di Andrea Romanazzi
Il viaggio tra la magia della Basilicata ci porta oggi ad Aliano, un comune italiano situato nella provincia di Matera, nella regione Basilicata, nel sud Italia. Questo approfondimento vuole essere un breve viaggio tra i misteri, le curiosità del paese e il suo legame con ciò che Carlo Levi ha narrato.
Aliano oltre….”Eboli”
Come molte altre località dell’Italia meridionale, Aliano ebbe una lunga storia che risale all’epoca romana. Tuttavia, le informazioni sul periodo romano sono piuttosto scarse e frammentarie. Gli storici sanno che la città esisteva già al tempo dei Romani, ma non è noto con certezza quando fu fondata. Tuttavia, il paese divenne particolarmente noto nel XX secolo per la sua stretta relazione con il celebre scrittore Carlo Levi. antifascista, pittore e medico, deportato in esilio ad Aliano per un anno, come punizione per le sue attività politiche. Levi nacque a Torino nel 1902, in una famiglia di origine ebraica, si laureò in medicina nel 1924 e contemporaneamente iniziò la sua carriera artistica come pittore, esponendo le sue opere in diverse mostre. Come detto, nel 1935, a causa delle sue idee antifasciste fu arrestato dal regime fascista e mandato in esilio ad Aliano, dove rimase per quasi un anno. La sua esperienza in Lucania lo ispirò a scrivere il suo libro più famoso, “Cristo si è fermato a Eboli”, pubblicato nel 1945, che divenne un classico della letteratura italiana e un testamento sulla povertà e l’abbandono del Sud Italia, Anche importante testimonianza antropologica dei costumi sociali e magico religiosi dell’area. La casa museo dove soggiornò Levi è oggi una tra le principali attrazioni turistiche di Aliano.
“La casa era modesta, costruita in modo economico, e non bella, perché non aveva carattere, non era né signorile né contadina…l’alloggio era quasi vuoto… E soprattutto era una casa, un luogo dove avrei potuto esser solo e lavorare…Mi affrettai dunque a salutare la vedova, e a cominciare la mia nuova vita nella mia residenza definitiva…. Contento della nuova solitudine, stavo sdraiato sulla mia terrazza, e guardavo l’ombra delle nuvole muoversi sulle creste lontane, come una nave sul mare…Uscivo spesso nelle belle giornate, a dipingere: ma lavoravo soprattutto in casa, nello studio o sulla terrazza… Sulla mia terrazza il cielo era immenso, pieno di nubi mutevoli: mi pareva di essere sul tetto del mondo, o sulla tolda di una nave, ancorata su un mare pietrificato…”.
Così lo stesso scrittore descrive la sua modesta abitazione al di sotto della quale tra l’altro è presente una sorta di Trappeto. “Il padrone di casa mi aveva avvertito che sarei stato spesso disturbato dal rumore del trappeto, il frantoio che era sotto alle mie stanze; ci si entrava dall’orto, per una porticina di fianco agli scalini che portavano in casa. Avrebbe lavorato anche di notte, il trappeto mi aveva detto. Quando girava la vecchia mola di pietra, trascinata in tondo da un asino bendato, la casa tremava, e un rombo continuo saliva dal pavimento”…
Oggi La Casa Museo di Aliano ospita una mostra permanente sulla vita e l’opera di Carlo Levi, con foto, documenti, dipinti e oggetti personali dell’autore, nonché una ricostruzione fedele della sua stanza da letto, dove scrisse gran parte del suo celebre libro “Cristo si è fermato a Eboli”. Nel 1979 fu girato un film, diretto da Francesco Rosi, tratto dal romanzo omonimo di Carlo Levi e interpretato da Gian Maria Volonté. Le riprese sono state effettuate quasi interamente in Basilicata: nei borghi di Craco, Guardia Perticara, Aliano e nella frazione La Martella. Nel borgo di Aliano sono oggi presenti, contrassegnati da delle targhe poste in vari punti della città, i luoghi set del film. È proprio partendo da questo film, in particolare da alcune scene che trattano di tradizioni magico religiose che in questo articolo vi faremo fare un Itinerario “diverso”, legato a misteri e credenze.
Levi e le Fatture Amorose
Rifacendoci alle scene del film, Una volta aggiunto nel paese, Carlo Levi viene subito messo in guardia dal pericolo di essere affatturato dalle donne attraverso dei filtri che utilizzavano il sangue mestruale.
Nella tradizione magico-popolare un ruolo di primo piano aveva la fascinazione amorosa. Per l’Antico l’amore e la realizzazione della famiglia erano elementi imprescindibili sia nella vita del singolo che in quella comunitaria. Proprio per questo, laddove il fato impediva unioni o metteva i bastoni tra le ruote, ecco che interveniva la Magara, consigliera e anche ultima speranza per mogli tradite e ragazze innamorate. Che questa attività fosse realmente molto diffusa e troviamo traccia nei sermoni religiosi. A Chieti, l’arcivescovo Antonio Santacroce ammoniva: “Nessuno faccia legamento, nodo, anello, immagine, segno, breve, dire parole sconosciute o superstiziose, preparare bevande superstiziose o fare altre cose del genere, o utilizzarle sia per attirare qualcuno all’amore o al matrimonio, o per legare persone tra loro sposate o per arrecare danno di qualsiasi genere al prossimo, o per liberare gli uomini o gli animali dalle malattie”. E’ poi sempre da sinodi e processi inquisitoriali che troviamo traccia degli strani rituali che si consumavano nelle campagne italiane. L’inquisitore Martin del Rio, nel suo Disquisizioni Magiche, ricorda che le donne, per conquistare l’amore non ricambiato:… dian da bere agli uomini i loro mestrui, e gli uomini la loro semente alle donne: oppure escrementi di animali ed altre cose simili. “… A tutto questo si può aggiungere che essi cercano e desiderano principalmente capelli, unghie e qualsiasi altra cosa che tocchi il corpo nudo di colui che vogliono stregare, e se non possono procurarsi ciò, si servono di lettere scritte dalla sua mano, o di qualunque altra cosa tolta dalla sua casa … “
Moltissime sono poi le ricette che utilizzavano come ingrediente principale il sangue della donna innamorata. Troviamo così un’impasto di polvere di margherite o di ibis, sciacquate in acqua di ruscello all’alba e poi seccate, o il succo di verbena colta il primo venerdì di primavera con aggiunta di sangue dell’anulare destro. Un’altra polverina era realizzata con nove gocce di essenza di mandorla e tre gocce del sangue del proprio anulare sinistro. In Basilicata, ad Accettura, Garaguso e Colobraro, il rituale richiedeva che il sangue del mignolo della mano destra andasse impastato con peli di pube e di ascella. La pasta così ottenuta veniva posta in forno, polverizzata e consacrata durante la prima celebrazione domenicale, ripetendo la seguente formula: “Sangue di Cristo, demonio, attaccami a questo, tanto lo devi legare che di me non si deve scordare”. Nella fascinazione amorosa poi erano diffusissimi i riti di annodamento. Alla base della credenza c’era l’idea della similarità, e dunque il nodo che lega due elementi anche differenti. Venivano spesso usate delle fettucce di stoffa sulle quali si facevano sette nodi, uno per ogni desiderio legato all’avvicinamento del malcapitato per tenere uniti degli oggetti. Come detto, però, era però il mestruo a farla da padrone. La storia dell’uso magico di tale ingrediente è davvero molto antica. Orazio, negli Epodi, scrive: “Cielo poso la luna anima e moto conferire ad immagini di cera, restituir la vita agli arsi corpi, e quel, ch’all’alme impera, temprar filtro d’amor … quell’io schernita, dunque contro te solo efficace la mia possa dovrò piangere in pace?”. Plinio riferisce che “nulla avesse un efficacia altrettanto miracolosa è proprietà altrettanto le letali quanto il flusso mestruale“. Esso era per considerato un ingrediente magico essenziale anche nel XIII secolo, quando molte donne se ne servivano per far innamorare gli uomini. Si realizzavano dunque polverine che dovevano essere versate nel caffè dell’amato o nel vino ripetendo degli scongiuri come ” Quest’uomo lo fermo col sangue della mia natura, sangue della mia natura mi viene appresso da mattina a sera, sangue delle mie vene mi viene appresso fino alla sepoltura”. In Irpinia il sangue raccolto nel mese di maggio veniva inpastato con la cera calda e guscio d’uovo e la polverina così ottenuta usata per confezionare pane e biscotti poi darti da mangiare al povero malcapitato.
Levi e il mito degli Angeli custodi
Un altro interessante riferimento Carlo Levi lo fa in merito alla tradizione popolare di non gettare l’immondizia la sera perché sull’uscio è già presente l’Angelo del focolare. L’Angelo del focolare è spesso interpretato come una figura benevola, custode della casa e della famiglia, associata alla protezione e alla sacralità dello spazio domestico. Tuttavia, questa figura, di matrice folklorica, può anche assumere un carattere suscettibile, dimostrando come le pratiche quotidiane fossero permeate da un profondo rispetto verso ciò che è invisibile ma ritenuto presente.
La negazione di gettare la spazzatura per non offendere l’angelo evidenzia l’interazione tra sacro e profano, un elemento centrale nella vita delle comunità rurali. Approfondiamo.
La tradizione Popolare magica fa spesso riferimento agli angeli ed in particolare al noto angelo custode. La sua presenza la troviamo sia nella cultura ebraica che in quella cristiana ed islamica nelle quali svolge funzione di intermediario fra il trascendente e l’umanità, fra l’Essere di Luce e l’essere di terra. L’angelo come mediatore identifica il problema fondamentale del rapporto fra l’uomo e la divinità. Ben noto è l’angelo custode che veglierebbe sulle persone e sui bambini. Nella tradizione popolare, però, esistono anche altri angeli non proprio “canonici”. Esistono infatti, nella tradizione lucana una serie di angeli del “focolare”. Il primo è l’angelo adirte, cioè l’angelo di dietro, egli, quando dormiamo, si mette come un piantone a capo del letto. Poi c’è l’angelo forte che sta dietro la porta della stanza da letto, fa la guardia e tiene lontano le influenze malvagie. Vi è poi l’angelo acuto, che si siede vicino al fuoco al tepore dei tizzoni e protegge colui che infreddolito vi si accosta. Infine l’angelo spase, che con la sua apertura di ali protegge la casa come fa una chioccia con i suoi pulcini. E’ davvero molto difficile trovare informazioni su tali credenze. Esse però sono presenti nelle filastrocche e nenie popolari. In Lucania ad esempio troviamo la seguente preghiera “…Io mi corico e mi addormento. In paradiso ci sono tre mese, se io o sentissi, l’anima mia non si perderebbe. Io mi corico in questo sepolcro come Cristo senza paura, confessata e comunicata la Santissima Trinità. A capo del mio letto c’è la potenza di Dio, al lato del letto c’è Gesù a braccia aperte. All’altro lato c’è l’angelo adirte, dietro la porta c’è l’angolo forte, sotto il caminetto c’è l’angelo Gabriele, in mezzo alla casa c’è l’angelo steso“.
Levi e il racconto del Monacello
Il nostro ultimo approfondimento in questo articolo è legata alla figura del monacello, creatura perfettamente descritta da Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli. Si tratta di una figura che appartiene al ricordo degli anziani. Un tempo si raccontava infatti che in tutte le case si avvertiva la presenza di uno spirito giocherellone che si manifestava facendo dispetti o scherzi benevoli. Lo si ricorda con le fattezze di un fanciullo e i piedi di forma arrotondata. Oggetti spostati, cibo sparito e altro erano a lui imputati. ». Si narrava anche che chi riesce ad impossessarsi del suo copricapo, Avrebbe trovato una ricchezza incredibile, ma l’impresa Non era affatto facile è, nel caso si fosse fallito il monachello si sarebbe poi terribilmente vendicato. Vi lasciamo alle parole del film.





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