di Andrea Romanazzi

In Toscana, meritano una citazione a parte il borgo e le aree limitrofe di San Miniato, dove già nel 1300 alcune streghe furono bruciate con l’accusa di infanticidio.  Un antico manoscritto descrive le pratiche stregonesche dell’area: … dicono che si ungono (le streghe) con grasso umano mescolatevi pelami di più sorte, e unte sono va lo spirito loro trasformato in gatte o altri animali come par a loro, e detto loro spirito va invisibile e va a letto dove sono putti piccini e li soffia in bocca e baciali le poppe e ‘1 bellico dicendo: “El diavolo mi reca, el dia\ ol mi porta, e tu !e pene ne porta”. E trovasi queste streghe avere guasto in la iurisdizione di San Miniato più che 150 putti…

Erano gli anni della peste, San Miniato era devastato dall’orrendo morbo e, come in altri casi, serviva il capro espiatorio per giustificare lo scatenarsi di quelle catastrofi. Ecco cosa spinse a inquisire e ardere sul rogo diverse donne innocenti: fobie e morti.

Nel 1540 si tenne il primo grande processo, denominato “La rovina delle streghe et maliarde”, in cui comparvero i nomi di Dominam Olivectam: “… olim filiam Mei Lussi de Carmignana, habitatem in Villa Santi Laurentii Posterie Sancti Miniatis, strigam, maleficam et puerorum homicidam male conditionis morum et vite et fame”, Dominam Nannam: “… viduam et exorem olim Nencioni mulierem strigam, maleficam et puerorum homicidam male conditionis morum et vite et fame”, Dominam Cecham: “… olim Polloni Merlini de Ponte a Elsaad presene habitatorem eredum ser Alexandri Borromei in villa Ensi maleficam et puerorum homicidam male conditionis morum et vite et fame”, e infine Dominam Diamantem: “Monna Nanna, strega et maliarda et insaziabile di putti … Monna Olivetta, strega et maliarda … Monna Cecha strega et maliarda … Monna Diamante, strega et maliarda … impiccate et abruciata”.

Da qui affiorarono le “confessioni” di Gostanza di Libbiano, sulla cui vicenda Paolo Benvenuti ha prodotto un film. La strega era in realtà una vedova che viveva facendo la filatrice e la nutrice, nota con il nome legato al toponimo “Libbiano”, dove aveva iniziato la sua attività di guaritrice dopo aver vissuto a Caldera di Piccioli, nella frazione di Guizzano.

Era dunque una figura ai margini della società, che viveva in casa con altre donne, sue figlie e nipoti, in una situazione che doveva ben apparire strana in quell’epoca. Domina herbarum di fama, a lei si rivolgevano persone che provenivano anche da terre lontane: Piccioli, Palaia, Pontedera, Ponsacco, e ancora Pillo e Castelfiorentino, Lari e Cavoli, Rivalto e Chianni. Ma fu proprio questa sua dedizione a far del bene, che le fece guadagnare la condanna da parte di clienti insoddisfatti.  

Il primo a incriminare la donna fu Benedetto Lolli, noto come “mastro Pasquino”, che l’accusò di aver provocato infanticidi attraverso strane e inusuali cure. Il 3 novembre del 1594 Gostanza venne così arrestata a Cascina Terme. Durante i primi interrogatori non confessò alcuna magia, era certamente una guaritrice e conosceva il potere delle erbe ma questa per lei non era stregoneria. Fu il tratto di corda che però parlò per lei: legata con le mani dietro la schiena e tirata sul soffitto per poi penzolare scompostamente al crepitio delle ossa, la fattucchiera ammise numerosi malefici e voli notturni al Sabba seguiti da unioni carnali con il demonio. Raccontò di essere stata iniziata alla fattucchieria a soli sette anni da due donne di Pillo di Castelfiorentino, monna Smeralda e monna Giovanna, che le avevano presentato un demone di nome “Polletto”, in groppa al quale ella si sarebbe recata per la prima volta al raduno stregonico. La prima particolarità del racconto risiede proprio nel nome del demonio, che nulla ha a che vedere con quelli descritti dai dotti inquisitori nei loro trattati, ma apre la porta al mondo naturale assimilandolo più a un comune animaletto di campagna che a una creatura orripilante. Tra le numerose confessioni della donna, spiccarono quelle degli accoppiamenti con Satana che, secondo le disquisizioni teologiche, non erano possibili a causa della incorporeità dell’entità maligna. Ed è proprio su questo punto che insistettero i prelati del processo. Gostanza però confermò la sua testimonianza, aggiungendo qualcosa di diverso; lo sperma del demonio non era caldo e vivo come quello del marito, ma una cosa “diaccia e che scivola via senza fecondare”:

… io ero giovane et mi pareva d’havere l’istesso piacere con il demonio che con mio marito et perché il demonio mi faceva più carezze che di mio marito et perciò mi pareva d’havere più presto maggiore piacere ad usare con il demonio che con mio marito perché mi faceva più carezze et più forche et baie intorno…et mi maneggiava in tutti i modi, mi saltellava intorno, mi toccava il petto, et insomma mi toccava per tutta la vita et mi pareva d’havere tanto spasso e sollazzo che mi pareva d’essere ad una gran festa…e io vi dico che nell’usare con il diavolo a me mi pareva d’usare veramente con esso lui, se non che mi pareva che quella cosa diaccia, cioè che escie dal membro, et non si fermava punto nella natura et usciva come acqua semplice fora… 

Nelle descrizioni delle sue partecipazioni al Sabba, non fece mai i nomi degli altri maghi e stregoni con cui era solita incontrarsi, e si limitò a nominare persone già decedute narrando che che i Sabba si tenevano al pianoro tra Pillo e Castelfiorentino, dove si trovava un noce che ricorda quello beneventano: “… eravamo lagiù in un piano che vi era un noce fra Castelfiorentino e Pillo, et sotto questo noce vi era un’asina che aveva il pelo che mi pareva di lupi…”. La donna descrisse anche la città del diavolo: non un antro o un pianoro, ma una vera e propria città dotata di enormi palazzi e illuminazioni, dove le streghe si riunivano per le loro celebrazioni malefiche.

Il processo continuò, ma verso fine novembre arrivò la svolta. Gostanza iniziò a dare segni di squilibrio mentale, affermando di essere nata da una famiglia nobile fiorentina di tale Lotto Piccolini, dal quale era stata poi rapita per essere data in sposa al marito Francesco. Era il delirio di una povera torturata o una nuova strategia per coinvolgere nel processo famiglie altolocate e cercare una via di salvezza?

I racconti iniziarono infatti a dare i loro frutti, e l’inquisitore Mario Porcacchi ricevette una lettera dall’inquisitore generale che lo invitava a concludere presto il processo; gli venne inoltre chiesto di assolvere subito la malia Gostanza, che fu così riconosciuta insana di mente. La sua unica punizione fu l’estradizione da Bagno e il trasferimento a Rivalto. Ecco la lettera a cui abbiamo appena accennato:

Molto Magnifico signor Vicario per S.A.S., V. S. si degnerà di rilassare monna Gostanza da libbiano dalle sue carcere libera et spedita et senza spesa perché così è la commissione et la volontà del R. P. M. Dionigi da Costacciaro Inquisitore generale del Dominio Fiorentino et anco di mia volontà che tanto da lui mi viene ordinato et me li offero in dono.

Di San miniato X dicembre 1594

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