Alle origini dell’Indagatore dell’Incubo

di Andrea Romanazzi

Quando, alla fine del settembre del 1986, apparve nelle edicole italiane il primo numero di Dylan Dog, intitolato L’alba dei morti viventi, nulla lasciava ancora immaginare quanto complessa sarebbe diventata, nel corso degli anni, la biografia del suo protagonista, presentato inizialmente come un singolare investigatore londinese specializzato in quei casi che la polizia, la medicina e la razionalità comune non riuscivano a spiegare. Tiziano Sclavi forniva al lettore pochi elementi, sufficienti tuttavia a delineare un personaggio immediatamente riconoscibile: un ex agente di Scotland Yard, astemio dopo un passato segnato dall’alcolismo, vegetariano, malinconico, irrimediabilmente attratto dalle donne e dall’impossibile, residente al numero 7 di Craven Road insieme all’assistente Groucho, impegnato nel tempo libero a costruire un galeone che sembrava destinato a non essere mai terminato. Dietro questa biografia apparentemente semplice, tuttavia, Sclavi cominciò quasi immediatamente a disseminare indizi relativi a un’altra storia, molto più antica e inquietante, nella quale il passato di Dylan sembrava affondare in un territorio in cui i confini tra memoria e sogno, vita e morte, identità individuale e reincarnazione diventavano progressivamente indistinguibili. Nel corso degli anni, attraverso alcuni albi fondamentali, quella che inizialmente poteva apparire come una semplice serie horror avrebbe così costruito una vera e propria mitologia delle origini, facendo dello stesso Dylan il più grande mistero sul quale l’Indagatore dell’Incubo fosse mai stato chiamato a investigare. Per ricostruire questa sorta di biografia occulta bisogna dunque procedere per frammenti, seguendo una serie di albi che costituiscono altrettante stazioni di un percorso di progressiva rivelazione.

L’alba dei morti viventi e l’apparizione del Padre

l primo tassello di questa storia coincide, significativamente, proprio con l’esordio della serie. In L’alba dei morti viventi, numero 1, pubblicato nell’ottobre del 1986, scritto da Tiziano Sclavi e disegnato da Angelo Stano, Dylan viene coinvolto in un caso che lo conduce sulle tracce del professor Xabaras, scienziato ossessionato dalla possibilità di sconfiggere la morte e autore di un siero capace di restituire una forma di vita ai cadaveri. Siamo apparentemente all’interno di uno dei temi più classici della letteratura gotica e fantastica, quello dello scienziato che, rifiutando i limiti imposti alla condizione umana, tenta di impadronirsi del segreto della vita; tuttavia, ciò che nel 1986 poteva ancora essere letto come un omaggio a Frankenstein, alla figura del mad doctor e alla tradizione dei morti viventi avrebbe assunto, con il procedere della serie, un significato assai più profondo, fino a rivelarsi come il primo frammento di una vicenda che riguarda direttamente le origini stesse dell’Indagatore dell’Incubo. Xabaras, infatti, non era destinato a rimanere uno dei tanti avversari incontrati da Dylan nel corso delle sue indagini, poiché la sua figura si sarebbe progressivamente trasformata da antagonista esterno in presenza intimamente legata alla genealogia del protagonista e al mistero della sua identità. Già il nome scelto da Sclavi suggeriva, del resto, che ci trovassimo dinanzi a qualcosa di diverso dal tradizionale scienziato folle: Xabaras è l’anagramma di Abraxas, nome dalla complessa fortuna gnostica, magica ed esoterica, legato nel corso dei secoli a una figura nella quale sembrano incontrarsi e superarsi opposizioni normalmente inconciliabili. Si tratta di un riferimento particolarmente significativo se si considera che tutta la ricerca di Xabaras ruota proprio attorno al tentativo di cancellare la più radicale delle opposizioni umane, quella tra vita e morte, trasformando l’immortalità da aspirazione metafisica in problema scientifico e alchemico.

La prima vera frattura nella biografia apparentemente ordinaria di Dylan avviene tuttavia con Morgana, numero 25, pubblicato nell’ottobre del 1988 e anch’esso scritto da Tiziano Sclavi e disegnato da Angelo Stano. Morgana entra, o forse sarebbe più corretto dire ritorna, nella vita di Dylan come una delle figure femminili più enigmatiche dell’intera serie, appartenente a una dimensione nella quale sogno, memoria, amore e morte sembrano continuamente sovrapporsi. Dylan ne rimane immediatamente attratto, secondo un meccanismo sentimentale che ricorrerà in molte delle sue avventure, ma questa volta il rapporto possiede una profondità differente, quasi che nell’attrazione verso quella donna agisse un riconoscimento precedente alla coscienza e proveniente da una regione della memoria alla quale egli non ha ancora accesso.

È proprio in Morgana che Xabaras ritorna e il rapporto con Dylan assume improvvisamente una dimensione nuova, perché l’antico avversario non si limita più ad alludere a un oscuro rapporto con il passato dell’Indagatore dell’Incubo, ma rivendica apertamente un legame di sangue, arrivando a chiamarlo “figlio”. Da questo momento anche L’alba dei morti viventi cambia retrospettivamente significato, poiché quello che sembrava il casuale incontro tra un investigatore dell’occulto e uno scienziato folle comincia a rivelarsi come il primo episodio visibile di una storia iniziata molto tempo prima. Il lettore non possiede ancora gli elementi necessari per comprendere in quale modo Xabaras possa essere il padre di Dylan, né quale natura abbia realmente quella paternità, ma la direzione è ormai tracciata: il più antico nemico del protagonista appartiene anche alla sua origine.

Ancora più perturbante è il ruolo assunto da Morgana, perché la donna amata comincia progressivamente a sovrapporsi a una figura proveniente da un passato che Dylan non riesce a ricordare, fino alla rivelazione che verrà sviluppata compiutamente nel numero 100. Non siamo, evidentemente, all’interno di una genealogia interpretabile secondo criteri strettamente realistici, poiché il mondo delle origini di Dylan obbedisce alle regole del sogno, della memoria e del mito, nelle quali una stessa figura può assumere contemporaneamente funzioni differenti e persino apparentemente inconciliabili. Proprio per questo l’attrazione di Dylan verso Morgana acquista, alla luce delle rivelazioni successive, una tonalità ancora più inquietante: egli riconosce e desidera una donna senza poter sapere che quel sentimento sembra affondare in una memoria molto più remota della propria esistenza cosciente.

Il terzo passaggio fondamentale arriva con Storia di Nessuno, numero 43, pubblicato nel 1990, ancora una volta scritto da Tiziano Sclavi e disegnato da Angelo Stano, consolidando così anche sul piano creativo quel primo grande ciclo delle origini che troverà nel numero 100 il proprio momento di più ampia rivelazione. Con questo albo Xabaras supera ormai definitivamente i confini del semplice scienziato deviante e assume apertamente i tratti dell’alchimista e dello stregone, capace di intervenire sui processi della vita e della morte come se essi costituissero le fasi di una materia trasformabile.

Al centro della vicenda compare significativamente un uomo chiamato Nessuno, nome che possiede una forza simbolica difficilmente casuale, poiché indica un individuo apparentemente privo di un’identità stabile e, proprio per questo, disponibile a diventare il contenitore di possibilità ulteriori. Il tema acquista un significato ancora maggiore se viene messo in relazione con la condizione dello stesso Dylan, il quale possiede certamente un’identità sociale molto definita , un nome, una casa, una professione, degli amici e un passato che ritiene di conoscere,  ma scopre progressivamente che, al di sotto di questa superficie, le fondamenta della propria esistenza sono assai meno solide di quanto immaginasse. Il suo passato sembra infatti precedere la nascita che egli ricorda, la figura paterna comincia a coincidere con quella del suo più antico avversario, Morgana appartiene contemporaneamente alla sfera dell’amore e a quella di un’origine ancora incomprensibile, mentre persino la morte, che dovrebbe rappresentare il limite definitivo dell’identità individuale, nell’universo dylaniato appare continuamente attraversabile, reversibile e incapace di separare definitivamente ciò che è stato da ciò che continua a essere. Non è allora casuale che Xabaras ritorni proprio all’interno di una storia intitolata Storia di Nessuno, perché a questo punto la domanda centrale della biografia di Dylan comincia a spostarsi dal semplice interrogativo su ciò che sia accaduto nel suo passato verso una questione assai più radicale, destinata a trovare nel numero 100 la prima grande risposta senza per questo esaurirsi definitivamente: chi è realmente Dylan Dog?

Il galeone e la memoria di un’altra vita

La risposta più importante arriva nel gennaio del 1995, con La storia di Dylan Dog, numero 100 della serie, su soggetto e sceneggiatura di Tiziano Sclavi, con i disegni e la copertina di Angelo Stano, albo destinato a diventare il principale punto di riferimento per chi voglia ricostruire la genealogia dell’Indagatore dell’Incubo. La scelta del centesimo numero per affrontare finalmente il mistero delle origini non possiede soltanto un evidente valore celebrativo, ma consente a Sclavi di trasformare uno degli oggetti più familiari e apparentemente innocui dell’intera serie nella chiave attraverso la quale accedere a un passato che Dylan ha completamente rimosso: il galeone. La stessa presentazione ufficiale dell’albo sottolinea il carattere decisivo di questo momento, perché soltanto quando l’ultimo pezzo viene finalmente incollato al modellino diventa possibile “guardare indietro”, dissipare almeno in parte le nebbie della memoria e affrontare le domande che fin dall’inizio accompagnano il personaggio: chi è veramente Xabaras, quale rapporto lo lega a Morgana e, soprattutto, chi è realmente Dylan Dog.

Per anni Dylan ha costruito nella propria casa il modellino di quella nave senza conoscerne il vero significato, aggiungendo pazientemente un frammento dopo l’altro a un’opera che sembrava destinata a non essere mai completata; quando finalmente il galeone viene terminato, ciò che fino a quel momento poteva apparire come una semplice eccentricità domestica rivela invece una natura profondamente diversa, perché quella nave appartiene alla sua infanzia più remota e alla vicenda dalla quale ha avuto origine la propria storia familiare. Il modellino diventa così una sorta di reliquia della memoria, attraverso la quale Dylan ricostruisce materialmente ciò che la coscienza ha dimenticato: le sue mani sembrano conoscere ciò che la mente non è più in grado di ricordare e, pezzo dopo pezzo, restituiscono forma a un oggetto proveniente dal tempo delle origini.

Il galeone non è dunque soltanto il simbolo di un passato perduto, ma il luogo concreto nel quale quel passato si è consumato. È sulla nave che si svolge infatti la vicenda di Dylan senior, di Morgana e del piccolo Dylan, ed è sempre sul galeone che prende forma la ricerca dell’immortalità destinata a trasformare radicalmente il destino della famiglia. La nave diventa pertanto il vero teatro originario della biografia occulta dell’Indagatore dell’Incubo: vi si intrecciano l’amore tra i suoi genitori, l’ossessione paterna per la vittoria sulla morte, l’incontro con la misteriosa creatura marina e quella catena di avvenimenti dalla quale prenderanno forma tanto Xabaras quanto la futura esistenza del Dylan che conosciamo.

Sclavi evita tuttavia di trasformare questa rivelazione in una semplice spiegazione genealogica, perché il passato continua a emergere attraverso sogni, ricordi rimossi, sdoppiamenti dell’identità e sovrapposizioni temporali, mantenendo intatta quella dimensione perturbante che aveva caratterizzato fin dall’inizio il rapporto tra Dylan, Morgana e Xabaras. Il numero 100 fornisce dunque molte delle risposte attese dal lettore, ma lo fa senza ridurre la storia delle origini a una cronaca lineare e perfettamente ordinata: la memoria di Dylan rimane qualcosa che deve essere ricostruito, quasi che persino dopo la rivelazione una parte del mistero continui necessariamente a sottrarsi alla piena comprensione.

Proprio alla luce di quanto viene narrato nel numero 100, il galeone assume allora un valore che supera ampiamente quello di semplice oggetto biografico e diventa forse il simbolo più efficace dell’intero personaggio. Dylan non lo costruisce perché inconsapevolmente attratto da una generica immagine marinaresca, ma perché sta riproducendo la nave sulla quale ha avuto inizio la parte più remota della propria esistenza, ricomponendo inconsciamente il luogo nel quale erano insieme suo padre, Morgana e il bambino che egli stesso era stato. Il modellino custodito al numero 7 di Craven Road si trasforma così in una miniatura del passato e, nello stesso tempo, in una sorta di strumento attraverso il quale quel passato può finalmente tornare alla superficie.

Se la nave possiede, nelle tradizioni mitiche, un valore ricorrente come mezzo di passaggio tra mondi, nel caso di Dylan questa simbologia acquista una forza ulteriore proprio perché nasce anzitutto dalla concretezza del racconto: il galeone è realmente il luogo di una traversata che cambierà il destino dei suoi protagonisti, la nave sulla quale prende forma la ricerca dell’immortalità e dalla quale si diramano vicende destinate a oltrepassare i secoli. Solo a partire da questa funzione narrativa diventa allora possibile leggerlo anche simbolicamente come veicolo di passaggio tra passato e presente, memoria e oblio, vita e morte, tutte polarità sulle quali si costruisce l’identità stessa dell’Indagatore dell’Incubo.

Moonlight e Marina: il passato che prende forma

Accanto alla genealogia più propriamente occulta che lega Dylan a Morgana, Xabaras e al mistero delle sue origini, esiste un secondo percorso, apparentemente più terreno ma non per questo meno importante nella costruzione del personaggio, attraverso il quale la serie ha progressivamente riportato alla luce frammenti della sua giovinezza, dei suoi primi amori e di quella parte della vita che precede l’Indagatore dell’Incubo che conosciamo. Uno dei momenti più intensi di questo percorso è certamente Il lungo addio, numero 74, pubblicato nel novembre del 1992, su soggetto di Mauro Marcheselli, sceneggiatura di Tiziano Sclavi e disegni di Carlo Ambrosini, un albo che, a mio avviso, rappresenta uno dei vertici assoluti dell’intera serie proprio perché rinuncia quasi completamente alla dimensione dell’orrore tradizionale per trasformare il passato, la memoria e il tempo perduto nei veri protagonisti della vicenda.

Con Il lungo addio Dylan ritorna infatti a Moonlight, il luogo della propria adolescenza e del rapporto con Marina Kimball, e ciò che inizialmente potrebbe sembrare soltanto il recupero nostalgico di una stagione della sua vita finisce per assumere un significato molto più profondo. A Moonlight incontriamo un Dylan ancora ragazzo, nel quale sono già riconoscibili alcuni dei caratteri dell’uomo futuro, ma che appartiene a un tempo precedente alle grandi perdite, agli incubi e alle rivelazioni che segneranno la sua esistenza adulta; soprattutto, incontriamo Marina, figura destinata a rappresentare non soltanto un amore giovanile, ma la memoria stessa di ciò che Dylan avrebbe potuto essere se la sua vita avesse seguito un percorso diverso.

Il titolo Il lungo addio esprime perfettamente la natura di questa storia, perché ciò che viene raccontato non è una separazione improvvisa, ma la lenta consapevolezza che alcune persone, alcuni luoghi e alcune versioni di noi stessi non scompaiono nel momento in cui li perdiamo, continuando invece a sopravvivere nella memoria e a esercitare sul presente una forza talvolta persino maggiore di quella posseduta quando erano ancora reali. Moonlight diventa così molto più di uno scenario geografico, trasformandosi in una vera e propria geografia interiore, il luogo nel quale è rimasto custodito il giovane Dylan e nel quale l’uomo adulto può tornare soltanto accettando di incontrare ciò che non può più essere recuperato.

La scogliera, il mare, le case e i luoghi dell’adolescenza acquistano allora una consistenza quasi sospesa, come se Moonlight appartenesse contemporaneamente al mondo reale e a quello della memoria, e proprio questa caratteristica spiega perché il paese sia destinato a tornare nella storia dell’Indagatore dell’Incubo. Senza anticipare quanto verrà sviluppato molti anni dopo, è significativo che anche il numero 481 torni ancora una volta a evocare Moonlight e la sua scogliera, caricando retrospettivamente questo luogo di un valore ancora più ampio, quasi che alcune delle linee più profonde della biografia di Dylan fossero destinate, prima o poi, a ricondurlo nuovamente lì.

Quella di Il lungo addio avrebbe potuto rimanere una delle grandi storie autoconclusive dell’epoca sclaviana, consegnando Marina e Moonlight a una stagione irripetibile della serie; eppure, molti anni dopo, il numero 261, Saluti da Moonlight, con soggetto e sceneggiatura di Giovanni Di Gregorio e disegni di Giovanni Freghieri, riporta Dylan nello stesso luogo, trasformando il ritorno in una seconda interrogazione del passato. La scelta di tornare a Moonlight non costituisce quindi un semplice omaggio a uno degli albi più amati, ma dimostra quanto quel paese sia ormai diventato una parte stabile della biografia del personaggio, un luogo al quale Dylan è legato non soltanto attraverso Marina, ma attraverso la memoria stessa della propria giovinezza.

Tra il numero 74 e il numero 261 trascorrono molti anni di vita editoriale e, proprio per questo, il ritorno acquista un significato ancora più forte, perché il Dylan che torna a Moonlight non è più lo stesso uomo che vi era tornato in Il lungo addio, così come il paese stesso non può più coincidere perfettamente con quello custodito nei suoi ricordi. Il tempo ha continuato a scorrere, trasformando persone e luoghi, ma la memoria ha conservato una propria immagine di ciò che è stato, creando inevitabilmente una distanza tra il passato ricordato e quello che può ancora essere ritrovato. È in questa distanza che si inserisce Saluti da Moonlight, facendo del ritorno non una riconquista, ma una nuova presa di coscienza.

I due albi finiscono così per dialogare a distanza e per costruire insieme una parte fondamentale della biografia dylaniata. Il lungo addio racconta il momento nel quale Dylan comprende che il passato non può essere recuperato senza trasformarsi in dolore, mentre Saluti da Moonlight mostra quanto sia difficile separarsi definitivamente da quel passato, anche dopo aver vissuto innumerevoli altre esperienze. Moonlight diventa pertanto uno dei luoghi nei quali l’identità di Dylan sembra ripiegarsi su se stessa, poiché ogni ritorno non conduce semplicemente verso Marina o verso l’adolescenza, ma verso una precedente versione di sé che continua a esistere nella memoria.

È proprio qui che comincia ad affiorare una struttura quasi uroborica nella biografia dell’Indagatore dell’Incubo, anche se il suo significato completo emergerà soltanto molto più tardi. Dylan torna nello stesso luogo, incontra nuovamente le tracce della propria giovinezza e scopre che il passato non è mai realmente separato dal presente, perché ciò che siamo continua a contenere ciò che siamo stati, anche quando quella parte della nostra vita sembra ormai definitivamente conclusa. Moonlight, in questa prospettiva, non è semplicemente il paese di Marina Kimball, ma uno dei punti nei quali il tempo di Dylan sembra curvarsi, costringendolo periodicamente a confrontarsi con la domanda che attraversa gran parte della sua esistenza: che cosa rimane di noi quando ciò che eravamo non esiste più?

È anche per questo che il tema del ritorno, introdotto fin dal primo albo attraverso la forma più esplicita e horror dei morti viventi, assume progressivamente nella serie una dimensione molto più ampia. In Dylan Dog non ritornano soltanto i cadaveri riportati in vita da Xabaras, ma anche le persone amate, i luoghi perduti, le possibilità non realizzate e le versioni precedenti della propria identità; il passato diventa così una forma particolare di sopravvivenza, capace di mantenere in vita ciò che il tempo avrebbe dovuto cancellare.

Marina Kimball rappresenta perfettamente questa condizione, perché il suo significato non si esaurisce nell’essere stata uno dei primi grandi amori di Dylan, ma coincide con una stagione intera della sua esistenza e con l’immagine di un futuro che non si è mai realizzato. Tornare a Moonlight significa allora tornare anche a quel Dylan che avrebbe potuto scegliere un’altra strada, e proprio per questo il dolore dell’addio non riguarda soltanto la perdita di Marina, ma la perdita di una possibile vita.

Tra Il lungo addio e Saluti da Moonlight si costruisce dunque una vera e propria linea della memoria, parallela a quella più fantastica e genealogica rappresentata da Morgana, Xabaras e dal galeone. Da una parte esiste un passato remoto che Dylan non ricorda e che deve essere ricostruito attraverso frammenti, sogni e rivelazioni; dall’altra esiste un passato personale che ricorda fin troppo bene e dal quale non riesce mai a separarsi completamente. In entrambi i casi, tuttavia, il problema rimane lo stesso: ciò che è stato non scompare, ma continua a sopravvivere dentro il presente, trasformando l’identità di Dylan in un territorio continuamente attraversato dai propri fantasmi.

Il Galeone come frammento del Sè

Se Moonlight può essere considerato uno dei luoghi dai quali parte e ai quali continuamente ritorna la biografia di Dylan, il galeone ne costituisce invece il grande mezzo di attraversamento, l’oggetto nel quale passato, memoria e ricerca dell’immortalità finiscono per condensarsi. Oggi, a quarant’anni dalla nascita editoriale del personaggio, questo legame appare ancora più evidente alla luce del numero 481, Prima che sia l’alba, scritto da Barbara Baraldi e disegnato da Davide Furnò, nel quale la nave ritorna a chiudere, o forse sarebbe più corretto dire a riaprire, un cerchio che sembrava essersi definito nel numero 100. Nell’ultima pagina dell’albo, l’immagine di Dylan senior abbracciato a Morgana sul galeone riporta infatti il lettore esattamente nel cuore della genealogia dell’Indagatore dell’Incubo, fissando ancora una volta sulla nave la coppia dalla quale discende l’intero enigma della sua identità. Non vediamo semplicemente due personaggi appartenenti a un passato remoto, ma l’uomo dalla cui successiva scissione nascerà Xabaras e la donna che diverrà la madre di Dylan, riuniti proprio nel luogo nel quale la ricerca destinata a sfidare la morte aveva segnato per sempre la loro esistenza.

Alla luce di questa lunga costruzione narrativa, il galeone cessa definitivamente di essere uno dei tanti oggetti eccentrici che caratterizzano l’universo domestico di Craven Road e assume un valore assai più profondo, perché quella nave appartiene materialmente alla storia delle origini di Dylan e, soprattutto, alla ricerca dell’immortalità dalla quale prenderà forma il dramma della sua famiglia. Sul galeone viaggia infatti Dylan senior, padre dell’Indagatore dell’Incubo, insieme a Morgana e al piccolo Dylan, mentre conduce gli esperimenti attraverso i quali spera di sottrarre l’uomo alla morte. È dunque su quella nave che si incontrano per la prima volta tutti gli elementi fondamentali della successiva mitologia dylaniata: la ricerca dell’immortalità, la misteriosa creatura marina, Morgana, il bambino e la trasformazione che porterà alla nascita di Xabaras. Il numero 100, scritto da Tiziano Sclavi e disegnato da Angelo Stano, colloca precisamente sul galeone l’infanzia più remota di Dylan e il punto di frattura della sua storia familiare.

La nave diventa così il vero luogo originario della separazione. È lì che la ricerca di Dylan senior precipita, che l’identità paterna viene spezzata, che Morgana e il figlio vengono trascinati in destini differenti e che il piccolo Dylan finisce per essere sottratto al proprio tempo e alla propria famiglia. Più che il semplice scenario di un’avventura remota, il galeone rappresenta dunque il punto nel quale l’unità familiare viene infranta e dal quale si diramano le differenti traiettorie che, attraverso i secoli, condurranno a Morgana, Xabaras e all’uomo destinato a diventare l’Indagatore dell’Incubo.

È proprio per questo che il modellino che Dylan costruisce ossessivamente nella propria casa acquista un significato molto più forte di quello di un semplice ricordo inconsapevole. Egli non sta riproducendo genericamente una nave appartenente a un passato dimenticato, ma sta ricostruendo in miniatura il luogo stesso nel quale la propria identità è stata spezzata insieme alla sua famiglia. Pezzo dopo pezzo, il modellino assume quasi la forma di un esercizio rituale della memoria, attraverso il quale Dylan restituisce consistenza materiale a ciò che la coscienza non è più in grado di ricordare; come se le mani continuassero a possedere una memoria più antica di quella della mente e fossero costrette, senza comprenderne inizialmente il motivo, a ricomporre l’immagine della nave sulla quale tutto era accaduto. In questa prospettiva il galeone diventa anche il perfetto contrappunto a Moonlight. Se Moonlight rappresenta il luogo al quale Dylan ritorna per ritrovare i frammenti della propria giovinezza e delle proprie perdite, il galeone custodisce invece la memoria ancora più profonda di ciò che precede quella vita, il punto nel quale la sua storia personale si salda a quella di Morgana, di Dylan senior e di Xabaras. Da una parte, dunque, esiste una geografia della memoria affettiva; dall’altra, una geografia delle origini, e sarà proprio il numero 481, molti anni più tardi, a suggerire quanto queste due linee siano forse meno lontane di quanto per decenni abbiamo creduto.

Il mostro marino, le uova dell’immortalità e il viaggio attraverso i secoli

Nel 1686, esattamente trecento anni prima dell’esordio editoriale di Dylan Dog, troviamo sul galeone Dylan senior, scienziato e alchimista impegnato da anni nella ricerca di una formula capace di sconfiggere la morte, insieme alla moglie Morgana e al loro figlioletto Dylan junior, il futuro Indagatore dell’Incubo, che ha appena tre anni. È questo il nucleo familiare dal quale prende avvio la grande storia delle origini narrata nel numero 100, La storia di Dylan Dog, su soggetto e sceneggiatura di Tiziano Sclavi e disegni di Angelo Stano, albo nel quale il passato del protagonista viene finalmente ricostruito attraverso una vicenda che intreccia alchimia, immortalità, sdoppiamento dell’identità e viaggio nel tempo.

Durante la navigazione viene catturata una misteriosa creatura marina, descritta nel racconto come una sorta di sconosciuto mollusco, nel cui organismo Dylan senior ritiene di avere finalmente individuato l’ingrediente mancante per completare il proprio siero dell’immortalità. È un passaggio fondamentale, perché la conquista della vita eterna non nasce esclusivamente dal genio dello scienziato, ma dall’appropriazione di qualcosa che appartiene a una forma di vita completamente estranea all’uomo e, come si comprenderà poco dopo, persino alle normali leggi della natura. La creatura possiede infatti una natura soprannaturale e sarà successivamente collegata a quella misteriosa entità capace di assumere differenti manifestazioni che conosceremo anche sotto le sembianze del gatto magico Cagliostro.

È interessante osservare come, quarant’anni dopo, proprio la forma di questa creatura sembri riaffiorare nel numero 481, Prima che sia l’alba, scritto da Barbara Baraldi, disegnato da Davide Furnò e colorato da Giulia Brusco. Nel delirio di Julian, ormai prossimo alla morte, compare infatti una singolare creatura anfibia, quasi una gigantesca rana cosmica, che richiama immediatamente l’essere marino posto da Sclavi al centro del racconto delle origini. Il riferimento acquista una particolare forza proprio perché il n. 481 è costruito sul ritorno di immagini e oggetti dalle “nebbie della memoria”, come recita la stessa presentazione ufficiale dell’albo, e perché quella forma mostruosa ricompare nel momento estremo in cui la coscienza di Julian sembra collocarsi sulla frontiera tra vita, morte e visione.

Non è dunque una semplice citazione grafica destinata al lettore nostalgico, perché la creatura del numero 100 appartiene al centro stesso della genealogia dylaniata: senza il suo organismo non sarebbe stato completato il siero, senza il siero non si sarebbe prodotta la catena di eventi che avrebbe portato alla trasformazione di Dylan senior e, di conseguenza, alla nascita di Xabaras. La sua ricomparsa nel quarantennale sembra pertanto ricondurre la serie verso quel medesimo punto originario, lasciando riaffiorare una figura che appartiene al momento nel quale la ricerca umana dell’immortalità entra in contatto con qualcosa di infinitamente più antico e incomprensibile. Tornando però agli avvenimenti del numero 100, grazie alla sostanza ricavata dalla creatura Dylan senior riesce finalmente a completare il proprio siero dell’immortalità, preparando contemporaneamente anche un antidoto, necessario perché il siero, pur restituendo la vita al corpo, comporta il rischio di trasformare il soggetto in una sorta di morto vivente. È Morgana a pretendere di essere la prima a sottoporsi all’esperimento, ragionando sul fatto che, qualora qualcosa dovesse andare storto, il marito potrebbe ancora occuparsi del loro bambino e ricondurlo a casa. Le vengono dunque somministrati sia il siero sia l’antidoto e l’esperimento sembra riuscire perfettamente: Morgana diventa immortale senza perdere la propria identità e senza subire la trasformazione mostruosa che il preparato potrebbe provocare.

Convinto di aver finalmente raggiunto il risultato inseguito per anni, Dylan senior decide allora di sperimentare il procedimento su se stesso e si inietta il siero; prima che possa assumere anche l’antidoto, tuttavia, sul galeone esplode un ammutinamento e l’alchimista viene colpito mortalmente. Proprio il siero che avrebbe dovuto renderlo immortale lo riporta alla vita in una condizione mostruosa, trasformandolo in un morto vivente che si avventa contro gli uomini dell’equipaggio, i quali, una volta uccisi, cominciano a loro volta a risorgere. Morgana riesce infine a somministrargli l’antidoto, ma l’intervento avviene quando Dylan senior è già morto e ritornato alla vita, per cui la sostanza non può più produrre l’effetto ottenuto su di lei: l’uomo recupera almeno in parte la propria coscienza, ma la trasformazione ormai avvenuta non può essere semplicemente cancellata.

È a questo punto che la misteriosa creatura marina rivela definitivamente di non appartenere al mondo animale ordinario e interviene direttamente nel destino di Dylan senior. Nelle ricostruzioni successive della mitologia dylaniata viene identificata come una manifestazione della stessa entità soprannaturale collegata a Cagliostro, e il suo intervento assume i caratteri di una vera e propria punizione per l’ambizione dello scienziato, colpevole di aver tentato di impadronirsi dell’immortalità. Dylan senior viene infatti sdoppiato: la sua componente positiva viene separata e condannata a trascorrere 666 anni in esilio su un asteroide, accompagnata dal piccolo Fric, mentre la componente oscura rimane sulla Terra, viene legata ad Abraxas e assume progressivamente l’identità di Xabaras, nome che costituisce appunto l’anagramma di Abraxas.

Nel frattempo il piccolo Dylan subisce invece un secondo e distinto intervento dell’entità soprannaturale, destinato a spiegare come un bambino nato nel Seicento possa diventare l’uomo che vive nella Londra contemporanea. Rimasta sulla Terra, la componente oscura del padre, ormai Xabaras, riesce a riportare il galeone a Londra, dove la nave finisce nascosta nelle profondità della città, quasi trasformandosi in una capsula temporale destinata a custodire materialmente il passato della famiglia. Morgana, ormai immortale, viene fatta cadere in un sonno profondo e deposta in una bara di vetro all’interno del galeone, mentre il piccolo Dylan viene separato dalla madre e affidato a un orfanotrofio. È precisamente qui che la creatura soprannaturale torna a intervenire: raggiunge il bambino nel XVII secolo e lo trasporta attraverso il tempo, facendolo riapparire nello stesso orfanotrofio attorno al 1956, dove potrà essere adottato dalla famiglia Dog e crescere ignorando quasi completamente la propria vera origine.

La distinzione è essenziale, perché permette di comprendere la complessa architettura temporale ideata da Sclavi: Dylan senior percorre simbolicamente 666 anni attraverso l’esilio della propria componente positiva, mentre Dylan junior compie un salto di circa tre secoli dal 1686 alla metà del Novecento. Padre e figlio vengono quindi entrambi sottratti al normale corso del tempo, ma secondo modalità differenti, quasi che la frattura originatasi sul galeone avesse spezzato non soltanto la famiglia, ma anche la linearità temporale delle loro esistenze. Xabaras, pentitosi in seguito di aver abbandonato il figlio, ritorna all’orfanotrofio con l’intenzione di riprenderlo, ma scopre che il bambino è misteriosamente scomparso; sarà ancora l’intervento dell’entità collegata a Cagliostro a consentire anche alla sua componente oscura di raggiungere la Londra contemporanea, mentre il piccolo Dylan, ormai accolto dalla famiglia Dog, crescerà senza ricordare il galeone, Morgana e la propria provenienza seicentesca. Il galeone rimane intanto sepolto nelle profondità di Londra insieme a Morgana addormentata, conservando materialmente il 1686 all’interno della città moderna e assumendo così un valore straordinariamente efficace nella costruzione simbolica del personaggio. Dylan vive nel XX secolo, ma sotto i suoi piedi continua letteralmente a esistere il luogo della sua infanzia più remota; ha dimenticato sua madre, suo padre e il viaggio che ha determinato il proprio destino, ma continua per anni a costruire nella casa di Craven Road il modellino della nave sulla quale quella storia ebbe inizio. Il passato, dunque, non è scomparso: è stato semplicemente sommerso, esattamente come il galeone, e attende che Dylan completi il proprio modellino perché memoria e presente possano finalmente tornare a incontrarsi.

In nome del Padre

La questione delle origini torna prepotentemente al centro della serie con Xabaras! e In nome del padre, numeri 241 e 242, pubblicati tra settembre e ottobre del 2006 per celebrare il ventennale della testata, entrambi su soggetto e sceneggiatura di Paola Barbato, disegni di Bruno Brindisi, copertine di Angelo Stano e colori di Nardo Conforti. Si tratta, significativamente, di una storia doppia interamente a colori nella quale tornano non soltanto Xabaras, ma anche la strega Kim e soprattutto Cagliostro, personaggio destinato ad assumere un ruolo decisivo nella ricostruzione definitiva del passato di Dylan. Il titolo del secondo albo, In nome del padre, dichiara già con chiarezza quale sia ormai il vero terreno dello scontro: il rapporto tra Dylan e il suo più antico antagonista è definitivamente uscito dalla dimensione del semplice confronto tra eroe e nemico per trasformarsi in una questione di identità, memoria e appartenenza familiare.

Xabaras, del resto, non coincide propriamente con il padre di Dylan nella sua interezza, almeno secondo la genealogia delineata nel numero 100, ma rappresenta la componente oscura generata dalla scissione di Dylan senior, separatasi dalla sua controparte positiva e sopravvissuta attraverso i secoli con una propria identità. Eppure è proprio questa metà, divenuta autonoma e ossessionata dalla ricerca dell’immortalità, a rivendicare con maggiore forza la paternità, tanto che nel ventennale la domanda non riguarda più soltanto ciò che Xabaras sia stato, ma ciò che egli rappresenti per Dylan. È un padre incompleto, certamente, ma è anche una parte autentica di quel padre perduto, e proprio questa ambiguità rende il riconoscimento molto più problematico di una semplice rivelazione genealogica.

Anche la ricerca dell’immortalità giunge, nella doppia storia, a un passaggio decisivo. Xabaras non è più semplicemente lo scienziato costretto a ripetere indefinitamente i fallimenti del proprio siero, perché sembra finalmente essere riuscito a perfezionare la formula al punto da conservare nel risorto intelligenza e coscienza, superando così il limite che fin dal primo albo trasformava i suoi morti viventi in creature feroci e prive di ragione. Il successo, tuttavia, contiene al proprio interno un fallimento ancora più radicale: il nuovo siero consente la sopravvivenza, ma priva chi lo assume della capacità di provare emozioni e non elimina completamente la componente mostruosa della condizione raggiunta. L’immortalità diventa così una permanenza biologica svuotata di quella vita interiore che avrebbe dovuto renderla desiderabile.

È proprio su questo paradosso che si costruisce la parte più intensa di In nome del padre. Xabaras arriva a spararsi, ponendo Dylan dinanzi a una scelta che non è più soltanto morale ma identitaria: lasciar morire il proprio nemico oppure riconoscere in quell’uomo almeno una parte del padre e salvarlo. Dylan sceglie di riportarlo in vita attraverso il siero e, dopo aver appreso la verità sulla propria infanzia e sul viaggio temporale che lo ha condotto dal Seicento alla Londra moderna, compie un gesto ancora più radicale, rinnegando volontariamente la vita condotta fino a quel momento e decidendo di rimanere accanto a Xabaras. Per la prima volta la ricerca delle origini sembra dunque poter concludersi non attraverso uno scontro, ma attraverso un riconoscimento: Dylan sa finalmente da dove viene e accetta che l’uomo che ha combattuto per tutta la vita appartenga comunque alla propria storia.

È proprio nel momento in cui ottiene ciò che aveva desiderato più profondamente che Xabaras comprende però l’orrore del proprio successo. Dylan lo ha riconosciuto come padre e ha scelto di restare con lui, ma il siero gli ha sottratto la capacità di provare la gioia che quel ricongiungimento avrebbe dovuto procurargli. Non è più soltanto la morte a essere stata sconfitta: insieme a essa sono stati cancellati il desiderio, l’amore, il dolore e, in definitiva, la possibilità stessa di attribuire un significato alla sopravvivenza. Xabaras si trova così di fronte alla più crudele delle ironie, perché dopo secoli trascorsi a cercare una formula che gli permettesse di vivere per sempre scopre che un’esistenza priva di emozioni è forse una forma di morte ancora più radicale di quella biologica; sarà questa consapevolezza a condurlo nuovamente al suicidio, questa volta definitivo.

Da una prospettiva simbolica, il fallimento di Xabaras assume allora la forma di una vera Grande Opera mancata, non perché la trasformazione della materia non sia avvenuta, ma perché essa si è realizzata senza una corrispondente trasformazione dell’essere. Il corpo sopravvive, la mente conserva la propria lucidità, ma ciò che rende quella sopravvivenza autenticamente umana è stato sacrificato; l’alchimista ha dunque raggiunto il proprio risultato tecnico senza raggiungere la trasmutazione che avrebbe dovuto conferirgli senso. La sua sconfitta non consiste più nell’incapacità di trovare la formula giusta, bensì nella scoperta che nessuna formula può risolvere il problema originario se l’immortalità viene concepita esclusivamente come negazione della morte.

La doppia storia del ventennale compie inoltre un’altra operazione fondamentale, perché collega esplicitamente gli eventi del numero 100 al presente della serie, chiarendo finalmente alcuni passaggi rimasti sospesi nella ricostruzione delle origini. È in In nome del padre che viene infatti esplicitato il ruolo di Cagliostro nel viaggio temporale di Dylan e di Xabaras: la misteriosa creatura marina incontrata nel Seicento e responsabile di alcuni degli eventi fondamentali della genealogia dylaniata viene ricondotta proprio al gatto magico, o almeno a una delle forme assunte dalla medesima entità. Il piccolo Dylan e Xabaras erano dunque giunti nella Londra contemporanea attraverso un intervento soprannaturale, e Cagliostro, che per gran parte della doppia avventura sembra muoversi secondo logiche incomprensibili, emerge progressivamente come un autentico deus ex machina della storia.

Non meno significativo è ciò che accade alla memoria di Dylan nel finale, perché Cagliostro interviene ancora una volta eliminando il ricordo del drammatico ricongiungimento con il padre e restituendo l’Indagatore dell’Incubo, almeno apparentemente, alla vita precedente. La scoperta delle proprie origini non diventa quindi un’acquisizione definitiva, ma viene nuovamente rimossa, quasi che la biografia di Dylan fosse condannata a costruirsi attraverso un continuo movimento di rivelazione e oblio. Ciò che egli ha finalmente conosciuto viene sommerso ancora una volta, mentre Cagliostro stringe con lui un nuovo legame e lo sceglie come proprio padrone, sostituendo la precedente relazione con Kim. La memoria, ancora una volta, non è dunque un archivio stabile ma una materia manipolabile, capace di nascondere verità che continuano comunque ad agire al di sotto della coscienza.

Cinque anni più tardi, quando la serie raggiunge il numero 300 con Ritratto di famiglia, pubblicato nell’agosto del 2011, il movimento verso le origini ricomincia, ma assume una forma completamente diversa. L’albo, su soggetto e sceneggiatura di Pasquale Ruju, disegni e copertina di Angelo Stano e colori dello Studio Rudoni, non prosegue linearmente la vicenda di Xabaras, bensì costruisce un racconto dichiaratamente metanarrativo nel quale passato, presente e futuro vengono continuamente sovrapposti. A guidare questa rilettura è Crandall Reed, il disegnatore già apparso in Morgana e modellato graficamente sulle fattezze dello stesso Stano, che sta lavorando a quella che potrebbe essere l’ultima storia dell’Indagatore dell’Incubo e, attraverso il proprio disegno, trascina Dylan nuovamente verso Inverness e verso i luoghi e le figure che hanno costruito la sua identità.

Ritratto di famiglia diventa così meno una nuova rivelazione sulle origini che una ricomposizione della memoria profonda della serie, nella quale riemergono Morgana, Cagliostro, Sybil Browning, Nessuno, la Vita e la Morte, mentre Xabaras continua a incombere sul racconto come presenza genealogica e iconica. Lo stesso Dylan bambino ritorna come immagine di un tempo precedente alla consapevolezza, quando la famiglia originaria non era ancora divenuta per lui un mistero da ricostruire; contemporaneamente, il Dylan adulto viene ricondotto verso quell’“alba dei morti viventi” dalla quale tutto era cominciato, secondo un movimento circolare che trasforma il trecentesimo albo in un grande attraversamento della memoria della testata.

Il titolo Ritratto di famiglia acquista allora un significato volutamente ambiguo, perché quella che viene evocata non è mai stata una famiglia ordinaria. Al suo centro troviamo Morgana, Dylan senior e il figlio, ma la scissione del padre produce Xabaras, facendo sì che la figura paterna si presenti fin dall’origine come qualcosa di spezzato e molteplice. Parlare di Xabaras semplicemente come del “padre” di Dylan rimane pertanto corretto sul piano affettivo e narrativo — ed è del resto così che lo stesso Dylan arriva a riconoscerlo nel numero 242 — ma risulta incompleto sul piano della mitologia delle origini, perché Xabaras rappresenta soltanto una delle parti nelle quali Dylan senior è stato diviso.

È proprio questa frattura a rendere la genealogia dylaniata più inquietante di una normale storia familiare, poiché il tradizionale conflitto tra padre e figlio viene preceduto da un conflitto interno alla stessa figura paterna. Dylan non eredita un padre unitario con il quale confrontarsi, ma una figura spezzata, nella quale il desiderio di conoscenza e di immortalità ha prodotto letteralmente una separazione tra differenti possibilità dell’essere. In questo senso Xabaras può essere letto come l’ombra resa autonoma di Dylan senior, non semplicemente perché rappresenta il male, ma perché concentra in sé quella volontà di oltrepassare ogni limite che ha trasformato la ricerca dell’immortalità da aspirazione a condanna.

È allora possibile, sul piano interpretativo, leggere la famiglia di Dylan attraverso una struttura quasi triadica, purché questa lettura simbolica non venga confusa con la genealogia letterale raccontata dagli albi. Morgana appartiene alla dimensione della memoria e di una vita sottratta al normale scorrere del tempo; Dylan senior e la sua parte oscura, Xabaras, incarnano invece la ricerca di una conoscenza capace di violare il limite della morte e le conseguenze prodotte da tale trasgressione; il figlio eredita entrambe queste linee senza identificarsi completamente con nessuna di esse, divenendo colui che trascorre l’intera esistenza proprio sulla frontiera che la generazione precedente aveva cercato di oltrepassare. La differenza fondamentale consiste nel fatto che Dylan non cerca mai di dominare l’impossibile. Non possiede la conoscenza scientifica e alchemica del padre né condivide la condizione immortale di Morgana, ma porta dentro di sé le conseguenze di entrambe, trasformandole in una disposizione radicalmente diversa verso il mistero. Dove Xabaras vuole comprendere per possedere, Dylan cerca di comprendere per entrare in relazione; dove il padre riduce il corpo a materia sulla quale sperimentare, il figlio continua ostinatamente a riconoscere dietro il mostro, il morto o il diverso una possibile storia umana. La sua empatia diventa così, almeno sul piano simbolico, la risposta più radicale alla ricerca paterna dell’immortalità: Xabaras tenta di eliminare la morte per salvare la vita, mentre Dylan finisce progressivamente per comprendere che vita e morte, amore e perdita, memoria e oblio acquistano significato proprio perché nessuno di questi termini può essere definitivamente separato dal proprio contrario.

La morte come compagna e non come nemica

È probabilmente proprio qui che si trova la differenza più profonda tra Dylan e suo padre. Xabaras considera la morte un errore dell’universo che deve essere corretto, mentre Dylan, pur temendola e combattendone continuamente le conseguenze, sembra progressivamente imparare che essa costituisce una parte inseparabile della condizione umana. Non desidera morire e non celebra la morte, ma comprende che cancellarla significherebbe probabilmente cancellare anche il valore della vita. Per questo i morti che popolano le sue avventure non sono mai soltanto cadaveri. Conservano desideri, rimpianti, colpe e amori, continuando spesso a esercitare sui vivi una forza che dimostra quanto fragile sia il confine tra presenza e assenza. Dylan, in tal senso, assume talvolta una funzione quasi psicopompa, non perché conduca materialmente le anime nell’aldilà, ma perché si muove continuamente lungo quella frontiera nella quale i morti hanno ancora qualcosa da dire e i vivi non sono ancora riusciti ad ascoltarli. Anche la sua professione assume allora un significato diverso. Definirsi Indagatore dell’Incubo non significa soltanto essersi inventato un mestiere originale con il quale guadagnarsi da vivere, ma dichiarare inconsapevolmente la propria appartenenza a uno spazio intermedio, perché l’incubo è precisamente il luogo nel quale le categorie del mondo diurno cessano di funzionare: il morto può tornare, il passato può diventare presente, l’identità può sdoppiarsi e ciò che la ragione considera impossibile può improvvisamente acquistare consistenza.

Quarant’anni dopo: prima che sia l’alba

Arriviamo così, inevitabilmente, al numero 481, Prima che sia l’alba, pubblicato il 26 settembre 2026, esattamente quarant’anni dopo l’uscita de L’alba dei morti viventi, su soggetto e sceneggiatura di Barbara Baraldi, disegni di Davide Furnò e colori di Giulia Brusco. Non si tratta semplicemente di un albo celebrativo costruito attraverso citazioni e rimandi alla storia editoriale del personaggio, perché il racconto compie un’operazione assai più ambiziosa, tornando a interrogare proprio quei nuclei che avevano costruito, nel corso dei decenni, la biografia più segreta di Dylan: la memoria, Moonlight, il mare, la ricerca dell’immortalità, il galeone e, soprattutto, quella misteriosa creatura marina che avevamo incontrato nel numero 100 senza comprenderne completamente la natura. La stessa presentazione ufficiale dell’albo insiste significativamente sul riaffiorare di oggetti dalle «nebbie della memoria», a partire dal misterioso diario che Dylan ritrova nella propria libreria senza ricordare di averlo mai scritto, quasi che l’intero racconto nascesse dalla necessità di recuperare una storia rimasta sepolta e di ricondurla, quarant’anni dopo, al suo principio, quel principio o entità cosmica fonte dell’immortalità che nel delirio di Julian, ormai prossimo alla morte, visualizza come una creatura dalla fisionomia anfibia e smisurata, difficile da ricondurre a una qualsiasi zoologia terrestre, una sorta di gigantesca “rana cosmica” che richiama immediatamente il misterioso essere marino al quale Dylan senior aveva legato la propria ricerca dell’immortalità. Il numero 481 aggiunge però un elemento decisivo, perché la creatura non viene soltanto evocata o mostrata, ma appare nell’atto di deporre quelle misteriose uova alle quali viene ricondotto il principio dell’immortalità. In questa prospettiva anche Moonlight cambia definitivamente natura è il luogo ove la differenza tra padre e figlio appare allora ancora più netta. Dylan senior, davanti all’esperienza della morte, tenta di trovare il modo di cancellarla; Dylan, dopo quarant’anni di storie, continua invece a vivere circondato dalle persone che ha perduto, accettando che esse possano sopravvivere nella memoria senza che per questo debbano essere materialmente restituite alla vita. Il primo cerca l’immortalità biologica e genera Xabaras; il secondo costruisce la propria identità attraverso il ricordo e impara, dolorosamente, che ricordare non significa riportare indietro ciò che è morto, ma consentirgli di continuare a far parte di ciò che siamo. Prima che sia l’alba non appare semplicemente come un albo anniversario, ma come un nuovo capitolo della biografia occulta di Dylan Dog, capace di tornare alle origini non per spiegarle definitivamente, ma per mostrare come esse abbiano continuato, per tutto questo tempo, a vivere sotto la superficie del racconto.

Soprattutto ritorna l’alba.

La storia editoriale di Dylan era cominciata con L’alba dei morti viventi e, quattro decenni dopo, giunge a Prima che sia l’alba, creando un arco simbolico nel quale l’intera esistenza del personaggio sembra svolgersi all’interno di una notte interminabile, attraversata nella continua attesa di una luce che non coincide mai con una definitiva vittoria sulle tenebre. Dopo centinaia di storie, dunque, il più grande mistero dell’universo di Dylan Dog non sembra essere rappresentato dai banali zombie del primo numero, dai fantasmi, dalle streghe, dagli assassini o dalle creature provenienti da dimensioni sconosciute, ma dallo stesso uomo che abita al numero 7 di Craven Road, perché ogni volta che la serie tenta di rispondere alla domanda sulla sua identità finisce inevitabilmente per generare nuovi interrogativi. Dylan è figlio di Xabaras e, nello stesso tempo, il suo più radicale oppositore; ama Morgana prima ancora di comprenderne la relazione con la propria origine; costruisce per anni un galeone senza sapere che quell’oggetto appartiene a una memoria che precede la sua esistenza cosciente; vive nel presente portando dentro di sé frammenti di un passato che sembra estendersi molto oltre i limiti della sua vita, va per la prima volta in vacanza proprio nel luogo dove è nato.

Ed è forse proprio il galeone, ancora una volta, a offrirci l’immagine più efficace per comprendere tutto questo, perché una nave non appartiene realmente alla terra dalla quale parte né a quella verso la quale è diretta, ma esiste soprattutto durante la traversata. Se esiste dunque un segreto nelle origini dell’Indagatore dell’Incubo, esso non consiste soltanto nello scoprire chi siano realmente suo padre e sua madre o da quale tempo provenga il galeone che costruisce ossessivamente, ma nel comprendere come tutta la sua esistenza sia segnata dalla condizione della soglia, quello spazio ambiguo e pericoloso nel quale categorie normalmente inconciliabili possono incontrarsi senza annullarsi reciprocamente.

Ed è probabilmente per questo che la storia di Dylan Dog non poteva che cominciare con un’alba, perché ogni alba appartiene contemporaneamente alla notte che termina e al giorno che sta per nascere, trovandosi per pochi istanti esattamente sulla frontiera tra due mondi. La stessa frontiera sulla quale, da sempre, cammina Dylan Dog.

Auguri Indagatore 

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