di Andrea Romanazzi
Abbiamo già avuto modo di scrivere di Altamura, città dalle radici profonde e dalla pietra viva, custode di storia, misteri e tradizioni millenarie. In questo nuovo contributo ci soffermiamo su un aspetto poco esplorato ma affascinante: il culto di San Michele Arcangelo, che ad Altamura assume forme particolari, intrecciandosi con simbolismi, riti e architetture che parlano di una devozione antica, capace di unire la dimensione celeste con quella terrena.
Partiamo da Altamura, la Leonessa di Puglia, città che si vuole fondata da Altea, la regina dei Mirmidoni. In fuga da Troia dopo la sua caduta, la regina guidò il suo popolo alla ricerca di una nuova casa per giungere alla pianura di Altamura, dove fondò una città che portava il suo nome, Altilia, in onore della sua terra natale, Troia. Lasciando la leggenda, anche gli studiosi non sono perfettamente certi di quali siano realmente le origini della città. Secondo studi basati sulla Tavola Peutingeriana, un antico documento romano che rappresenta una mappa stradale dell’Impero Romano, Altamura sarebbe l’antica “Sublupatia” o Lupatia, città misteriosa sulla quale gli archeologi hanno scritto tantissimo e che potrebbe coincidere con l’antico insediamento di Jesce presente poco lontano dalla città. Secondo lo studioso secentesco Domenico Santoro, invece, Altamura sarebbe stata conosciuta con il nome di Petilia in epoche antiche. Questa teoria si basa su testimonianze di autori latini e traduttori medievali che facevano riferimento a Petilia quando parlavano di Altamura. Il mistero di Altamura si lega anche a Federico II. Secondo alcune fonti storiche, tra cui il cronista di corte Pseudo Jamsilla nel XIII secolo, era l’antica Alitea citata in una relazione alle gesta di Federico II di Svevia, ma anche in questo caso è probabile che la citata cittadina sarebbe situata presumibilmente in Calabria. Certamente il nome odierno proviene dal toponimo “Murum” che si riferisce alle antiche mura megalitiche della città, e con il quale era citata in documenti notarili del XIII secolo. Come detto in questo approfondimento vogliamo concentrarci sul culto micaelico. Il culto di San Michele ad Altamura affonda le sue radici nell’antichità e continua a prosperare attraverso le secoli, mantenendo vive le tradizioni sacre della città. La prima testimonianza archivistica sul culto dell’Arcangelo è datata 1424 dove si parla di un luogo di culto costituito da due grandi grotte probabilmente appartenenti a una piccola comunità agro-pastorale che popolava la zona oggi identificabile con la cripta rupestre di San Michele delle Grotte, anticamente conosciuta come Sant’Angelo di Larizza. Questo suggestivo sito sacro, nascosto sotto il livello stradale in via Madonna della Croce, testimonia un culto antichissimo che affonda le radici nella spiritualità orientale e nella devozione popolare medievale.

La sua esistenza è documentata già nel 1490, quando viene citata come “Cappella Sancti Angeli de Laricza extra terram Altamurae”, ma alcune fonti la ritengono di origine ben più remota, forse addirittura anteriore al X secolo. Nel corso dei secoli, il sito subì trasformazioni significative: attorno al XV secolo vi si stabilì il rito latino, dopo un periodo di officiatura da parte del clero greco. Un documento del 1402 attesta una concordia tra i due riti, mentre un atto del 1424 segnala la presenza ufficiale di un prete latino.
Ma è il corpo stesso della cripta a raccontare la sua storia. Scavata interamente nella roccia, si compone di tre navate sorrette da cinque pilastri quadrati, e si distingue per una struttura massiccia e severa, con una grande volta piatta e bassa. L’accesso avviene tramite una doppia scalinata che conduce a due ampie grotte (identificate come C e D nella planimetria antica), un tempo affrescate e ornate di icone. Oggi rimangono solo poche tracce pittoriche, ma resistono due affreschi secenteschi raffiguranti Santa Lucia e San Nicola, testimoni di una devozione popolare mai interrotta.

Infatti, la cripta fu probabilmente officiata da monaci basiliani vissuti in eremitaggio, senza mai fondare un convento vero e proprio. Questo spiegherebbe la sua lunga autonomia ecclesiastica e lo status di luogo sacro nullius, cioè non soggetto a una diocesi specifica. L’eremitismo basiliano, con la sua vita silenziosa e appartata, ha lasciato in queste grotte non solo tracce di fede, ma anche un senso profondo di sacralità legato alla terra, alla roccia, al tempo che scorre.
A confermare l’antichità del luogo, si trovano ancora tracce di affreschi nella cosiddetta grotta D, che probabilmente fungeva da sagrestia. Ogni elemento architettonico e simbolico di questa cripta sembra dialogare con una spiritualità antica, dove il culto di San Michele, protettore delle alture e delle caverne, si intreccia con il paesaggio carsico e con le radici orientali della fede.
La Descrizione della Grotta
L’impianto sacro è costituito da due grotte adiacenti che un tempo dovevano essere completamente affrescate. L’immagine sacra presente sull’altare principale, raffigura una scena con tre figure sacre. La figura centrale è l’arcangelo Michele, identificabile dall’etichetta “S. ANGE MICAE” e dalla sua iconografia tipica che lo vede con le ali e una lancia raffigurato mentre sconfigge un drago o un demone, come in questa rappresentazione.

A sinistra di San Michele c’è un santo vestito con abiti monastici neri e un libro rosso, con l’etichetta “S.” (probabilmente per “San”) vicino alla sua testa. Potrebbe un santo monastico, con in mano delle catene. Potrebbe essere identificato come San Pietro da Verona (San Pietro Martire), membro dell’Ordine dei Domenicani, spesso rappresentato con delle catene e un libro, riflettendo sia il suo ruolo di predicatore che il suo martirio. A destra di San Michele c’è un altro santo con una tunica rossa, che tiene una palma del martirio e una graticola. L’etichetta accanto a lui recita “S. LAURENTIVS”, ovvero San Lorenzo ed infatti la graticola è un riferimento al suo martirio.


Particolarmente significativo è poi l’affresco absidale dell’altare principale, con un Cristo Pantocratore, affiancato dalla Madonna e dal Battista. L’opera, seppur ormai databile tra XIII e XIV secolo, conserva chiari influssi italico-bizantini, elementi che rafforzano l’ipotesi di una lunga fase iniziale di vita greco-orientale del luogo.

L’affresco raffigura il Cristo al centro con la Vergine Maria e San Giovanni Battista ai lati, che rappresenta una tipica Deesis (dal greco “supplica”), una composizione sacra che mostra Cristo in maestà tra i due santi intercessori. Il Cristo Pantocratore, rappresentato frontalmente con una barba e capelli lunghi, la aureola crociata dorata è raffigurato con la mano destra sollevata in un gesto di benedizione alla greca.

La presenza di una serie di santi caratterizzati da una tradizione di pellegrinaggi, come san Nicola o san Pietro suggerisce che il luogo fosse meta dei viandanti che attraversavano il territorio di Altamura verso Bari o altre mete costiere.

Un dettaglio affascinante è una nicchia settecentesca utilizzata per conservare l’acqua miracolosa raccolta durante i pellegrinaggi alla grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo, dietro all’altare dove è presente un “pozzillo”, che conterrebbe l’acqua miracolosa e taumaturgica che scorga dall’antro.


La tradizione ctonia dell’Arcangelo e del culto delle sue acque sacre è molto diffusa soprattutto nel sud Italia e in particolare in Puglia ove, nel Medioevo, vasche naturali utilizzate dai precedenti culti di abluzione, furono denominate “culle dell’Angelo”, e molte tradizioni parlano di miracoli di Michele e delle sue acque terapeutiche.

Ad ogni modo l’impianto rupestre doveva essere particolarmente noto e sovvenzionato da famiglie nobili locali come dimostra il pavimento in piastrelle di maiolica di Laterza raffigurante delle grandi margherite che può essere datato per la fine del Seicento e che sicuramente sarebbe stato realizzato grazie a importanti donazioni.

Il culto altamurano dell’Arcangelo però non finisce qui. In pieno centro cittadino sorge la chiesa del Purgatorio, conosciuta come chiesa di San Michele al corso, di fronte al Duomo. Qui, una statua marmorea dell’Arcangelo San Michele e dipinti dei Santi Gabriele e Raffaele testimoniano la venerazione angelica.


La chiesa ha anche servito come sede della confraternita di san Michele, una comunità principalmente composta da contadini, che organizzava processioni solenni in onore dell’Arcangelo. In passato il raduno per iniziare il pellegrinaggio aveva luogo alle ore 4:30 presso la Chiesa di San Michele per partecipare alla celebrazione della Santa Messa. Dopo la benedizione impartita dal sacerdote, i partecipanti si preparavano per la partenza. In doppia fila, si scendeva lungo Corso Federico II e si proseguiva per tappe, Ruvo, Corato, Trani, Barletta, Margherita di Savoia, Zapponeta e Manfredonia, fino ai piedi del monte. I fedeli si fermavano per mangiare e riposare dopo il lungo cammino. La mattina, i partecipanti salivano a piedi sul monte per raggiungere il santuario e partecipare alla Messa. Il viaggio continuava in bicicletta verso la Madonna Incoronata, per poi proseguire in direzione di Andria, dove si sostava per il riposo. Il cammino riprendeva verso Bitonto, dove si visitava la Chiesa dei Santi Medici. Dopo il pranzo, si proseguiva per Palo. Poco prima di arrivare nella zona chiamata “Lanzaretti”, le biciclette venivano decorate con pennacchi colorati, fiori e immagini di San Michele.

Il corteo continuava verso Altamura; una volta giunti a Porta Bari, si effettuava il giro del paese e, passando sotto l’arco, si raggiungeva la Chiesa di San Michele. Qui, tutti insieme, cantavano mentre si celebrava la Messa. Fuori, lungo il percorso, si potevano ammirare le biciclette addobbate in onore di San Michele.





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