di Davide Busato
Studiare la stregoneria veneziana significa addentrarsi in un labirinto di paure, saperi e poteri che definiscono l’anima stessa della Serenissima. Non è un esercizio di erudizione antiquaria, ma un atto di ascolto verso voci che la storia ha tentato di mettere a tacere. Dietro le accuse di magia, le confessioni estorte, i processi e le condanne si muove un’intera costellazione di significati: la tensione tra fede e ragione, la lotta per il controllo del sapere, la paura dell’altro e del diverso.
Davide Busato ci porta tra i meandri dei superstiziosi delle calli veneziane
Perché studiare oggi la stregoneria veneziana
Perché quei processi, quelle accuse e quei sospetti non appartengono a un passato remoto: parlano di paure collettive, di saperi marginali e di conflitti profondi tra autorità religiosa e conoscenza popolare. Studiare la stregoneria a Venezia significa comprendere come una società complessa, raffinata e cosmopolita come quella della Serenissima affrontasse l’incertezza, la devianza e la differenza. In questo campo, il lavoro di Marisa Milani resta insostituibile. Con opere come Piccole storie di stregoneria nella Venezia del ’500, Milani ha riportato alla luce figure dimenticate, restituendo umanità e voce a donne e uomini processati per superstizione, magia o presunti patti col diavolo. Il suo metodo – archivistico, ma capace di cogliere la dimensione antropologica del fenomeno – ha aperto una via che oggi consente di leggere l’Inquisizione veneziana non come semplice strumento di repressione, ma come specchio di una cultura in bilico tra fede e conoscenza.
Una città tra fede e superstizione
Nel Seicento, mentre l’Europa si proclamava moderna, tra dispute scientifiche e viaggi oltre i confini, a Venezia si continuava a pronunciare una parola antica: strega. La sua radice latina, strix, rimandava a un uccello notturno che succhiava il sangue dei neonati, simbolo di paura e mistero. Col tempo quella creatura prese forma umana: divenne donna, guaritrice, sospetta, accusata di aver stretto un patto con il demonio. Come ha spiegato Andrea Del Col, la caccia alla strega non fu solo fanatismo o misoginia. Fu un sistema complesso, fatto di credenze popolari, diritto consuetudinario e giurisdizioni ecclesiastiche variabili, in cui il popolo non era soltanto vittima ma anche attore. Denunciava e, nello stesso tempo, si rivolgeva a chi “sapeva”, a chi poteva guarire o proteggere. Per molti, la stregoneria non era eresia, ma un sapere di necessità.

L’Inquisizione veneziana
L’archivio dei cosiddetti Savi all’Eresia, che in realtà conserva gli atti del Sant’Ufficio di Venezia, è oggi una miniera di informazioni. Sebbene lacunoso – mediamente solo il 70% dei fascicoli secenteschi è sopravvissuto – esso consente di ricostruire con precisione il funzionamento del tribunale. A guidarlo erano tre figure: il nunzio apostolico, che a Venezia deteneva un ruolo di primo piano, l’inquisitore, inizialmente francescano e successivamente domenicano, e il patriarca. Accanto a loro operavano i savi all’eresia, tre senatori patrizi veneziani incaricati di rappresentare il potere civile e garantire che nessuna sentenza sfuggisse al controllo dello Stato.
Le udienze si svolgevano nella cappella di San Teodoro, accanto alla Basilica di San Marco, tre volte alla settimana. L’Inquisizione non disponeva di proprie forze di polizia e si appoggiava ai Signori di Notte al Criminal per arresti e detenzioni. La tortura, benché prevista, appare raramente: il metodo più efficace restava la pressione psicologica, l’isolamento, la reiterazione degli interrogatori. Spesso l’imputato non conosceva le accuse precise e veniva giudicato anche sulla base della reputazione: bastava che un parroco dichiarasse che una donna non frequentava la messa o non si confessasse per metterla in pericolo.
Gli Esecutori contro la bestemmia
A fianco del Sant’Ufficio a Venezia agiva la magistratura civile degli Esecutori contro la bestemmia, incaricata di perseguire i reati morali e religiosi. Le loro competenze spesso si sovrapponevano a quelle inquisitoriali, in particolare nei casi di donne accusate di magia o di comportamenti ritenuti scandalosi. Le loro pene erano severe, non a caso le uniche condanne a morte nel Seicento furono eseguite per loro ordine.

I saperi proibiti
Come ha messo in luce la studiosa Ruth Martin, le accuse nei processi venezianisi possono distinguere in sei categorie: la necromanzia, colta e cabalistica; le orazioni e invocazioni, radicate nella cultura popolare; la divinazione, che comprendeva astrologia e interpretazione dei sogni; incanti e amuleti, strumenti di protezione domestica; la guarigione, spesso legata alla medicina empirica; e infine il maleficio, ossia il danno intenzionale inflitto a persone, animali o raccolti.
Molti praticanti non si ritenevano eretici, ma guaritori, operatori di rimedi alternativi, qualcuno semplice truffatore. I loro strumenti erano piccoli libretti magici, venduti da barbieri, speziali o frati curiosi, in cui si mescolavano preghiere cristiane, formule ebraiche e geometrie sacre. Alcuni di questi testi, conservati oggi negli archivi veneziani, rivelano un sapere ibrido, dove fede e scienza si sfiorano e si confondono.
Tra processo e superstizione
La mia ricerca per il Seicento, condotta su un centinaio di buste e oltre duecento processi, ha portato all’analisi di ventisei casi completi: tredici dedicati a streghe, amuleti e inquisitori, e altrettanti a stregoni, astrologi e negromanti. Nessuno di essi si concluse con il rogo, ma le pene furono spesso dure: esilio, frusta, carcere o galea – considerata, quando superava i 5 anni, una morte differita. Da queste carte emerge una Venezia dove la magia non era un margine, ma una realtà condivisa. Era tollerata e temuta, praticata e denunciata, nascosta e cercata. Tra le carte dell’Inquisizione non restano solo nomi: restano esitazioni, reticenze, frammenti di un mondo in cui la superstizione era una forma di ragione, e la ragione, da sola, non bastava.






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