di Andrea Romanazzi

In un’epoca segnata da instabilità, carestie e flagelli, il Piemonte del Trecento si configura come un crogiolo in cui paure ancestrali e bisogni quotidiani si intrecciano profondamente. La stregoneria, lungi dall’essere solo un’ombra di superstizione, diventa una lente attraverso cui leggere i drammi collettivi e individuali di una società in bilico tra il sacro e il profano. Comprendere il diffondersi delle credenze magiche in questo periodo significa, dunque, penetrare il cuore di un mondo dove l’invisibile permeava ogni aspetto della vita, e la figura della fattucchiera si caricava di ambigui significati, oscillando tra la dannazione e la speranza.

La magia e i sortilegi erano spesso invocati per spiegare sfortune personali, malattie o problemi familiari, in un’epoca in cui la scienza medica era ancora agli albori e molte spiegazioni naturali dei fenomeni erano sconosciute. La figura della fattucchiera, quindi, rappresentava tanto una minaccia quanto una potenziale risorsa per chi cercava risposte e soluzioni a problemi complessi e spesso inesplicabili.

In Piemonte, durante la prima metà del Trecento, la pratica della “fattucchieria” era largamente diffusa, testimoniando una radicata presenza di credenze e pratiche magiche. Ci focalizziamo in questo approfondimento nell’area delle tre valli  la Val Pellice, la Val Germanasca e la Val Chisone, da noi ampiamente esplorate. Qui uno dei casi più documentati riguarda Raimonda Rivoyre, condannata a pagare 100 soldi viennesi tra il 1300 e il 1302 per aver praticato sortilegi. Un altro caso significativo è quello di Alasina, moglie di Oberto Rusca, multata di 15 lire nel 1308 o 1309 per aver compiuto fatture contro il figlio o figliastro Stefano e la fantesca Ricciarda, sua amante. 

Il Caso di Agnese di Buriasco

Tra il 1314 e il 1315, Buriasco Superiore fu teatro di un caso di presunta stregoneria che coinvolse una certa Agnese, figlia di Milone Verino. Agnese venne accusata di aver somministrato una bevanda “nociva e mortifera” a un uomo chiamato Ferrarotto. Per evitare l’arresto immediato della sorella, Giacomo, fratello di Agnese, promise prontamente di presentarla in qualunque momento al castellano di Pinerolo. Tuttavia, Agnese non tardò a fuggire dal paese, costringendo Giacomo e il loro padre a pagare una grossa somma come multa. Questo caso mette in evidenza come sebbene esistessero ciarlatane consapevoli dell’inutilità dei loro “sortilegi”, “divinazioni” e “fatture”, che meritavano le sanzioni poliziesche, queste erano probabilmente l’eccezione. Anche oggi, in tempi molto diversi, molte indovine che leggono le carte sono profondamente convinte della verità della loro arte e si sentono offese se qualcuno dubita delle loro capacità, o addirittura compiangono chi, per durezza d’animo o ignoranza, non riesce a riconoscere i loro presagi. Sempre a Buriasco troviamo un altra fattucchiera di nome Giacomina Tizzona. Nota anche nel  Vercellese, vicina agli “Apostolici di fra Dolcino”, era nota per divinazioni e “fatture”. Ricercata, fuggì e trovò rifugio a Pinerolo, dove fu accolta da una certa Caterina Fogneta che sfruttò sue abilità divinatorie, e proprio per questo, condannata, poi, a una multa di quattro lire per averla ospitata. Non ci sono  dettagli sulla sorte di Giacomina, ma certamente i casi di Agnese e Giacomina Tizzona ci offrono uno spaccato della complessa realtà della stregoneria nel Piemonte medievale. 

Le streghe di Cumiana

La prima strega o, meglio, fattucchiera di Cumiana ebbe un destino più tragico rispetto alle sue compagne di Pinerolo e Buriasco. Lorenza, nome con cui è nota, già nel 1320 aveva acquisito una notevole reputazione e creato attorno a sé una sorta di scuola dell’arte magica. Catturata, riuscì a fuggire ma  il tentativo di fuga non ebbe successo. Riportata in prigione, fu presto bruciata sul rogo, mentre un ladro, suo compagno di prigione, veniva impiccato. L’infelice destino di Lorenza non estinse la pratica della stregoneria a Cumiana. Solo tre o quattro anni dopo la sua morte, la fattucchieria riemerse incarnata in un uomo, Giacomo o Giovanni Prato, che praticava “divinazioni, esperienze e circoli” al servizio di molti abitanti di Cumiana. La sua specialità sembrava essere la scoperta di oggetti smarriti, una magia non malefica, ma comunque considerata illecita e punita, sebbene in modo meno severo rispetto alle fatture nocive. Nel 1324, Prato fu condannato insieme a Giovanni Cocolo, Tomaso Carolo, Termaguone Valentino, Matilde Caritona e Michele, bastardo dei Galli, che tutti lo avevano consultato. Le multe inflitte a Prato furono naturalmente molto più elevate rispetto agli altri.

Questi esempi di stregoneria territoriale, sono certo un vivido esempio di come la superstizione e la paura della stregoneria potessero influenzare la vita quotidiana e le relazioni sociali nel Piemonte medievale. Questi episodi non solo riflettono la mentalità dell’epoca, ma mostrano anche le conseguenze personali e legali che derivavano dall’accusa di pratiche magiche. In un contesto così permeato dalla paura del soprannaturale, la vita di chiunque fosse sospettato di stregoneria era inevitabilmente segnata da incertezza e pericolo.

Una replica a “Stregoneria nel Piemonte Medioevale: Un Fenomeno Diffuso”

  1. Trovo tutto ciò profondamente interessante. Mi piace vedere come riti e idee antecedenti al cristianesimo siano sopravvissute e come sono anche cambiate nel corso del tempo e del perché abbiano resistito così a lungo. Ottimo lavoro!

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