di Andrea Romanazzi

La strega, figura enigmatica e intrisa di mistero, si è affermata sempre più nell’immaginario collettivo contemporaneo, tracciando un percorso affascinante attraverso le varie sfaccettature della cultura moderna. In questo approfondimento vogliamo esaminare la figura della “Strega” contemporanea.

L’evoluzione della strega, analizzata sotto il profilo dell’immagine sociale, delinea una parabola semantica di straordinario interesse: da incarnazione del male assoluto e minaccia per l’ordine costituito, essa si è trasmutata in un’icona polisemica di potere femminile e resistenza contro le asimmetrie sistemiche. Questa metamorfosi non deve essere intesa come un semplice fenomeno di costume, bensì come una profonda ristrutturazione archetipica che ha influenzato trasversalmente la sfera dell’intrattenimento, i movimenti politici e le nuove sensibilità spirituali. La presenza della strega oggi permea ogni strato della cultura contemporanea, dalle narrazioni seriali alla letteratura, trovando nei social media e nelle moderne prassi esoteriche un terreno fertile per una rivendicazione identitaria che pone al centro il sacro femminile e la tutela delle minoranze. Se inizialmente la strega rappresentava ciò che doveva essere estirpato, oggi essa incarna la donna che rifiuta i confini imposti dal patriarcato, rivendicando una sapienza ancestrale e una connessione con la natura che la società industriale ha tentato di recidere.

L’evoluzione della figura della strega riflette anche i cambiamenti nella comunicazione contemporanea. L’integrazione delle tecnologie digitali nelle prassi esoteriche contemporanee ha determinato una radicale riconfigurazione degli spazi di aggregazione, trasformando piattaforme come Facebook, Instagram e TikTok in veri e propri templi virtuali e arene di dibattito magico-spirituale. Questa migrazione del sacro nel profano tecnologico non rappresenta una semplice trasposizione di contenuti, ma una evoluzione strutturale del modo in cui la conoscenza occulta viene veicolata e fruita. Attraverso l’uso strategico dei social media, le comunità di Streghe hanno abbattuto le barriere del segreto iniziatico tradizionale, favorendo una democratizzazione del sapere che permette a individui geograficamente isolati di connettersi in una rete globale di solidarietà e apprendimento condiviso. In questo ecosistema digitale, la condivisione di conoscenze non si limita alla mera esposizione di precetti teorici, ma si manifesta in una ritualità performativa e collettiva. L’organizzazione di rituali online, spesso sincronizzati su scala mondiale, trasforma lo schermo in uno specchio magico capace di unire intenti individuali in un’unica volontà collettiva. Questi spazi virtuali divengono dunque laboratori di attivismo dove la figura della strega si spoglia definitivamente della veste puramente folkloristica per assumere quella di agente di mutamento sociale. La dimensione comunicativa di queste piattaforme , inoltre, favorisce inoltre una sinergia inedita tra estetica e contenuto, dove l’immagine della strega contemporanea viene curata per veicolare messaggi di empowerment e giustizia sociale.In tale contesto, le comunità digitali non sono semplici forum di discussione, ma vere e proprie avanguardie culturali che operano per la decostruzione dei modelli patriarcali, promuovendo un’etica della cura e del rispetto per l’alterità che trova nel web una cassa di risonanza globale di straordinaria efficacia, consentendo a un numero sempre maggiore di persone di identificarsi come tali e di connettersi con altre comunità simili in tutto il mondo.

Nel processo di ri-significazione della figura della strega, un ruolo di rilievo è stato assunto dalla Wicca, un movimento religioso neopagano che ebbe origine negli anni ’50 in Inghilterra e che attrasse numerosi seguaci, tra cui diverse femministe. La pratica della magia, tradizionalmente riservata agli uomini e alle élite culturali, divenne accessibile anche alle donne comuni, mettendo in discussione le concezioni tradizionali legate alla visione del mondo cristiana. Con la globalizzazione e internet questa idea woke della strega è diventata ancora più evidente.

L’analisi del fenomeno non può prescindere, tuttavia, da una disamina critica circa la progressiva “edulcorazione” della figura della strega, un processo di normalizzazione che rischia di obliterare la densità chiaroscurale intrinseca alla stregoneria storica e folklorica. Nel tentativo di riscattare tale immagine dalle secolari persecuzioni, la contemporaneità ha sovente operato una semplificazione morale, trasformando una figura ontologicamente ambigua in un’icona monodimensionale di positività e attivismo etico. Questo slittamento semantico, seppur funzionale a istanze di rivendicazione sociale, sacrifica la complessità di un archetipo che, per sua natura, abita le soglie e non si lascia imprigionare in categorie binarie di bene e male. Nella tradizione popolare e nelle testimonianze storiche, la strega non era sempre una figura rassicurante; essa incarnava una connessione con potenze pre-morali e selvagge, capaci tanto di guarire quanto di nuocere, di benedire quanto di maledire. Rappresentava l’irruzione dell’irrazionale e dell’incontrollabile in un mondo che tentava faticosamente di darsi un ordine teologico o razionale. Ridurre la stregoneria a una sorta di “spiritualità del benessere” o a un mero sinonimo di emancipazione significa privarla della sua carica eversiva più autentica: quella legata al mysterium tremendum, alla gestione di forze naturali che sfuggono alle rigide griglie etiche della società civile.

Un ulteriore elemento di criticità risiede nella massiccia commercializzazione e nell’appropriazione della figura della strega da parte dell’industria del consumo e dell’intrattenimento. Questo processo di mercificazione tende a svuotare il simbolo del suo peso storico e rituale per ridurlo a un prodotto estetico, un “brand” o un trend da social media facilmente fruibile. Quando la stregoneria diventa una moda o una strategia di marketing, si assiste a una sorta di feticismo dell’accessorio che occulta la profondità delle radici culturali e le reali sofferenze di chi, in passato, ha subito la condanna per la propria alterità.

Il rischio concreto è che la “strega pop” finisca per oscurare la strega reale, quella figura di confine che ricordava all’umanità la fragilità delle proprie certezze e la persistenza di un’ombra che nessuna luce razionalista o progressista potrà mai del tutto dissipare.

La perdita di questa dimensione ambivalente non è solo un impoverimento storico, ma una rinuncia alla comprensione della complessità psichica e spirituale che tale archetipo ha custodito per millenni.

La strega 2.0 si presenta dunque come un’evoluzione della figura tradizionale, adattandosi al contesto digitale e alle sfide del mondo contemporaneo. Questa nuova incarnazione della stregoneria incorpora elementi di antiche tradizioni, spiritualità moderna e attivismo sociale, creando un ponte tra passato e presente. La strega 2.0, dunque, come figura della cultura woke è una sintesi di magia, spiritualità e impegno sociale. Incarna i valori dell’inclusività, dell’equità e della giustizia sociale, utilizzando la magia come mezzo per promuovere il cambiamento positivo nel mondo. Questa strega è consapevole delle ingiustizie e delle disparità presenti nella società e si impegna attivamente nella lotta per i diritti umani, l’uguaglianza di genere, la giustizia ambientale e altri movimenti progressisti. Utilizza la propria pratica magica e la spiritualità come strumenti per sostenere e amplificare le voci dei marginalizzati e per combattere i sistemi di oppressione e discriminazione. Anche la pratica magica si è modificata di conseguenza.

D’altra parte, eminenti figure del passato come Aleister Crowley, avevano una visione più individualista e ribelle della pratica magica. Crowley era interessato all’espansione della coscienza e alla liberazione individuale attraverso l’uso della magia e dell’occultismo. Credeva che ogni individuo dovesse trovare e perseguire la propria via unica verso l’auto-realizzazione e il pieno sviluppo del proprio potenziale. Per Crowley, la magia era un mezzo attraverso il quale un individuo poteva esplorare se stesso, ampliare la propria coscienza e realizzare i propri desideri e aspirazioni personali. Di conseguenza, il suo approccio alla pratica magica era fortemente orientato all’auto-esplorazione e all’empowerment individuale.

La parabola della strega nel tessuto sociale contemporaneo rivela, dunque, una tensione irrisolta tra la necessità di riscatto identitario e il rischio di una banalizzazione ontologica. Se da un lato la sua metamorfosi in icona di resistenza e potere femminile ha permesso di scardinare secolari pregiudizi, offrendo un linguaggio simbolico ai movimenti di emancipazione e alle nuove spiritualità digitali, dall’altro l’eccessiva polarizzazione verso una “positività etica” minaccia di recidere il legame con la sua radice più autentica e perturbante.

La sfida per la cultura futura risiede dunque nella capacità di preservare l’integrità di questo archetipo senza sacrificarne l’ambivalenza. La strega non può essere ridotta né a un mero simulacro del male, come imposto dalle inquisizioni storiche, né a un rassicurante prodotto di consumo o a un semplice vessillo ideologico. Ella deve continuare a rappresentare quella “zona d’ombra” che sfugge alle logiche del mercato e alle morali precostituite, agendo come custode di una sapienza di confine che integra la luce e l’oscurità.

Solo mantenendo viva questa complessità sarà possibile evitare che la stregoneria si trasformi in una moda passeggera, garantendo invece che rimanga una forza trasformativa capace di interpellare le profondità dell’animo umano e le contraddizioni della società.


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