di Andrea Romanazzi
Questo articolo è la prosecuzione di un ulteriore approfondimento
Rituali di possessione: lo Stembali e la Derdeba
Parlando di possessione, tra gli attori del magismo nord africano non possiamo dimenticare i veggenti protagonisti dei rituali di possessione il cui scopo è quello di ottenere la visione per mezzo della trance.
Il Di Nola definisce la possessione come “una particolare condizione personale o collettiva che si presenta come occupazione dello spirito o della presenza vitale individuale da parte di realtà estranee, rappresentate come potenze impersonali o personali”. È il tema dell’essere agito da, che dà luogo a rituali di tipo esorcistico o adorcistico, a seconda dell’origine dell’entità. Protagonista del rituale è il sacerdote, unico medium in grado di incarnare gli spiriti di antenati, demoni o defunti, che cade in uno stato di trance indotto da tabacco, alcool, tafìa, un’acquavite di zucchero di canna, e ritmi cadenzati e ripetitivi, spesso associati a preghiere e canti. Un esempio di tale rituale è lo stembali, un culto afro-tunisino nato dal mitico Bilal, schiavo nero del profeta Maometto che fondò la confraternita dei bilaliani. I sacerdoti del culto sono chiamati arif, se uomini, arifat, se donne, e hanno incredibili poteri medianici.
Il Maestro principale è noto come Malem, colui che conduce la cerimonia e guida il gruppo di sacerdoti-musicanti che suonano il g’mbri, un liuto a tre corde tipico dell’area tunisina. Intorno ai più noti veggenti si creano delle vere e proprie confraternite dette arifa, fondamentalmente costituite da donne. Il rituale consiste nel porre un quesito a un sacerdote che, accompagnato dal suono di un liuto, cade in una trance durante la quale uno spirito entra nel suo corpo facendolo danzare o inducendolo a svenire. Da questo momento è l’entità e non più il maestro a comunicare con il consultante esprimendosi, però, in una lingua iniziatica che potrà essere decriptata solo dall’assistente dell’arifat. Per arrivare all’azione magica più propriamente detta si compie il sacrificio di un animale, generalmente pollame o caprini. Tutti i musici indossano vesti rituali del colore legato alle entità che si vogliono richiamare, ad esempio il bianco per i santi, il nero o il rosso per le antiche divinità. L’invocazione ai santi popolari islamici è la tipica espressione dello stembali islamico, ma accanto a questi esistono numerose entità oscure, gli spiriti bori della “gente delle foreste” o dei nomadi berberi del deserto.
Spiriti neri sudanesi, santi dell’Islam maghrebino e divinità autoctone berbere diventano protagonisti delle pratiche sacre tunisine, permettendo la risoluzione di problemi, la guarigione da malattie, la protezione dai demoni e l’allontanamento del malocchio e delle fatture. I nomi delle divinità vengono invocati dal maestro a suon di musica, mentre si bruciano erbe e incensi. Sono rituali non ancora dimenticati e rinvenibili anche nella città di Tunisi, dove io stesso ho assistito a una seduta.
Un rituale di possessione piuttosto simile a quelli appena descritti è la derdeba dei ghnauna marocchini. E’ una cerimonia di possessione e trance a scopo terapeutico e purificatore, che dura tutta notte a ritmo sincopato seguendo melodie pentatoniche che nascono dall’energia degli strumenti. Ogni danza è dedicata ad un particolare santo o spirito caratterizzato da specifici colori, odori, sapori, azioni e sonorità.
In realtà questa tradizione deriva dalle forti influenze maghrebine di etnia bambara ed è diffusa anche in altre aree come la Nigeria, il Sudan, il Senegal e soprattutto il Mali. I veri ghnauna, o musici, si possono trovare tra i vicoli meno turistici dei souk dei paesi marocchini di Marrakech o a Essaouira. Il rituale si suddivide formalmente in tre parti: l’aada, il momento del sacrificio; il kouyou, una pausa; e infine il mlouk, il rituale di possessione vero e proprio. Durante la prima fase vi è una processione con in testa l’animale da sacrificare, il tutto accompagnato dal suono dei tamburi in pelle di capra, i tbal, e dei crotali o qarqaba. Per quanto riguarda questi ultimi, si tratta di piattini generalmente di ferro forgiato o grezzo di varia circonferenza e spessore che ricordano le castagnette o nacchere tipiche della tarantella. La sezione ritmica è costituita da un canto, il laafou, vera e propria invocazione alle divinità.
Il rito in quanto tale è però la fase della possessione o mlouk, durante la quale vengono accesi incensi di differenti profumi per richiamare i melk, gli spiriti possessori. Sebbene la danza sia dedicata ufficialmente a uno dei tanti santi islamici, o rijal Allah, l’invocazione è rivolta anche a spiriti dalle chiare origini animistiche. Troviamo così Sidi Moussa, il protettore dei marinai e Signore delle acque, elemento rappresentato, durante il rito, da una bacinella d’acqua attorno alla quale si svolgono danze con gesti che simulano i movimenti del remare. C’è poi Sidi Hammou, il djinn dei mattatoi, antica trasposizione di una divinità fenicia assetata del sangue di animali, simboleggiato dai foulard rossi dei danzatori. Non mancano i djinn di sesso femminile, spesso considerati figlie di Maometto, ma anche in questo caso ricordo di antiche dee mai scomparse. Un esempio è Lala Mira, lo spirito dei viaggiatori, pericolosissima durante il crepuscolo, quando ama impossessarsi degli incauti viandanti.
In queste cerimonie ha un ruolo fondamentale la talaa, la veggente, tramite la quale parlano i melk.
La magia popolare è donna
Per concludere la carrellata sui soggetti magici nord-africani, non possiamo dimenticare la figura della levatrice o mammana. Le kabla ,

questo il nome arabo, sono le ostetriche del popolo, che assistono la partoriente negli istanti prossimi alla nascita. La loro attività è al confine tra l’ostetricia e la magia, ricordandoci ancora una volta pratiche del tutto simili a quelle presenti nella stregoneria europea. Questa figura è fortemente diffusa nelle aree popolate dai Tuareg, un’etnia nomade basata su clan matriarcali, che abita l’area del continente dal Mali alla Tunisia. Il nome, di origine araba, è in realtà postumo. Si preferisce chiamarli Kel tamahaq, cioè “Coloro che parlano la lingua tamahaq”. Non si hanno notizie precise sull’origine di tale popolo, e i miti di fondazione variano spesso da clan a clan. In tutti i casi, comunque, il progenitore della “famiglia” è sempre una donna, e da questa credenza deriverebbe la tradizione matrilineare e non patriarcale del clan. Le donne inoltre possiedono numerosi privilegi, girano con il volto scoperto e sono le depositarie della cultura, in particolare della scrittura e dell’educazione e istruzione dei figli. Una delle tradizioni più famose è quella di Tin Hinan, la capostipite dei Tuareg del Nord o Kel Ahaggar, letteralmente “Quella delle tende”. Tin Hinan sarebbe stata una nobile musulmana, elemento che denuncerebbe un rimaneggiamento del mito da parte della religione dominante, che, giunta nella regione dell’Ahaggar dal Marocco, incontrò un popolo primitivo ancora idolatra, gli Isebeten, i predecessori, appunto, dei Tuareg. Se la loro religione ufficiale è quella islamica, in realtà, come ho potuto verificare sul campo, quella realmente professata, lontana dalle grandi città è permeata dagli antichi residui dei culti animisti. Tutto questo traspare dai miti e dalle usanze di ogni giorno.
La donna è colei che deve badare ai nuovi nati e, sebbene un’abbondante figliolanza renda necessari molti sforzi per il suo mantenimento, il nuovo arrivato potrà assistere i genitori nella vecchiaia, e per questo è considerato dono divino. L’evento però nasconde molte insidie fin dal concepimento, da qui la proliferazione di rituali apotropaici per allontanare ogni maleficio. Ad esempio, è tradizione appendere sull’uscio di casa la testa di un gallo per evitare l’ingresso dei djinn. È la stessa magia con cui le levatrici dell’Italia meridionale riportavano in vita i bimbi nati morti uccidendo un gallo e ponendo il suo becco nell’ano del neonato. Stessa funzione hanno le pinne caudali di pesce

o il simbolo più genericamente protettivo della mano aperta poi tramutato in “Mano di Fatima”

anche nota in tutto il mondo come Hamsa. E’ un amuleto caratteristico delle religioni musulmana rappresenta un rimedio infallibile contro il malocchio e gli influssi negativi in genere. Se da un punto di vista antropologico-religioso, la mano è collegabile alle basi stesse del credo islamico, le cinque dita della mano ricordano infatti i cinque pilastri dell’Islam della fede, d’altro canto, come dimostrano molti ritrovamenti archeologici nell’area mesopotamica, questo particolare amuleto nasce nei culti di Inanna e Ishtar. E’ certamente un simbolo femminile. Si narra che Fatma fosse figlia del Profeta Maometto, promessa sposa ad Ali, cugino del padre e primo imam per lo Sciismo. Quando questi portò a casa una concubina, come era suo diritto fare, Fatima, distratta dall’avvenimento, immerse la mano nella zuppa bollente, e non si accorse nemmeno del dolore, tanto era lo strazio nel suo cuore. Da quel momento il simbolo della “mano” fu utilizzata per indicare gli spazi adibiti alle donne, e più in genere come oggetto apotropaico, costituito da una mano colorata e a volte molto adornata da arabeschi, recante per di più al centro un occhio.





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