di Andrea Romanazzi
Un morto che ritorna e uno scienziato che sfida la natura
, un cimitero ricoperto dalla neve, il silenzio delle tombe e un uomo che ritorna dalla morte. Comincia così Storia di Nessuno, numero 43 di Dylan Dog, pubblicato nell’aprile del 1990, scritto da Tiziano Sclavi e disegnato da Angelo Stano.
Un albo che, dietro l’apparenza di una tradizionale storia horror, nasconde uno degli intrecci più complessi e filosoficamente suggestivi dell’intera serie.
Il protagonista della vicenda è un individuo qualunque, privo di particolari qualità, che porta un nome destinato ad assumere un valore simbolico: Nessuno. La sua esistenza appare ordinaria, quasi irrilevante, almeno fino al momento in cui la morte smette di rappresentare un confine definitivo.
L’uomo ritorna infatti dalla tomba, ma quella che potrebbe sembrare una seconda possibilità si trasforma rapidamente in un incubo. Tornato a casa, scopre la moglie insieme a un altro uomo, un suo amico. La vita che conosceva è proseguita senza di lui e il suo ritorno appare come un’intrusione in un mondo che lo ha già dimenticato.
Fin dalle prime pagine Sclavi sovverte il significato tradizionale della resurrezione. Tornare dalla morte non costituisce necessariamente una vittoria, né garantisce il recupero della propria identità. Nessuno è nuovamente presente nel mondo dei vivi, ma la sua condizione appare profondamente alterata.
Dietro questo impossibile ritorno si intravede l’ombra di un personaggio fondamentale della mitologia dylaniata: Xabaras.
Il misterioso scienziato, già incontrato nel primo numero, L’alba dei morti viventi, e successivamente in Morgana, prosegue i propri esperimenti nel tentativo di superare i limiti imposti dalla morte. La sua ricerca, tuttavia, non conduce semplicemente alla rianimazione di un cadavere. Questa volta sembra avere conseguenze molto più profonde, capaci di coinvolgere la struttura stessa della realtà, infatti il suo ritorno alla vita si accompagna all’emergere di realtà differenti, universi che sembrano intrecciarsi e sovrapporsi.
La questione più interessante riguarda proprio il rapporto tra il siero e questa straordinaria manifestazione.
L’esperimento di Xabaras ha realmente conferito a Nessuno il potere di generare universi? Oppure il ritorno dalla morte ha semplicemente liberato qualcosa che già esisteva nella sua coscienza?
È un’ambiguità decisiva. Xabaras crede di poter controllare la morte attraverso un procedimento materiale, un siero capace di intervenire sulle funzioni vitali. Ma ciò con cui finisce per confrontarsi non riguarda più soltanto il corpo umano.
Parallelamente alla vicenda di Nessuno, Sclavi introduce una serie di anomalie che coinvolgono direttamente l’Indagatore dell’Incubo.
Il lettore incontra un Dylan che, in alcune sequenze, si comporta diversamente da quello abituale. Non riconosce Xabaras, non conserva gli stessi ricordi e arriva perfino a bere whisky, nonostante l’astinenza dall’alcol che rappresenta uno dei tratti più riconoscibili del personaggio.
Sono dettagli apparentemente secondari, ma in realtà fondamentali per comprendere la costruzione narrativa.
Sclavi sfrutta la familiarità del pubblico con Dylan Dog per incrinare progressivamente ogni certezza. Chi segue la serie conosce il passato del protagonista, le sue abitudini, le sue paure e i suoi rapporti personali. Quando queste caratteristiche vengono improvvisamente modificate, la sensazione non è semplicemente quella di trovarsi davanti a un comportamento insolito.
La spiegazione risiede nell’esistenza di universi paralleli, differenti possibilità del reale all’interno delle quali possono esistere versioni alternative degli stessi individui.
Non esiste dunque necessariamente un unico Dylan Dog, ma possono esisterne molti, ciascuno coerente con la propria dimensione.
Il lettore viene così trascinato nella medesima confusione dei personaggi. Se il protagonista può cambiare identità, memoria e caratteristiche, diventa sempre più difficile stabilire quale sia la realtà autentica.
Sclavi non si limita a raccontare l’esistenza di mondi paralleli. Costringe il pubblico a sperimentarne il disorientamento.
Nelle sequenze conclusive le differenti realtà continuano a interferire tra loro. Gli esperimenti condotti sul corpo di Nessuno producono conseguenze che sfuggono a ogni previsione, mentre Dylan si ritrova nuovamente confrontato con il suo storico antagonista.
Persino oggetti appartenenti a universi differenti sembrano poter attraversare i confini tra le varie dimensioni. È il segno che non ci troviamo semplicemente davanti a un sogno privo di conseguenze, ma a una struttura narrativa nella quale le realtà possono influenzarsi reciprocamente.
Xabaras scompare ancora una volta, senza che il mistero possa dirsi definitivamente risolto.
Prima di uscire di scena, tuttavia, lascia a Dylan un indizio fondamentale: la comprensione della propria storia arriverà quando avrà terminato di costruire il suo modellino di galeone.
Ma l’interesse dell’albo non si esaurisce nella costruzione di questa continuità.
È soprattutto nella sua dimensione filosofica che la vicenda rivela le intuizioni più profonde.
La prima riflessione nasce inevitabilmente dal nome del protagonista.
Nessuno non è soltanto un individuo anonimo. È una figura che rappresenta l’assenza di identità, la marginalità, la condizione di chi attraversa il mondo senza lasciare tracce riconoscibili.
Sclavi sceglie deliberatamente un uomo apparentemente insignificante per collocarlo al centro di un fenomeno straordinario. Ogni individuo custodisce ricordi, possibilità, desideri, paure, immagini e vite mai realizzate. Una ricchezza invisibile che sfugge a chi osserva soltanto la superficie dell’esistenza.
L’uomo non è più semplicemente una creatura collocata dentro il cosmo.
È il cosmo stesso che, almeno simbolicamente, può essere contenuto nell’uomo.
Da questa intuizione emerge una seconda questione, ancora più profonda.
Se un universo può essere generato o contenuto nella coscienza di un individuo, come possiamo essere certi che la realtà nella quale viviamo non sia a sua volta il prodotto di un’altra coscienza?
Se Dylan vive all’interno di un universo legato alla coscienza di Nessuno, quale garanzia possiede di essere reale in senso assoluto? E chi può escludere che Nessuno, a sua volta, appartenga a un mondo immaginato da un’altra mente?
È proprio l’assenza di una soluzione a rendere inquietante il racconto. L’orrore non deriva più dalla presenza di un mostro, ma dalla perdita delle certezze sulle quali fondiamo la nostra percezione del mondo.
Alla fine della lettura rimane una domanda che attraversa silenziosamente ogni pagina: chi è davvero Nessuno?
L’uomo ordinario che non possiede un posto particolare nella storia, l’individuo che vive, soffre, ama e muore senza che il mondo sembri accorgersi della sua presenza.
Egli è il mostro creato dal siero della società che ci rende davvero mostri






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