di Andrea Romanazzi
Il brigantaggio nel Sud Italia rappresentò un fenomeno complesso e multiforme con radici profonde nelle condizioni socio-economiche e politiche dell’epoca. Spesso si associa il brigante a colui che vedeva nel piemontese e nello stato di Savoia il nemico contro il meraviglioso regno di Napoli. Purtroppo non è così.
La storiografia dimentica che il brigantaggio nasce un secolo prima, quando la Puglia si trovava ancora sotto il dominio del Regno di Napoli, governato dalla dinastia Borbonica, e più tardi anche dal Regno di Napoli sotto il dominio spagnolo e austriaco. Anche se certamente il Regno di Napoli, soprattutto durante alcune fasi della sua storia, può essere considerato una delle regioni più ricche e prosperose d’Europa, non era immune da problemi e disuguaglianze. Una parte significativa della popolazione viveva in condizioni di povertà estrema, soprattutto nelle zone rurali, dove la maggior parte dei contadini era soggetta a un sistema feudale oppressivo. Inoltre, la corruzione, la cattiva gestione e le rivolte periodiche contribuivano a minare la stabilità della stessa economia. Furono queste ragioni a creare un terreno fertile per il brigantaggio. I briganti infatti, spesso provenienti da contesti socio-economici disagiati, si ribellavano alle autorità centrali e alla classe dominante, cercando di ottenere giustizia sociale, oppure, in alcuni casi, perseguendo semplicemente il proprio tornaconto personale. Utilizzavano tattiche di guerriglia, saccheggi e estorsioni per sostenere le proprie attività.
Storicamente possiamo definire la nascita del brigantaggio con l’occupazione napoleonica, questo perché l’arrivo delle truppe francesi portò cambiamenti radicali nella struttura politica e sociale delle terre meridionali, sconvolgendo gli equilibri preesistenti e minacciando i privilegi di alcune élite locali, tra cui la nobiltà e il clero. Quando i Borboni furono reinstaurati al potere dopo la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna nel 1815, la situazione non migliorò. Anche se i Borboni rappresentavano una restaurazione dell’ordine precedente, il loro governo non risolse molte delle questioni socio-economiche che avevano alimentato il malcontento e il brigantaggio durante il periodo napoleonico. Inoltre, il ritorno dei Borboni al potere portò spesso a una restaurazione dei privilegi della nobiltà e del clero, aggravando le tensioni sociali e alimentando il sentimento anti-borbonico tra le masse popolari. Di conseguenza, molti briganti continuarono la loro resistenza, vedendo nei Borboni una continuazione dell’oppressione e delle ingiustizie del passato. Insomma, il brigantaggio già esisteva prima dei Savoia ed era una realtà. Dopo l’unificazione dell’Italia nel 1861, molte regioni del Sud, compresa la Puglia, continuarono a soffrire di gravi problemi economici, sociali e politici. Le promesse di sviluppo e prosperità portate dall’unificazione e dal terrorista Garibaldi non si realizzarono e le regioni meridionali rimasero economicamente svantaggiate rispetto al Nord industrializzato. Nasce il brigantaggio post-unitario che altro non è che la continuazione del precedente. Scopo di questo approfondimento è però studiare il brigantaggio pugliese ed in particolare nel territorio della Murgia. Poco noto, meno appariscente del fenomeno lucano o calabrese, vedremo interessanti spunti di riflessione.
Vi vogliamo raccontare tre storie emblematiche per il brigantaggio delle Murge.
L’ultima battaglia del tenente Enrico Pizzigalli
Era il 20 marzo 1868. Le Murge, aspre e selvagge, nascondevano tra i loro anfratti le ombre dei briganti, uomini in fuga dalla giustizia, ribelli alla legge del nuovo Regno d’Italia. La missione del tenente Enrico Pizzigalli era chiara: scovare e reprimere le bande di Crocco, Caruso, Ninco Nanco e Coppa, che da tempo seminavano terrore tra le genti del Sud.
Quel giorno, due compagnie del 4º battaglione del 9º Reggimento Fanteria, sotto il comando del maggiore Fantini, lasciarono Altamura in perlustrazione. Con loro vi era anche un reparto di Cavalleggeri di Saluzzo, guidato proprio dal tenente Pizzigalli e dal sottotenente Carlo Moroni. L’obiettivo era la Masseria Franchini, un luogo isolato tra Altamura e Gravina, noto per essere un rifugio dei briganti.
Mentre avanzavano tra le colline e i muretti a secco che caratterizzavano quel paesaggio brullo, le sentinelle notarono in lontananza una schiera di cavalieri. In quelle terre, non poteva trattarsi di altro che della famigerata banda di briganti. Dato l’allarme, fanteria e cavalleria si lanciarono all’inseguimento. I briganti, esperti conoscitori di quei luoghi, si fermarono oltre un vasto quadrato di muri a secco, pronti a tendere un’imboscata.
Senza esitazione, Pizzigalli e Moroni si gettarono avanti con i loro uomini, superando un varco nel muro. Fu in quel momento che la trappola scattò. Una scarica improvvisa di fucileria si abbatté sui soldati. Pizzigalli, in prima linea, fu colpito in pieno petto. La carica del fucile brigantesco, riempita con piombo grezzo e chiodi, gli squarciò la carne, facendolo cadere pesantemente a terra.
Il dottor Luigi Cerruti, medico del battaglione, giunse rapidamente sul posto. Accorse accanto all’amico riverso nel cuore del quadrato di pietra. Con mani tremanti, tentò di soccorrerlo, ma comprese subito che non c’era nulla da fare. Il tenente Pizzigalli, con lo sguardo velato dal dolore, spirò tra le sue braccia, vittima di quella battaglia senza tregua contro il brigantaggio.
Intorno a loro, il combattimento infuriava. Il sottotenente Moroni, miracolosamente illeso nonostante la morte del suo cavallo, incitò i suoi uomini a inseguire i briganti. Il fuoco continuò a crepitare, e alla fine molti dei ribelli caddero sotto i colpi della fanteria. Tra i corpi rimasti sul terreno vi era anche quello del capobanda Coppa, segno che la lotta non era stata vana.
La notizia della morte di Pizzigalli si diffuse rapidamente, lasciando un segno profondo tra i commilitoni. La sua fine eroica venne ricordata come simbolo di fedeltà e sacrificio per la causa dell’ordine e della giustizia. In quelle terre selvagge, dove la legge era ancora un concetto fragile, il sangue del giovane tenente bagnò la polvere delle Murge, unendosi alla storia di un’Italia in costruzione.
Il saccheggio della Masseria Viti De Angelis
(24 febbraio 1862, Terra di Bari)
L’aria era satura di polvere e odore di terra umida quando la colonna di briganti giunse nei pressi della Masseria Viti De Angelis. Erano circa duecento uomini a cavallo, guidati da Carmine Crocco, il temuto brigante lucano. Provenivano dalle alture, muovendosi tra i sentieri scoscesi e le pietraie delle Murge, approfittando dell’oscurità per non destare sospetti. Il battito incessante degli zoccoli sui sentieri di pietra si confondeva con il vento che soffiava tra le sterpaglie.
Giunti alla masseria, circondarono l’edificio e si dispersero lungo la strada fra Toritto e Altamura, bloccando ogni passaggio. I contadini, sorpresi nel cuore della notte, non ebbero scampo: i briganti si riversarono nelle stalle e nei granai, razziando tutto ciò che poteva essere trasportato. I cavalli vennero sottratti ai proprietari e gli animali da cortile finiti con colpi rapidi di fucile.
Le corrispondenze postali e telegrafiche del Regno furono il primo bersaglio. I sacchi delle lettere vennero squarciati, i dispacci ufficiali gettati nel fango e bruciati. Per ore, la banda rimase padrona della strada, impedendo ai messaggeri di raggiungere le guarnigioni militari. Nelle campagne circostanti, i fumi degli incendi si sollevarono nel cielo plumbeo, testimoni di una notte di saccheggio.
Solo quando il bottino fu assicurato e le provviste saccheggiate, Crocco ordinò la ritirata. I briganti si dispersero nelle boscaglie, lasciandosi alle spalle una masseria devastata e un silenzio carico di terrore.
L’agguato al Castello del Garagnone
(Marzo 1862, nei pressi del Castello del Garagnone)
La scorribanda non rimase impunita. Nella prima metà di marzo, un secondo gruppo di briganti fece la sua comparsa nelle campagne altamurane. Erano in centinaia, uomini armati che si muovevano tra le antiche rovine del Castello del Garagnone, rifugiandosi nei ruderi e nelle grotte nascoste tra i costoni di roccia. Da lì, dominavano l’intero territorio, forti della loro posizione strategica.
Ma la Guardia Coratina e i Real Carabinieri non attesero oltre. All’alba, un reparto di soldati si mosse silenzioso tra i dirupi, avanzando con cautela per cogliere i briganti di sorpresa. Quando i primi raggi di sole illuminarono le pietre del castello, il rombo dei fucili squarciò la quiete della valle.
I briganti, colti di sorpresa, risposero con scariche di fuoco, ma il terreno impervio e la posizione sfavorevole li condannarono. Tra le rovine, i corpi cadevano sul selciato, le urla si confondevano con l’eco delle esplosioni. Alcuni tentarono di fuggire, scivolando tra le rocce e cercando rifugio nei boschi, ma i soldati avanzarono inesorabili, accerchiando i superstiti.
Dopo ore di combattimento, il silenzio calò sulla fortezza diroccata. I briganti giacevano a terra, dispersi tra le macerie di un castello che un tempo dominava la via delle Murge. Il vessillo del Regno sventolava tra le pietre annerite dal fumo, segnando la fine di un’altra incursione.
Le terre di Bari, per quella volta, erano state riconquistate.
L’ombra della banda Carbone
(12 dicembre 1862, Murge Baresi)
L’inverno avvolgeva le Murge in un velo di bruma fredda e silenziosa. I sentieri sterrati che si snodavano tra i boschi di Grumo, Toritto e Altamura erano avvolti dall’ombra degli ulivi secolari, mentre il vento sibilava tra i rami secchi delle querce. Nessun viandante percorreva quelle strade senza timore, perché tra le rocce e le sterpaglie si celava la banda Carbone, guidata dal feroce Giuseppe Carbone, detto “Cecchino”.
Carbone, calabrese d’origine, era conosciuto per la sua brutalità e per la spietatezza con cui conduceva i suoi uomini. Non era un brigante qualsiasi: il suo nome evocava terrore tra i contadini e i commercianti della zona. Rapine, omicidi, razzie: il suo passaggio lasciava sempre dietro di sé una scia di sangue.
Nella notte del 12 dicembre, la sua banda trovò rifugio nei boschi, nascosta tra le fronde fitte e le grotte naturali. La luna illuminava a tratti il terreno accidentato, mentre le sentinelle vigilavano in silenzio. Quella sera, la banda aveva un obiettivo preciso: intercettare due uomini di Gravina, Filippo Pignatelli e Giuseppe Savino, che si diceva trasportassero una somma di denaro destinata agli affari di una ricca famiglia locale.
All’alba, i due uomini percorrevano il sentiero polveroso che attraversava la boscaglia. Il trotto lento dei cavalli risuonava tra i sassi, l’unico suono in un paesaggio immobile. Il tempo di un battito di ciglia e dall’ombra degli alberi emersero i briganti, fucili puntati e sguardi crudeli.
Non ci fu scampo. Un colpo secco squarciò il silenzio del mattino. Il primo a cadere fu Pignatelli, colpito in pieno petto. Il corpo si abbatté pesantemente al suolo, mentre il cavallo fuggiva via, terrorizzato. Savino tentò la fuga, cercando rifugio tra gli alberi, ma un altro sparo risuonò tra le gole delle Murge. Il brigante che aveva premuto il grilletto sorrise soddisfatto, mentre il fumo della polvere da sparo si dissolveva nell’aria fredda.
I briganti si avvicinarono ai corpi senza fretta, rovistando tra gli abiti in cerca di denaro e oggetti di valore. Il sangue impregnava il terreno, mentre il vento trasportava via le ultime grida soffocate dalla notte.
Poi, senza voltarsi indietro, la banda si disperse nel folto della boscaglia. Quando, ore dopo, alcuni pastori trovarono i cadaveri, il terrore si diffuse rapidamente tra la popolazione. La notizia dell’ennesimo eccidio si sparse fino alle autorità, che inviarono soldati e carabinieri per dare la caccia ai colpevoli.
Ma la banda Carbone era già scomparsa, dissolta tra le pieghe oscure delle Murge, pronta a colpire di nuovo.
L’imboscata della Selvella
(Dicembre 1862, Bosco della Selvella – Murge Baresi)
La nebbia dell’inverno avvolgeva il bosco della Selvella in un silenzio inquietante. Tra gli alberi spogli e i cespugli aggrovigliati, il vento portava l’odore umido della terra, mentre il tratturo che costeggiava il lago si estendeva come un sentiero spettrale nel cuore delle Murge. Era lì che il sergente Romano e la sua banda di briganti avevano deciso di attendere i loro inseguitori.
I Real Carabinieri, accompagnati da un gruppo di uomini altamurani, avanzavano lungo il sentiero con passo deciso. Da settimane, il governo cercava di stanare i briganti dalla zona, ma ogni tentativo si scontrava con la perfetta conoscenza del territorio da parte dei fuorilegge. Romano, esperto di guerriglia e di tattiche d’imboscata, aveva studiato ogni albero, ogni radura, ogni anfratto in cui nascondersi.
Appostati tra i cespugli e le rocce, i briganti attendevano immobili. I fucili erano puntati, le dita pronte a premere il grilletto. Il momento giusto sarebbe arrivato con il segnale convenuto. Il battito d’ali di un corvo si perse tra i rami spogli, poi un breve sibilo nell’aria, un cenno d’intesa, e l’inferno si scatenò.
La prima scarica di fucileria squarciò l’aria gelida. I carabinieri, colti di sorpresa, cercarono riparo dietro i tronchi e le rocce, ma la posizione era sfavorevole. I briganti, nascosti e protetti dal folto della vegetazione, continuavano a sparare senza sosta. L’eco degli spari rimbalzava sulle sponde del lago, amplificata dal silenzio della boscaglia.
Il panico si diffuse tra le fila degli altamurani. Alcuni tentarono una disperata carica contro le posizioni nemiche, ma vennero abbattuti prima ancora di avvicinarsi. Altri si volsero indietro, cercando di fuggire lungo il tratturo, ma le palle di piombo li inseguivano implacabili. Il terreno si macchiò di sangue, mentre i corpi si accasciavano nel fango.
La ritirata fu inevitabile. I superstiti si dispersero tra gli alberi, lasciando sul campo morti e feriti. Il bosco della Selvella era ormai diventato un campo di battaglia, e i briganti ne erano i padroni.
Quando l’eco dei combattimenti si spense e l’ultimo sparo si dissolse nell’aria fredda, Romano uscì dal suo nascondiglio e osservò il campo disseminato di cadaveri. I briganti si aggiravano tra i corpi, spogliandoli delle armi e delle munizioni. Era stata una vittoria schiacciante.
Nel cuore delle Murge, la giustizia del Regno aveva subito un altro duro colpo. Il sergente Romano e la sua banda erano ancora una volta sfuggiti, pronti a colpire di nuovo, protetti dall’oscurità dei boschi e dalla paura che il loro nome evocava.

La falsa marcia del generale Donatello
(Ottobre 1863, Puglia – Dalle Murge alla Valle dell’Ofanto)
L’autunno del 1863 si era steso sulle Murge con il suo manto di foglie secche e venti taglienti. Nei villaggi sparsi tra le colline, la vita scorreva sospesa tra il timore delle incursioni brigantesche e la speranza che le forze del Regno riuscissero a riportare l’ordine. Fu in quel clima incerto che fece la sua comparsa Carmine Donatello, un uomo astuto e spregiudicato, che con un inganno ben orchestrato riuscì a gettare scompiglio in un’intera regione.
Spacciandosi per un generale dell’esercito napoletano, Donatello si presentava come il portavoce di una restaurazione imminente. Indossava un’uniforme raccogliticcia, le mostrine cucite alla meglio, un mantello logoro sulle spalle. Al suo fianco, Dante, il suo luogotenente, diffondeva voci di un’imminente riscossa borbonica. In breve tempo, raccolsero attorno a sé circa 150 uomini: ex soldati sbandati, contadini in cerca di vendetta, briganti attratti dalla promessa di bottino.
La marcia iniziò con un attacco fulmineo al territorio di Corato, dove la banda si lanciò sui granai e sulle scorte alimentari. Poi fu la volta di Terlizzi, Bitonto e Grumo, dove i falsi soldati saccheggiarono le botteghe e le case più ricche, salutati da alcuni popolani che ancora speravano in un ritorno dell’antico regime.
A Toritto, gli uomini di Donatello incendiarono alcune fattorie per seminare il terrore e convincere la popolazione che una vera e propria insurrezione fosse in corso. Ad Altamura e Gravina, il loro passaggio lasciò dietro di sé una scia di furti e devastazioni. I briganti si muovevano rapidi, colpendo e fuggendo, approfittando del terreno accidentato per evitare lo scontro diretto con le forze governative, ma la fortuna non sarebbe durata a lungo. Quando la banda si spinse fino a Santeramo, un plotone di carabinieri, già avvisato della loro presenza, tese loro un’imboscata. I soldati, posizionati lungo la via principale, attesero in silenzio fino al momento opportuno. Poi, con un ordine secco, i fucili fecero fuoco.
I briganti, colti di sorpresa, cercarono di rispondere, ma il fuoco incrociato li spinse nel panico. Le file si spezzarono, i cavalli s’impennarono, e Donatello si ritrovò costretto a dare il segnale di ritirata. In una fuga disperata, la banda si disperse verso la Valle dell’Ofanto, inseguita dalle pattuglie del Regno.
La falsa marcia del generale Donatello si concluse così, con un’illusione svanita nel sangue e nella polvere. L’eco del suo passaggio riecheggiò nei racconti dei paesi saccheggiati, ma il sogno di una restaurazione borbonica si infranse contro la dura realtà del nuovo Regno d’Italia, che stringeva sempre più la morsa attorno ai briganti.
Gli episodi di brigantaggio nella Murgia, seppur meno noti rispetto ad altre regioni, offrono interessanti spunti di riflessione sulle dinamiche locali di resistenza e ribellione.




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