di Andrea Romanazzi

Tra le formule più enigmatiche che la stregoneria contemporanea abbia ereditato dall’esoterismo europeo, poche hanno suscitato tanta curiosità quanto la sequenza misteriosa…

Bagahi laca bachahé
Lamac cahi achabahé
Karrellyos
Lamac lamec bachalyos
Cabahagi sabalyos
Baryolas
Lagozatha cabyolas

Samahac et famyolas Harrahya

Parole che sembrano provenire da una lingua dimenticata, pronunciate come invocazione o salmo nei riti neopagani, ma la cui origine è avvolta da un enigma. Questa formula, che molti credono di ascendenza babilonese, druidica o cabalistica, è in realtà una creazione moderna. Nasce nei circoli occultistici dell’Ottocento francese e trova nuova vita nel Novecento, con la rinascita della stregoneria moderna e la nascita della Wicca.

Dai grimori francesi alla Wicca di Gerald Gardner

Le prime apparizioni di formule magiche in lingue commiste risalgono ai cosiddetti grimoires ottocenteschi, come il Dragon Rouge o il Grimoire du Pape Honorius, testi che mescolavano latino, ebraico e invenzioni sonore con l’intento di evocare antiche lingue magiche. In quei manuali, le voces magicae non erano pensate per essere comprese, ma per agire: la forza della parola non risiedeva nel suo significato, ma nella vibrazione del suono. Fu Gerald Gardner (1884–1964), fondatore della moderna Wicca, a riscoprire e includere questa formula nel suo Book of Shadows, attribuendole un’origine “precristiana” e associandola all’invocazione del Dio Cornuto, signore della natura e della fertilità.

Da allora la litania è entrata stabilmente nei rituali wiccan, in particolare nell’“Invocation of the Horned God”, spesso alternata a versi di Doreen Valiente. In alcune versioni, è preceduta da un’invocazione alla Dea o alle Quattro Direzioni, e si recita come linguaggio sacro, destinato a risvegliare la presenza divina.

Nel 1971, lo scrittore britannico Michael Harrison pubblicò un volume destinato a influenzare profondamente la cultura esoterica del tempo: The Roots of Witchcraft. In questo testo, a metà tra ricerca storica, linguistica e mitopoiesi, Harrison raccolse la formula “Bagahi laca bachahé” e ne propose una lettura visionaria. Secondo lui, queste parole non erano invenzioni moderne, ma frammenti di una lingua sacra preistorica, parlata dalle antiche caste sacerdotali dell’Eurasia. Una lingua del potere, usata nei riti sciamanici per comunicare con gli spiriti della natura. Harrison chiamò questa lingua “proto-magica”, ipotizzando che i suoni rituali della stregoneria europea fossero le ultime eco di quel linguaggio perduto.

Benché la sua ipotesi non abbia basi scientifiche solide, la suggestione è potente. Egli considerava la formula come “la voce più antica dell’uomo che chiama il divino attraverso il ritmo, non attraverso la ragione”.

Harrison non fu il primo a credere nell’esistenza di un linguaggio sacro universale. Già nel Rinascimento, umanisti e cabalisti come Pico della Mirandola e Cornelio Agrippa cercavano la lingua originaria dell’uomo, quella con cui Adamo avrebbe nominato le cose e parlato con Dio.
Nel Novecento, l’occultismo francese e britannico trasformò questa idea in chiave neopagana: una lingua non di Dio, ma della Terra — la lingua della magia, della natura e degli spiriti.

A livello linguistico, Bagahi laca bachahé non appartiene a nessun idioma conosciuto. Non è sumera, né ebraica, né celtica.
Si tratta di una glossolalia costruita, un linguaggio artificiale composto per scopi rituali. Come detto gli occultisti francesi del XIX secolo crearono spesso queste sequenze per imitare l’arcaismo sonoro dei papiri magici greco-egiziani, dove abbondano le voces magicae — parole incomprensibili, ma dotate di potenza evocativa. Il principio è semplice e antico: nella magia, il suono è la sostanza dell’azione.
Non serve che la parola abbia senso — basta che la sua vibrazione colpisca il livello invisibile della realtà, generando un effetto. È la stessa logica che anima i mantra indiani o le formule cabalistiche e gnostiche.

Il mito della “lingua magica”

In questo contesto, Bagahi laca bachahé diventa il simbolo perfetto di una nostalgia spirituale: non importa che sia una costruzione moderna, perché il suo potere sta nel ricordare ciò che abbiamo dimenticato.

È il suono del sacro senza mediazioni: parole che non vogliono significare, ma risvegliare.

Oggi, la formula continua a essere usata nei rituali wiccan, nelle pratiche druidiche e in molti percorsi neopagani europei. Spesso viene intonata come canto o salmodia, perché la sua forza è soprattutto fonetica: il ritmo incalzante, la cadenza alternata tra suoni gutturali e vocali aperte produce uno stato di trance dolce, un senso di “memoria sonora”.

La formula si è così trasformata in un archetipo: la lingua perduta degli dèi, non più come realtà storica, ma come esperienza interiore.

Nel pronunciarla, l’adepto non parla una lingua antica — la ricrea.
Il rito diventa allora atto di immaginazione sacra, memoria sonora del mondo. Come scrisse Michael Harrison, “ogni incantamento è un’eco di ciò che l’uomo fu, quando parlava e creava con la stessa voce”.

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