva una divinità con aspetti sia benefici che pericolosi. Uno dei santuari più importanti dedicati alla dea cotnia si trovava nella Valle d’Ansanto, in Irpinia, dove una sorgente sulfurea emanava ed emana ancora vapori pestilenti. Questo luogo sacro era frequentato non solo per motivi religiosi, ma anche per scopi terapeutici, poiché si credeva che le esalazioni della sorgente potessero curare malattie e purificare i fedeli. Resti di questo santuario, tra cui iscrizioni votive e altari, testimoniano l’importanza del culto di Mefite nella regione. Raggiungiamo Rocca San Felice, nella Valle d’Ansanto, in irpinia.

Torniamo però alla nostra Mefite.

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Scrive Calisti in Mefitis: dalle madri alla Madre, “…Il lago presso cui sorgeva un tempo il santuario di Mefite è situato a poca distanza dalle sorgenti dell’Ofanto e del Calore. Esso riecheggia ancora oggi nel suo nome il ricordo della dea, giacché è detto appunto Mefite o Mofeta. Nel visitare la Valle si comprende facilmente il suo ricorrere in fosche descrizioni, il suo essere considerata una Porta degli Inferi. Le colline che dolcemente digradano dall’altura su cui è abbarbicato il paese di Rocca S. Felice appaiono verdeggianti, ricche di campi coltivati, di prati lasciati al pascolo e di boschi. Nell’affacciarsi sul «Vallone dei Bagni» il panorama muta invece bruscamente. Come una ferita si apre infatti, tra il verde, un cratere riarso, in cui la poca vegetazione presente appare bruciata dalle esalazioni sulfuree emananti dalla Mofeta. Le acque del lago sono caratterizzate da un innaturale colore lattescente, che si ritrova anche nelle zone del cratere da cui esse si sono ormai da tempo ritirate. Emanano uno sgradevolissimo odore di zolfo, che accompagna al fastidio la nocività: non è infrequente infatti imbattersi in carcasse di animali, soffocati a causa del repentino cambiamento del vento, che rende l’aria irrespirabile. Le emissioni di acido solfidrico danno poi luogo, in talune circostanze, a dei veri e propri soffioni, sistemati a corona intorno al lago, o sprigionantisi dal fitto del vicino boschetto. Favorisce ad aumentare la suggestione del luogo il continuo rumoreggiare provocato dalla risalita in superficie dei gas, che costantemente fanno ribollire le dense acque della Mofeta, mugghiando sommessamente in un cupo lamento”. 

Una descrizione simile a quella fatta più di duemila anni prima dal poeta Virgilio: “Un luogo si trova al centro d’Italia sotto alti monti, nobile e rinomato in molti paesi, la valle d’Ansanto; lo circondano, premendolo da entrambi i lati, boscosi fianchi di dense fronde, e nel mezzo un torrente fragoroso rimbomba tra i sassi e il gorgo tortuoso. Qui si mostrano una caverna spaventosa e gli anfratti del crudele Dite e, da un Acheronte all’improvviso squarciato, un’enorme voragine apre le sue pestifere fauci, dove l’Erinni, odioso nume, nascostasi, liberava da sé terre e cielo.” 

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Il luogo è descritto anche da Plinio nella sua Historia Naturalis “Le esalazioni mortali, altrove uscite da fori nel terreno o micidiali per la specifica natura del luogo, altrove nocive solo per gli uccelli, come sul Soratte, nel territorio vicino a Roma, altrove invece per tutti gli esseri viventi, escluso l’uomo, e qualche volta anche per l’uomo, come nella regione di Sinuessa e in quella di Pozzuoli; si parla di «spiragli» o altrimenti di «bocche di Caronte»: sono fori che emanano un’aria micidiale. Lo stesso ricorre tra gli Irpini ad Ampsancto, località presso il tempio di Mefiti, dove chi entra muore; parimenti a Ierapoli in Asia, luogo innocuo solo per il sacerdote della Magna Mater”.

Un luogo di morte dunque, ed infatti i riti qui svolti a presso la Mefite includevano sacrifici e offerte di oggetti votivi, spesso gettati nelle acque sulfuree a lei sacre. Ed infatti il termine, successivamente è stato usato per indicare il fetore mortifero della terra che si sviluppa dalle acque sulfuree. Servio definisce Mefitis dea odoris gravissimi,che poco sembra avere a che fare con la dea acquatica introdotta in precedenza. Le vittime, forse i buoi della transumanza, ma anche pecore e capre, venivano condotte in prossimità del lago ribollente, dove erano purificate dai vapori e uccise attraverso le esalazioni venefiche che respiravano. Servio, infatti, descrive come le vittime “odore perirent ad aquam adplicatae“, ovvero “morivano per i miasmi accompagnate fino all’acqua“. In questa pratica religiosa di purificazione e offerta alla dea, sembrava che Mefite stessa venisse a prendere le vittime accompagnate presso il laghetto ribollente. Era come se la dea, soffocando gli animali sacrificali con i suoi acri vapori, accettasse l’offerta, dimostrando di gradirla. La dea, quindi, non desiderava sacrifici con spargimento di sangue, ma uccideva le vittime con l’aria, facendole scendere sotto terra nel luogo del fuoco eterno che prorompeva dal sottosuolo con una forza primitiva, purificatrice e distruttrice. Il sacrificio per Mefite era dunque un autentico descensus ad inferos. Questi riti erano volti a placare la dea e a ottenere i suoi favori, che potevano variare dalla protezione contro le malattie alla fertilità dei campi. I riti dedicati includevano anche offerte di oggetti votivi, spesso gettati nelle acque sulfuree a lei sacre. Il ritrovamento più significativo nella Mefite è costituito dal gruppo delle Xoane, sculture lignee a figura umana, risalenti al VI-V secolo a.C. Queste opere sono giunte fino a noi quasi intatte grazie alla presenza di gas solforati nella Mefite, che hanno svolto un’azione mineralizzatrice, preservandole nel tempo. Tre statuette di tipo figurativo, sono oggi custodite presso il Museo Irpino. La più grande di queste, alta 168 cm, è ritenuta una raffigurazione della dea Mefite. 

Non sono gli unici reperti, nell’area è stata rinvenuta una collana di ambra del V secolo a.C., caratterizzata da cinque pendenti con volti femminili e tre scarabei, nonchè bronzetti di alta fattura, probabilmente provenienti da officine etrusche, e statuette fittili di lavorazione più modesta raffiguranti varie divinità, tra cui Eracle, Afrodite, Atena.

 Come testimoniano le offerte, il tempietto fu frequentato per almeno sei-sette secoli, e recenti scavi hanno rivelato le fondamenta di un precedente edificio sacro tardo-antico e, nelle vicinanze, una piccola necropoli che testimonia la frequentazione bimillenaria dell’area. Se all’inizio la dea è vista dall’Antico come sovrana del passaggio e del mondo ctonio, successivamente avviene la sua demonizzazione, espressione della negatività latente della natura femminile, per divenire striges che utilizzavano composti da erbe fetide e altri ingredienti ripugnanti. Pian piano l’elemento naturale e idrico poteva nel culto veniva dimenticato a favore di quello degli Inferi conferito ai luoghi «mefitici», come testimoniato dai sopra citati passi virgiliani. Essa abbandona la prima fase del culto per associarsi al mondo non‐civilizzato del femminile. 

Sembra davvero complesso legare questa dea alla Mefite delle acque e più in generale ai culti della Grande Madre, nonostante anche essi fossero legati anche all’aspetto di morte. Un paragone potrebbe essere fatto con Persefone, figlia di Demetra, rapita da Ade e quindi divenuta, per sei mesi, regina dell’oltretomba. Il suo ruolo era quello di assistere Ade nel governare i morti e mantenere l’ordine nell’aldilà. Persefone può essere considerata una Grande Madre per diverse ragioni simboliche e mitologiche che rispecchiano il suo ruolo e la sua influenza nel ciclo della vita e della natura. La dea, infatti, ha un ruolo unico di mediatrice tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questa capacità di muoversi tra due mondi rappresenta un ponte tra la vita e la morte, un tema comune nelle figure della Grande Madre, che spesso incorpora aspetti sia della creazione che della distruzione. In aggiunta Persefone era anche associata alla fertilità e all’abbondanza. Il suo ritorno dal regno dei morti segna l’inizio della primavera, un tempo di crescita e rinnovamento. Questo legame con la fertilità è un tratto distintivo della Grande Madre, che è spesso venerata come portatrice di vita e abbondanza. È infatti da ricordare che Mefite era legata anche alla fertilità dei campi e all’agricoltura. Uno dei suoi epiteti era Aravina, nome connesso con la radice del verbo latino arare. Questo suggerisce una stretta correlazione della Mefite della valle d’Ansanto con l’aratura e la cura degli animali, la fecondità dei campi e il ciclo delle stagioni che la garantisce. Potrebbe essere questa la chiave per interpretare anche  Mefitis ma non ci sono evidenze chiare.

La chiesa, ha poi esorcizzato e sovrapposto al culto della dea quello di santa Felicita, martire cristiana del II secolo d.C. martirizzata sotto Marco Aurelio per aver rifiutato di abbandonare la  fede. La venerazione di Santa Felicita ha in parte sostituito e cristianizzato il culto pagano di Mefite cancellando “tutto quello che poteva essere sconveniente al decoro della casa di Dio“. Così fu realizzata la chiesa di santa Felcita, per santificare i giorni 9 e 10 luglio durante i quali, precedentemente, la popolazione pagana era solita fare pellegrinaggi al tempio e offrire vittime alla dea Mefite. Probabilmente la scelta è legata alla scena presente in un  gran dipinto del Santuario nel quale sono raffigurati tutti i sette giovani Martiri, distesi a terra in una pozza di sangue, uccisi in diversi modi secondo la storia, e la loro santa madre Felicita, genuflessa, mentre il tiranno sta per colpirla con la scure, affrettandole il momento di ricevere la palma del martirio. Della primitiva chiesa cristiana non resta alcuna traccia. La chiesa successiva, probabilmente edificata dopo la conversione dei Longobardi e prima del trasferimento dell’abitato sulla collina rocciosa dell’attuale Rocca San Felice nel secolo IX, è stata più volte restaurata, conservando poco dell’antica fisionomia. 

Il nuovo culto non ha però mai fatto dimenticare gli antichi retaggi pagani se Michele Fortunio Conte, in un articolo pubblicato nella “Rivista delle tradizioni popolari italiane” del 1894 scrive: “Dalla popolazione che circonda questa famosa valle, essa non è conosciuta diversamente che con nome di Mofita locus mofi. e creduta né più né meno una bocca dell’inferno. Virgilio, nel libro VII dell’Eneide, tale la canta e il popolino vi ha tanto fantasticato intorno che ne ha tratto fuori le più svariate congetture e leggende … È fama che presso il taglietto principale esistesse un tempio pa gano dove si adorava la Dea Mefita, ma che si rovinò per lo scoscendersi della valle e le insidie delle Erinni. Nulla però puossi accertare di vero a eccezione delle varie congetture mosse dal rinvenimento di idoli, monete e oggetti preziosi di epoca, così detta, pelasgica…il popolo cosiddetto intelligente, crede a Caronte e ai maligni spiriti, ma il popolo grosso resta fermo nelle sue idee. La Mofta e la bocca dell’inferno; il puzzo che esala è il respiro del demonio…”.

Quella di Rocca san Felice non è però l’unico luogo di culto irpino. A pochi chilometri da lago mofeta troviamo la meno nota Mefite Frigentina, nei pressi di Frigento un comune in provincia di Avellino. Il terzo luogo di culto irpino dedicato a Mefite è sito a Mavizza di Montecalvo. Qui troviamo le Bolle della Malvizza, che rappresentano il più vasto gruppo di vulcanetti di fango nell’Appennino meridionale, un fenomeno raro di natura sedimentaria che contrasta con le tipiche manifestazioni vulcaniche come le mofete, le fumarole e le solfatare di origine vulcanica. Situate nel territorio comunale di Montecalvo Irpino, nell’Appennino campano, lungo un pianoro nella valle del Miscano a circa 518 metri di altitudine, le Bolle della Malvizza emettono idrocarburi gassosi. Questo fenomeno mostra somiglianze con le salse dell’Appennino centro-settentrionale e con le maccalube della Sicilia. Qui si tenevano divinazioni per il futuro.  Veniva infatti immersa una canna e se questa rimaneva in piedi il responso era positivo. Seneca e Plinio menzionarono le “aure pestifere” delle mefiti di Montecalvo, le quali erano letali per gli uccelli che attraversavano il sito, considerato di cattivo auspicio. Secondo leggende popolari le mefiti di Montecalvo, conosciute come le “bolle della Malvizza”, erano considerate dagli antichi sede di numerosi spiriti, sia benevoli che malevoli, che proteggevano o minacciavano punti cruciali come la porta delle case, il focolare, la dispensa, i campi, i confini, i boschi e le acque. Ancora una volta emerge una sorta di aspetto duale.

Secondo una leggenda locale le bolle si sarebbero formate quando la taverna di un malefico oste sprofondò, per volontà di Satana (o secondo altre versioni, di Cristo o San Nicola, offesi dal persistere della malvagità), dopo che l’oste aveva ucciso e derubato i suoi clienti per poi cucinarne la carne. La tradizione popolare narra che ancora oggi, il 15 agosto di ogni anno, si udirebbero, secondo i locali, i lamenti dell’infame oste emergere tra il rigoglio delle acque.

Per concludere questo reportage, possiamo ipotizzare che Mefitis altro non sia che un aspetto della divinità delle acque sul tipo di Giunone Mefitide, figura meno conosciuta nella mitologia romana, che unisce due aspetti distinti della religione romana: Giunone, la regina degli dei, e Mefitis, una dea locale delle esalazioni nocive e delle paludi. L’epiteto “Mefitide” potrebbe anche evidenziare l’aspetto purificatore e protettivo della dea, capace di controllare e mitigare le esalazioni nocive. 

Nel prossimo approfondimento parleremo della Mefitis più “materna” cultuata in Lucania.

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