di Andrea Romanazzi
Il nostro viaggio tra le regioni d’Italia, in questo numero della rivista, ci porta al cospetto delle zobìane venete. Secondo molti il termine troverebbe dal giorno in cui queste streghe si davano appuntamento, ovvero il giovedì. Molteplici erano i luoghi dei raduni, che andavano dalle alte cime dei monti alle profondità ctonie delle grotte.
Facciamo così un piccolo excursus. Nei pressi di Belluno il Sabba aveva luogo sul monte Serba, mentre nel vicentino si teneva sotto i noci del “colle delle streghe”, nella Valle di San Felicita dove “Esse là le loro orribili tregende e i loro banchetti composti di vivande senza sale e vi si recavano a cavallo di una scopa, dopo essersi unte con uno speciale unguento, fuggendo pei camini delle loro case”. Macabre riunioni venivano celebrate presso l’antico castello vicino Lazise, sul colle Scoton di Col Fosco, nei pressi di Treviso, o sulle vette del Puz, nei pressi dei laghetti di Champei e Crespena e sul monte Berico, il cui nome deriva probabilmente dal celtico berg, nel contado di Vicenza, dove nel passato sorgevano due templi pagani dedicati ad Apollo e a Diana. Certamente questi luoghi erano già sacri nel mondo antico, connessi a culti popolari di fertilità portati dalle invasioni celte e germane. Un esempio è la tradizione di Perchta o Berchta, dal termine peraht, ovvero, “luminoso”, nota anche come la “Signora delle Bestie”. La sua figura era molto simile a quella della dea Holda, venerata principalmente nella Germania del Nord. Tracce di questa antica divinità le troviamo ancora oggi nel folklore locale dove a tale figura sono ancora associate credenze legate alla vita e alla morte. In Veneto, quando si aspettava una nascita in famiglia, si diceva che bisognava andare al Tanzerloch di Roana, una enorme voragine naturale, a comperare un bambino. I maschi, ai quali la cultura contadina assegna ruoli più importanti, costavano più delle femmine. A Palù invece la tradizione vuole che le levatrici estraessero i bambini da una caverna nella “lavina” mentre a Giazza si suole dire “Questo bambino, l’ho trovato in una caverna!“. Anche a Mezzaselva c’è una caverna detta Häusle von seligen Weiblein, ovvero “Casetta delle beate donnette”, dove si andavano a prendere bambini o bestiame. Anche nell’alto Trevisano esistono tradizioni simili: nella valle del Soligo si racconta infatti che i neonati si compravano nella Busa della Scalona, una caverna di Farrò. Chi entrava nella grotta senza essere accompagnato dalla “siora”, la levatrice, e senza portare sufficiente denaro non avrebbe fatto più ritorno. Dentro la Busa c’era infatti una vecchia che la tradizione vuole permalosa e prepotente; essa consegnava i bambini avvolti in foglie di zucca e là, nel buio della spelonca, non si poteva vedere se fossero belli o brutti, maschi o femmine; si pagava, si ritirava il fardello e si ripartiva. La strada era così lunga che al ritorno le donne erano sfinite e dovevano mettersi a letto per molti giorni prima di recuperare forze sufficienti per alzarsi e camminare ancora. Al Tänzerloch di Camporovere a Luserna ci si rivolge a Frau Klafter o alla Frau Perchtega che ha la sua riserva di bambini in una caverna sul torrente Üasn. Molto probabilmente queste credenze non sono altro che i ricordi di riti di accoppiamento che si svolgevano all’interno delle grotte rimasti poi nella tradizione folklorica locale.
L’Inquisizione della Repubblica Veneziana e i libri proibiti
Dalle credenze magico-stregoniche alla storia. Il Veneto fu infatti fortemente interessato dalle attività inquisitoriali che qui erano attive, dal 1200 al 1797, principalmente per reprimere le eresie. Il tribunale si riuniva in Venezia, presso la chiesa di San Teodoro, annessa alla Basilica di San Marco, e controllava ampi territori come le province di Padova, Treviso, Verona, Udine e Brescia. Secondo Brian Pullan, nel suo The Jews of Europe and the Inquisition of Venice 1550–1670, Pùpiù del 50% dei casi esaminati dal tribunale erano legati alla censura. Venezia era infatti uno dei più importanti centri di produzione e diffusione libraria d’Italia con un grado di alfabetizzazione delle persone molto alto e dunque che permetteva non solo di accostarsi alla lettura, ma anche di garantire un mercato florido non solo attraverso le botteghe di librai e stampatori “ufficiali”, ma soprattutto attraverso gli ambulanti che per le strade distribuivano libretti, fogli manoscritti e altri documenti. L’argomento doveva essere davvero molto attenzionato se il vescovo Borromeo incitava i padri a “vistare la casa tre o quattro volte l’anno alla sprovvista, ancor le casse e altri repositorii della sua famiglia e purgarla d’ogni vanità”, riferendosi appunto ai libri. Il cardinale Alessandrino si raccomandava invece di “far intendere chiaramente a tutti i confessori che non possono assolvere persona che tenga libri proibiti”. Per cercare di fermare questo fenomeno incontrollato, nasce l’idea dell’imprimatur, ovvero la licenza necessaria per stampare legalmente qualsiasi libro, oltre ad una forte attività di censura verso libri “proibiti”, la cui detenzione era una delle più importanti cause di condanna per il tribunale veneziano e che quasi sempre portava al rogo del libro stesso e alla esposizione alla berlina del suo possessore. Abbiamo volutamente virgolettato il termine proibiti perché all’inizio non esisteva un vero e proprio elenco ma il tribunale interveniva con decreti per ogni singolo libro. Solo nel corso nel ‘500 il controllo diventa sempre più severo fino alla pubblicazione, da parte di Paolo IV, del primo Index librorum prohibitorum. Tra i tanti libri all’Indice vi erano i testi sacri ebraici. Nel 1516 il governo della Serenissima Repubblica istituisce il primo ghetto d’Europa, detto Ghetto Nuovo, dalla parola veneta “geto”, ovvero il luogo dove si fondevano i metalli. Leggiamo “Li Giudei debbano tutti abitar unidi in la Corte de Case, che sono in Ghetto appreso San Girolamo; ed acciocché non vadino tutta la notte attorno: Sia preso che dalla banda del Ghetto Vecchio dov’è un Ponteselo piccolo, e similmente dall’altra banda del Ponte siano fatte due Porte cioè una per cadauno di detti due luoghi, qual Porte se debbino aprir la mattina alla Marangona, e la sera siano serrate a ore 24 per quattro Custodi Cristiani a ciò deputati e pagati da loro Giudei a quel prezzo che parerà conveniente al Collegio Nostro…”. Nel 1475 viene fondata, a Piove di Sacco, presso Padova, la prima stamperia ebraica del territorio della Repubblica. Il 21 ottobre del 1553, il Consiglio dei Dieci emana un decreto con cui ordinava che andassero distrutte tutte le copie del Talmud, ed infatti la persecuzione della letteratura ebraica fu più forte nel Veneto che in altre parti d’Italia. A testimonianza di quanto detto potremmo portare come esempio i tantissimi processi ad ebrei come quello a Eusebio Renato, reo di possedere “alcuni libri che vengono da Tripoli di Soria”, probabilmente il Sefer ha-Halakot, ovvero il Libro delle disposizioni legali. Confessava di aver visto “uno che vendeva libri, el nome del qual non ve so dir et li trovai tra i altri libri un author chiamato Alfessi, el qual non essendo coretto è proihibito a tenerlo nel modo che se ritrova. Hora di novo vi è stato portato da un hebreo, che non ghe so el nome, un offitio quotidiano che loro dicono ogni giorno et tuto l’anno”. Alla stessa maniera non era permesso possedere bibbie in volgare come viene evidenziato dall’interrogatorio a carico del sarto Rinaldo di Burano “…Io haveva una bibia volgare, et l’anno passato, o il precedente predicando in Buran un padre de S. Domenigo, che diceva esser del S. Offitio, io andai da lui, et li dissi : ‘Voi havete predicato de libri prohibiti, vedete un poco se questa la posso tener’, lui mi disse de no, et se la ritenne, et ho inteso che l’ha donata al piovan de S. Martin de Buran…”. Nel 1590 è invece un certo Orazio ad essere condannato alla berlina a Rialto “per aver letto biblie volgari prohibite, et voluto contendere temeriamente delle cose della sacra scrittura essendo ignorante”. Importante era anche l’azione contro quelli che venivano chiamati libri “luterani”. Moltissimi furono i processi a carico di persone accusate, anche da stessi familiari o amici, di possedere tali libri, come nel caso di una certa Pasqua Sanudo, che aveva raccontato ad una suora che il suo figliastro, l’avvocato Zuan Battista Sanudo, era un “luterano che non temeva dio e che haveva delli libri luterani” ed in particolare che i libri erano tenuti nascosti “in locho secreto”. Allo stesso modo narrava come il figlio avesse anche libri con figure nude che lei stessa aveva cercato di bruciare ma che non è riuscita perché minacciata da lui con il coltello. Paul Grendler, nel suo The Roman Inquisition and the Venetian Press, segnala come nel 1548 furono pubblicamente bruciati circa 1.400 libri, per lo più in Piazza San Marco o a Rialto. Il possesso dei libri proibiti interessava anche il mondo ecclesiastico se a metà Cinquecento troviamo un interrogatorio a carico di alcune clarisse di Udine che avevano all’interno del loro convento molteplici libri non sempre leciti. Al giudice che chiedeva se si dovessero ritenere eretiche veniva risposto : “Secondo la intentione di quella persona […]. Signor sì, ch’io giudico questa persona esser heretica, se ella lo dice con la sua bocca, ma se non lo dice, non si può giudicar che sia heretica, perché lo potria tenir per ignorantia.’ cui fa eco un’altra, tra le più sospette : ‘Ma che cosa è heresia? io no m’intendo di queste cose, né manco intendo che voglia dir esser catolico’”. Si giocava anche molto sul fatto che non sempre la donna potesse avere le capacità intellettuali per capire questi libri come dimostra la testimonianza di suor Innocenzia Colloredo, che confessava “posso haver lette queste cose signate, ma non posso intenderle”. Ovviamente non mancano casi di possesso di libri di magia cerimoniale. Così Maddalena Leoncini, nel 1630, veniva accusata di possedere “un libro longo una quarta in circa, con cartoni zalli, del quale libro lei si seive facendo diverse stregane, e parlando con le persone, le dice certe parole in faccia, incantandoli, e con questo mezi ottiene da loro quel che lei vuole … il suddetto libro lo porta adosso un Ventura figliolo di detta Maddalena e quando non l’ha adosso, sarà esso libro in un armer per mezo hi porta della cucina in casa d’essa Maddalena e nelle scarselle del detto putto, che son in detto armer…”. Perfino il clero locale possedeva libri di magia, come dimostra il processo tenutosi nel febbraio 1648 contro un certo Sregolati, accusato dall’Inquisizione “… nella cella ti fosti ascoso in manica un libro, e un invoglio, col tentar di fuggire, e portar via l’uno, e l’altro, dal che trattenuto, e fattoti precetto dal medesimo padre inquisitore di consegnarli nelle mani, e detto libro, e invoglio dopo notabile resistenza ti cavasti dalla manica e gettasti per terra il libro, che fu trovato esser l’empio, e sacrilego libro chiamato la Clavicola falsamente attribuito a Salomone, e aperto l’invoglio fu ritrovato esservi dentro con foglio grande stampato in ramo, con circoli, caratteri, e demoni, e con un’altra Clavicola di Salomone, un libro che insegna a batezzare la calamità, con abuso de sacramenti battesimo, e cresima, e con scongiuri de spiriti…un libro d’esperimenti ad amorem, con varii esperimenti magici, due libri tutti maggici, Giovanni Bodino del leggare, un libro magico negromantico, due altri libri pur magici negromantici, un libro ciell’operationi de sette pianeti, Cornelio Agrippa, un foglio con abusi de cose sacre, e scongiuri de spiriti prohibiti, idee, e virtù de quattro anelli di Salomone prohibiti, mezzo foglio di carta, con scongiuri de spiriti, e abuso della sacra scrittura, otto fogli con circoli, pentacoli, e triangoli magici”.
Processi veneti e veneziani
Sarebbe davvero impossibile citare i tantissimi processi tenutisi in Veneto, solo nel 1500 ce ne furono 1600 per “strigaria, maleficio, arte magica e superstizione”, sfociati soprattutto in pene minori, quali l’esilio, le fustigazioni pubbliche, le berline e le gabbie precedentemente descritte. Da qui l’idea di concentrarci solo sulla città di Venezia come centrum inquisitorio. Quando si parla di Venezia, vengono subito in mente le bellissime gondole che vagano per i canali e l’atmosfera romantica che le avvolge, ma tra i campi e le calli gremiti di persone si nascondono antiche leggende, misteri insoluti, ombre di antichi personaggi che rendono la città inquietante e al tempo stesso seducente. La Repubblica veneziana fu molto attenta nel gestire i casi di stregoneria. Nel suo discorso sull’origine dell’Inquisizione della città e dominio di Venezia, Paolo Sarpi scriveva: Scoprissi numero grande di incantatrici in Val Canonica e per poca diligenza dei rettori di Brescia il giudizio fu lasciato all’arbitrio degli ecclesiastici. Da ciò nacquero così esorbitanti estorsione e querele degli oppressi che l’eccellentissimo Consiglio dei Dieci fu costretto ad annullare tutte le cose fatte e a far venire a Venezia il Vicari dei Vescovi e inquisitori, et operar che da altri giudici con l’assistenza dei rettori le cause fossero rivedute. Tra il 1518 e il 1519 un vicario del patriarca fece esporre a pubblica berlina presunte streghe e fece imprigionare un medico veronese accusandolo di “erbarie et strigarie ut dicitur”. Tra le filze processuali dell’Inquisizione veneziana, troviamo poi la condanna di quattro donne esposte al pubblico ludibrio su un palchetto eretto tra le colonne del Leone alato e San Teodoro, mentre ai piedi del ponte di Rialto erano incatenate le donne accusate di stregoneria. La più orrenda delle torture era però praticata sul meraviglioso campanile che svetta nella piazza, la cui ombra custodisce macabri ricordi. Vi si svolgeva infatti il supplizio di cheba: una gabbia in ferro sospesa nel vuoto, nella quale i condannati venivano esposti al pubblico oltraggio anche per lunghi periodi, costretti a sfidare le intemperie e la morte, che spesso sopraggiungeva come liberazione. L’adorazione del diavolo, quando presente, avveniva attraverso la carta dei tarocchi illuminata da un cero il cui stoppino, tratto rigorosamente dalla corda della campanella che annunciava il celebrante, era immerso in olio di chiesa: “Et prese un tarocco delle carte, ed era il diavolo, che lei lo rubette a posta, e gli accese quel cesendello inanzi quel diavolo et lei mi faceva giongere dell’olio secondo che mancava nel cesendello”. Tra le streghe più note ricordiamo Adriana Sorvognan, cortigiana meretrice che, come in molti altri casi, fu additata come strega proprio a causa del suo lavoro. Ancora, una certa Giovanna l’astrologa, guaritrice e indovina di cinquantasette anni che fu denunciata nel 1552 da un prete suo cliente e condannata al bando: “… et denunciò donna zanna cognominata la Medica, sta in Santo Stefano in calle di Pestrin, come herbera, fattucchiera et strega…”.[9] Nello stesso modo fu processata Dina Passarina, amante voluttuosa di un francescano, nonché guaritrice e preveggente aiutata dal succubo Arcan, racchiuso all’interno di “un ghotto di christallo di montagna”. Nel 1582 fu la volta di Lucia Furlana, indovina che, grazie al suo spiritello “per nome Buranello, dal qual dice saper tutto quello che lei vole”, sapeva anche smascherare i ladri. La donna abitava e profetizzava in calle Longa, a Santa Maria Formosa, mentre in Rio Terrà, tra campiello dell’Anaconeta e l’odierna Strada Nova, abitava Giovanna Semolina, “relicta Lazari semolina grisoni, cognominata la semolina, habitatrix Venetiarum in contrada Sancte Marie Magdalene in loco vocato Rio Terrao”. La strega doveva avere una certa fama se diversi testimoni del processo, interrogati, dissero che “questa Semolina sa far d’ogni cosa, buttar fave, herberie et strigarie, et questo l’ho inteso da più persone, et particolarmente dalla ditta mia patrona”. A San Paternian c’era Maddalena Bradamonte, detta “la Nasina”: “Sta a S. Paternian per la più iniqua et scelerata donna c’hoggi dì viva, la qual ritrovandosi sempre immersa nel male operazioni, con familiarità diabolica usa et adopra continuamente le più orrende stregherie et fatture … bestemmiando … né contentandosi haver sì fattamente offeso sua Divina Maestà, gli fa ancho i fichi dietro la schiena”. Importante fattucchiera di fine 1500 fu poi Elena Draga, indovina, impossessata dagli spiriti che, torturandola con pizzichi sulle gambe e sulle braccia, la indussero spesso a tentare il suicidio. Molte delle donne ritenute fattucchiere ed erbare erano in realtà prostitute che, decise a sposare uomini ricchi, cercavano di legarli a sé con rimedi magici poco credibili, come lo scongiuro alle stelle capace di togliere il sonno e far pensare sempre e solo alla persona da amare: Dio ti dia la bona sera stella papale, te scongiuro per il pane, l’olio, per il sale, per le messe che si dice il dì e la notte di Natale, in terra le si dice et in cielo le si scrive, in terra si dice le messe, in cielo si dice le secrete. Così questo vero e non busia, così il sonno del tal homo ghe sia. Grande importanza aveva poi la capacità di prevedere il futuro, soprattutto in campo amoroso, ed ecco che i processi descrivono il nécessaire della strega veneziana: “… fave le quali lei teniva in una peza et in esse fave ghe giera una bagatin (una piccola moneta), cera, pan, carbon et sal”. Ritroviamo una confessione simile nei verbali di Dominam Iuliam habitatem in domo Succursus de Contr Sancti Petri de Castell: “… con le fave vi era del carbon, del calcinazzo, un bagatin, della cera benedetta, e mentre facea questo dicea anco la scongiurazione di santa Lena”. Infine, una tradizione lega le streghe anche al famoso pittore Tintoretto. La leggenda narra che sua figlia Marietta stava per ricevere la comunione, quando una vecchia, facendo leva sulla sua bontà, le promise che in cambio di dieci particole l’avrebbe fatta diventare santa come la Madonna. L’ingenua fanciulla iniziò a conservare le ostie, ma il padre la scoprì e decise di aspettare la vecchia al varco. Quando la megera entrò in casa per ricevere il maltolto, infatti, il Tintoretto iniziò a picchiarla con una verga, ma la donna si trasformò in un gatto e fuggì. A difesa della casa, l’artista fece costruire un bassorilievo raffigurante Ercole con la clava, ancora oggi visibile.
Da Giordano Bruno a Casanova
Piazza san Marco può essere certamente considerata il centrum dell’inquisizione veneta. Ecco così che nell’angolo destro della Basilica è presente un cippo che era utilizzato per le esecuzioni, dove fu ucciso l’innocente Pietro Faccioli, un umile fornaio accusato dell’omicidio di un nobile, il cui fantasma, seconod leggende locali, circolerebbe per i viottoli durante le notti uggiose. Il più grande palco degli orrori inquisitori fu però il Palazzo Ducale. All’inizio le prigioni si trovavano nella torre fortificata detta “Torresella”, ma rivelandosi insufficienti, furono ampliate nel 1500 con la realizzazione delle Prigioni Nuove, tristemente note con il nome di “Piombi”.
Le celle, molto piccole e completamente buie, erano dotate solo di un foro di 20 centimetri e in estate, a causa del piombo con cui erano realizzati i tetti del palazzo, diventavano roventi. All’interno del palazzo si trovava la Camera del Tormento, dove venivano interrogati e torturati gli accusati prima di essere trasportati nelle celle lungo il famoso “Ponte dei Sospiri”, il cui nome rimanda ai lamenti dei prigionieri. Nel 1755 i Piombi ospitarono anche Giacomo Casanova che rese famose queste prigioni narrando della sua fuga nelle sue “memorie”, e principalmente nella”Mia fuga dai Piombi” avvenuta nel 1756.
Visione di Venezia dall’interno del Ponte dei Sospiri
Nato a Venezia, in Calle Malipiero, dove vi è una targa che ricorda l’evento, rimasto orfano di padre a soli otto anni d’età ed essendo la madre costantemente in viaggio a causa della sua professione, Giacomo fu allevato dalla nonna materna. Ben presto inviato a Padova dove rimane sino al termine degli studi, per poi rientrare a Venezia nel 1742. Purtroppo la morte della nonna segna fortemente la vita del personaggio. Iniziano tutta una serie di avventure che lo vedono a Napoli e a Roma, dove nel 1744 prese servizio presso il cardinal Acquaviva, successivamente ad Ancona dove si sarebbe innamorato di un cantante castrato, Bellino, che in realtà era davvero una ragazza che, per sopravvivere dopo essere rimasta orfana, si faceva passare per un castrato in modo da poter cantare nei teatri dello Stato della Chiesa. Nel 1750 lo ritroviamo poi a Parigi dove aderisce alla massoneria dove conoscerà anche Mozart. Scrive nelle sue memorie “”Ogni giovane che viaggia, che vuol conoscere il mondo, che non vuol essere inferiore agli altri e escluso dalla compagnia dei suoi coetanei, deve farsi iniziare alla Massoneria, non fosse altro per sapere superficialmente cos’è. Deve tuttavia fare attenzione a scegliere bene la loggia nella quale entrare, perché, anche se nella loggia i cattivi soggetti non possono far nulla, possono tuttavia sempre esserci e l’aspirante deve guardarsi dalle amicizie pericolose”. Ritornato a Venezia dopo il lungo soggiorno parigino e altri viaggi a Dresda, Praga e Vienna, il 26 luglio 1755, all’alba, viene arrestato e ristretto nei Piombi, probabilmente per detenzione di libri proibiti, circonvenzione di alcuni nobili ed affiliazione alla massoneria. in realtà molto più probabilmente viene arrestato per “libertinaggio”, ovvero la frequentazione con donne sposate, e forse, anche per la frequentazione con una certa Suor M.M. monaca nel convento di S. Maria degli Angeli in Murano, amante dell’ambasciatore di Francia, abate De Bernis. Rinchiuso nei famosi piombi, nella notte tra il 31 ottobre il primo novembre del 1756 tenta la fuga, poi riuscita. Lo ritroviamo così in Baviera dove si dedica alla Magia, ma più che altro con lo scopo di spillare soldi alle donne della nobiltà locale per poi inventare la prima lotteria nazionale allo scopo di rinsaldare le finanze dello stato. Gli anni successivi sono un intenso continuo peregrinare per l’Europa dove esercita pratiche esoteriche. Lo troviamo in Polonia e in Russia alla corte di Caterina La Grande. Nel 1774 ottiene la grazia dell’inquisitore quindi torna a Venezia dove assume ruolo di spia a favore del Santo uffizio ma, a causa di report sempre scarni e poco interessanti, alla fine viene costretto ad allontanarsi dalla città per cercare maggiori guadagni. Scrive il suo libro più famoso ovvero la sua biografia, Histoire de ma vie, e Historia della mia fuga dai Piombi che ebbe una diffusione immediata e varie edizioni, sia in italiano sia in francese ma il caso è praticamente unico e di proporzioni limitate a causa delle dimensioni dell’opera costituita dal racconto dell’evasione.





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