di Andrea Romanazzi
Come già detto nel precedente approfondimento, Il neo-druidismo non nasce per conservare un passato, ma per rispondere a una frattura. Oggi questa frattura è più profonda di qualsiasi fase precedente. Non viviamo soltanto una crisi ecologica, sociale o politica, ma una crisi ontologica: è in discussione che cosa significhi essere umani.
La riduzione dell’individuo a profilo comportamentale, a dato, a previsione statistica segna un passaggio epocale. Per la prima volta, l’essere umano è pensato e trattato non come soggetto relazionale, ma come risorsa informativa. Ancora una volta così dobbiamo sottolinearlo: Essere “neo” non significa aggiornare riti antichi magari travestiti da antichi, significa guardare in faccia la tecnica, l’algoritmo, l’Antropocene, la digitalizzazione del sacro, senza fingere che non esistano o che basti tornare al bosco per risolverli.
Abbiamo esaminato il rapporto Uomo-Natura, ma c’è un altro mondo in crisi, il rapporto Uomo-Uomo. C’è stato un tempo in cui aprire Facebook significava incontrare dei volti. Non era un’utopia relazionale né un paradiso comunitario, ma uno spazio in cui la dimensione sociale aveva ancora un ancoraggio riconoscibile: nomi, facce, storie minime condivise. Anche i legami più deboli, l’ex compagno di classe, il collega di un vecchio lavoro, l’amico di un amico, conservavano una traccia di realtà. Erano relazioni leggere, certo, ma non astratte. Oggi quello spazio è profondamente cambiato. Scorrendo il feed, ciò che domina non sono più le persone che conosciamo, ma un flusso indistinto di contenuti: annunci pubblicitari, post suggeriti, video virali, profili di sconosciuti. Non entriamo più in un luogo sociale, ma in un ambiente informativo ottimizzato. Non incontriamo qualcuno: attraversiamo qualcosa. Questo cambiamento non è solo una questione di algoritmo o di modello di business. È una trasformazione antropologica. Il modo in cui le piattaforme ci mostrano il mondo modifica il modo in cui pensiamo noi stessi e gli altri. L’essere umano, nello spazio digitale, non è più concepito come soggetto relazionale, ma come unità di comportamento. Non conta chi sei, ma cosa fai: quanto tempo resti, dove ti fermi, cosa clicchi, cosa ignori. L’identità viene progressivamente ridotta a una serie di segnali misurabili. È qui che prende forma la logica dell’“uomo-dato”. Non un uomo con una storia, un volto, una complessità, ma un profilo predittivo. Una sequenza di probabilità. L’“amico” non è più qualcuno con cui condividi un tratto di vita, ma qualcuno che l’algoritmo ti propone perché rientra in una curva statistica: stesso interesse, stessa rabbia, stessa curiosità, stesso tempo di attenzione. La relazione non nasce, viene calcolata. Questo sistema non produce isolamento nel senso classico del termine. Non ci chiude in una stanza vuota, al contrario, ci immerge in una sovrabbondanza di stimoli e presenze. Siamo visti, ma non riconosciuti. Esposti, ma non interpellati. L’attenzione che riceviamo non è attenzione umana, ma attenzione computazionale. Non qualcuno che ci guarda, ma qualcosa che ci misura. La differenza è sottile, ma decisiva. Il riconoscimento implica reciprocità; la misurazione no. Può essere continua, totale, eppure completamente impersonale. In questo contesto, la parola “amicizia” si svuota lentamente del suo significato originario. Diventa una categoria quantitativa: numero di contatti, di follower, di interazioni. Essere “amici di tutti” significa essere compatibili con molti flussi, non legati a qualcuno. Ma l’amicizia, quella reale, è l’opposto della compatibilità universale. Richiede attrito, differenza, tempo condiviso. Richiede memoria. La presenza, però, è ciò che il sistema fatica a tollerare. La presenza è improduttiva. Non si ottimizza. Non accelera. Non garantisce permanenza costante. L’amicizia vera ha pause, silenzi, distanze. Non è sempre performativa. Non è sempre interessante. E proprio per questo costruisce legami. In un ambiente progettato per massimizzare l’attenzione e ridurre ogni frizione, tutto ciò diventa un problema da eliminare. Il paradosso è che non abbiamo mai parlato così tanto di comunità mentre ne sperimentiamo sempre meno. Le piattaforme moltiplicano i contatti, ma indeboliscono i legami. Offrono visibilità, ma sottraggono profondità. Producono una socialità senza corpo, senza tempo, senza luogo. Una socialità che non lascia tracce nella memoria, solo nel database. È in questo scenario che il neo-druidismo può tornare a configurarsi come una forma di resistenza ontologica, cioè come una presa di posizione sul modo stesso in cui oggi l’essere umano e le relazioni vengono pensati. Nella visione druidica in chiave contemporanea, la relazione non è mai astratta né disincarnata: esiste solo laddove qualcuno accetta di stare, di ascoltare, di condividere uno spazio e un tempo, assumendone il peso e la responsabilità.
Anche le prime forme di Ordini Online, nate in epoche in cui la distanza fisica imponeva soluzioni nuove, non erano pensate come surrogati della presenza né come reti indefinite di contatti. Al contrario, il gruppo a distanza aveva una funzione precisa: preparare, orientare, disciplinare. Univa persone lontane attorno a un lavoro comune sul tempo, sullo studio e sulla pratica, mantenendo chiaro che la relazione non si esauriva nello scambio continuo, ma si costruiva attraverso la continuità e l’impegno.
La distanza, in questo modello, non cancellava la presenza: la sospendeva. Non la sostituiva con il flusso, ma la custodiva. L’incontro, reale o simbolico, restava sempre un orizzonte vincolante, non un’opzione eventuale. La mediazione non veniva rifiutata, ma tenuta sotto controllo, impedendole di trasformarsi in smaterializzazione del legame.
Il mutamento delle piattaforme social, Facebook è solo l’esempio più evidente, ha però inciso anche sul nostro modo di pensare le relazioni. Non solo su come comunichiamo, ma su ciò che consideriamo “relazione” in quanto tale. Il problema non è aggiungere una dimensione spirituale a un mondo tecnocratico, ma mettere in discussione il presupposto secondo cui ciò che esiste deve essere visibile, misurabile e valutabile in termini di like, interazioni e performance.
In questa prospettiva, il neo-druidismo non può ridursi a una community online né a un’identità da esibire con vestiti o foto di altari e nemmeno ad un rifiuto della tecnologia. Il nodo non è lo strumento, ma l’orizzonte in cui lo strumento opera. Il problema non è la rete in sé, ma il multiverso del feed: uno spazio continuo, senza soglie, in cui tutto è presente nello stesso modo, senza gerarchie di senso, senza durata, senza memoria. Nel feed ogni contenuto vale per il tempo in cui trattiene l’attenzione; ciò che non genera reazione scompare. Non esiste profondità, solo successione.
Uscire dal multiverso del feed non significa spegnerlo, ma smettere di assumerlo come modello implicito di realtà. Significa rifiutare l’idea che l’esperienza umana debba essere frammentata, immediata e continuamente rinnovata per esistere. Il feed non è solo una forma di consumo dell’informazione: è una forma di educazione percettiva. Ci abitua a non sostare, a non attendere, a non distinguere. Tutto scorre, tutto equivale, tutto è potenzialmente sostituibile. Questo è l’esatto opposto del tempo ciclico neo-druidico. Il neo-druidismo contemporaneo, allora, non deve semplicemente criticare il feed, ma disinnescarne l’effetto formativo. Non rifiutando la tecnologia, ma il passaggio da un online scelto e non subìto, e che rende possibile un incontro che resta umano, situato, riconoscibile.
Il neo-druidismo contemporaneo, in questo senso, non deve chiedere di uscire dalla logica dell’algoritmo in cui l’incontro non sia il risultato di una selezione automatica, ma di una decisione condivisa.






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