di Andrea Romanazzi
Il Carnevale di San Demetrio Corone, piccolo borgo arbëreshë della Calabria, è molto più di una festa: è un viaggio nelle profondità di una tradizione che mescola simbolismo, storia e spiritualità. Tra le antiche strade del paese, dove le voci del passato si fondono con quelle del presente, la celebrazione prende forma attraverso riti e maschere che raccontano l’identità di una comunità fiera delle proprie radici.
Il Carnevale di san Demetrio si apre curiosamente con la Festa dei Defunti che, nel rito bizantino, rappresenta una celebrazione di profonda spiritualità e tradizione, fortemente radicata nella comunità. Questa ricorrenza, che precede la prima domenica di Carnevale, è stata pensata anche come monito per i fedeli, per invitarli alla moderazione e riflessione prima degli eccessi carnevaleschi. La celebrazione si sviluppa nell’arco di una settimana, durante la quale l’intera comunità si prepara spiritualmente e materialmente. Sette giorni prima della festa, in chiesa iniziano le liturgie solenni, caratterizzate da preghiere, canti e momenti di raccoglimento dedicati ai defunti. Queste liturgie vedono la partecipazione di quasi tutta la popolazione, rafforzando il senso di unione e condivisione nel ricordo dei propri cari scomparsi. Negli ultimi tre giorni, il rito assume un carattere più intimo e personale: il prete si reca nelle case dei fedeli, cominciando da coloro che hanno subito un lutto recente. Questa visita non è solo un gesto di conforto, ma anche un’occasione per officiare la cerimonia dell’elevazione della “paneghia”, un momento di preghiera e benedizione dedicato ai defunti della famiglia. Nelle abitazioni, i fedeli preparano con cura una tavola apparecchiata con elementi simbolici e rituali: due pani, un piatto di grano bollito (simbolo della resurrezione), una bottiglia di vino, un bicchiere, un cucchiaio e un coltello. Durante la visita, il prete spezza il pane e lo distribuisce ai presenti, tra cui spesso ci sono parenti e vicini di casa, accompagnandolo con un cucchiaio di grano bollito. Questo gesto simboleggia la condivisione e il legame tra vivi e defunti. In segno di gratitudine, il prete riceve un pane e una bottiglia di vino, che vengono poi utilizzati nelle celebrazioni liturgiche successive. Il giorno della festa, l’intera comunità si anima in un misto di spiritualità e convivialità. Sin dalle prime ore del mattino, bambini e poveri si recano di casa in casa a chiedere l’elemosina, un’usanza che affonda le sue radici in un’antica tradizione di carità e condivisione. L’elemosina viene donata sia in natura – sotto forma di pane, dolci o altri alimenti – sia in denaro, e rappresenta un modo per onorare i defunti attraverso gesti di generosità. La mattinata culmina con una processione guidata dal prete, che accompagna la comunità fino al cimitero. Durante il tragitto, le donne cantano nenie struggenti e melodiche, veri e propri canti rituali che evocano il ricordo dei morti e invitano alla riflessione sul mistero della vita e della morte.

Giunti al cimitero, si assiste a un momento di grande intensità emotiva: molte famiglie stendono una tovaglia bianca sulla tomba dei propri cari e vi dispongono cibi e bevande, tra cui vino, caffè, liquori, dolci, pane e salami. Questi doni vengono offerti a chiunque voglia unirsi nel ricordo, creando un’atmosfera di condivisione e solidarietà che attraversa il dolore del lutto. In chiesa, dopo la processione, si svolge un altro rito significativo: la consumazione rituale dei “colivi”, grano bollito arricchito da spezie o dolcificato, che simboleggia la speranza nella resurrezione e la continuità della vita.
Questa descrizione coglie perfettamente la profondità simbolica e antropologica legata ai riti dei morti nel contesto del Carnevale, inteso come capodanno agricolo. Il legame tra i semi, che germogliano dalla terra, e i defunti, che simbolicamente “vivono” sotto di essa, riflette una visione ciclica della vita e della morte, profondamente radicata nelle tradizioni agricole e spirituali.
Il banchetto nel cimitero e il rito bizantino dell’elevazione della paneggia sono esempi di come il cibo e i gesti rituali creino un ponte tra i vivi e i morti. La presenza dell’olio, dell’aceto e del grano rafforza questa connessione: il grano, in particolare, ha una forte valenza cristiana, rappresentando la resurrezione e il ciclo eterno della vita.
Questo tipo di cerimonie ci riporta a un tempo in cui la morte non era percepita come una cesura definitiva, ma come una fase del grande viaggio dell’esistenza. Il rito originariamente destinato ai viaggiatori è oggi trasformato in celebrazione per i defunti, sottolineando l’analogia tra il viaggio terreno e quello ultraterreno.
Sempre nel contesto del carnevale come calendario agricolo troviamo La Notte dei Diavoli, celebrata il Martedì Grasso a San Demetrio Corone, comunità arbëreshë della provincia di Cosenza. Questo rito, intriso di simbolismo e folklore, è forse il più celebre tra quelli legati al Carnevale in questa regione. Al calar del sole, alcuni giovani del paese, con il corpo imbrattato di grasso e il viso annerito, vestiti con pelli di capra e con enormi corna sul capo, percorrono le strade dimenando catene e campanacci. I loro urli riecheggiano nei vicoli, portando scompiglio tra gli abitanti. Sono i Diavoli di San Demetrio, figure inquietanti che rappresentano la tentazione e l’eccesso. Per i bambini e gli adulti del paese, l’arrivo dei Diavoli è un momento di timore misto a eccitazione: “Mbulli diert, se jan’e arrevonjin djelzit”, ovvero “Chiudi la porta, stanno arrivando i diavoli”. In passato, quando i travestimenti erano appannaggio dei più poveri, far entrare i Diavoli in casa significava accettare di perdere qualche salume o altro bene alimentare, in nome di Re Carnevale e del caos che esso rappresenta.
Questa antica usanza affonda le sue radici in un sistema simbolico complesso: i Diavoli incarnano la perdizione, l’eccesso sfrenato e il peccato, elementi che culminano nell’esplosione di festeggiamenti del Martedì Grasso. Essi rappresentano anche il preludio al Mercoledì delle Ceneri, giorno di riflessione e purificazione che segna l’inizio della Quaresima.
Il passaggio dal caos al raccoglimento si esprime attraverso il rito del pianto di Zù Nicola. Durante questo corteo funebre, una bara viene accompagnata da una finta vedova disperata e da un gruppo di amanti. Zù Nicola è morto per eccessi di cibo e alcol, incarnando l’anno vecchio che si lascia alle spalle i mali del passato. La vedova, consolata dalle amanti, accusa scherzosamente i partecipanti di essere responsabili della morte del marito, e il corteo si ferma davanti alle case più note del paese per lanciare pungenti satire e rimproveri. Dal punto di vista antropologico, il Carnevale è spesso associato ai riti di passaggio che segnano la fine di un ciclo (l’anno vecchio, l’inverno) e l’inizio di uno nuovo (la Quaresima, la primavera). La figura di Zù Nicola, morto per eccessi, incarna l’anno vecchio che muore, portandosi via i mali e gli eccessi del passato. I Diavoli di San Demetrio, coperti di grasso e pelli, puzzolenti e minacciosi, richiamano le forze caotiche della natura che la società cerca di controllare.
Con il Mercoledì delle Ceneri, il Carnevale cede il passo a un periodo di penitenza, simboleggiato dalla comparsa nelle case della Kreshma o Korajizma. Questa bambolina, con sette penne di pollo sul capo, rappresenta le settimane che mancano alla Pasqua. Ogni settimana si stacca una penna, segnando il lento avvicinarsi della Resurrezione. La Notte dei Diavoli è un rito che non solo celebra l’identità culturale arbëreshë, ma che preserva un prezioso legame tra tradizione e comunità, in un Carnevale unico nel suo genere.





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