di Andrea Romanazzi
Roma è certamente una città Arcana, carica di mistero e magia. Abbiamo già parlato di spettri e anime inquiete
E dei culti di Iside e Mitra.
Questo ulteriore approfondimento è dedicato a coloro che vogliono visitare i luoghi città legati a streghe ed alchimisti.
Partiamo dalla Basilica di santa Prassede, luogo eletto di incontro per stregoni ed alchimisti, astrologi e maghi, che ivi si incontravano confrontando i loro libri del comando.
Con il termine “Libro del Comando”, vengono indicati testi di magia nera contenenti la descrizione dei metodi per conoscere e comandare spiriti benigni e maligni, così come le formule magiche per invocarne l’intervento al fine di ottenerne l’aiuto per mezzo di responsi e rivelazioni. La menzione dei Libri del Comando ricorre in letteratura e assume un valore particolare in molte tradizioni folkloriche italiane nelle quali, a tali testi, sono associati anche figure negromantiche e stregonesche come, per rimanere a Roma, Caspare Passacchia, negromante, anche lui in possesso di una piccola “clavicula” sospettato ” d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto che sia lecito fare esperimenti magici e negromantici con invocatione delli demoni, commandandoli et incensandoli et aspetlandone risposte per trovar tesori, ad amorem et altri fini” e condannato a dieci anni di galera. Un altro libro del Comando era in possesso di Stefano Mayer, mago che celebrava i suoi riti oscuri in una vigna fuori Porta Portese, o nei pressi di Porta Angelica utilizzando una testa umana e , appunto, un libro del comando con il quale evocasse degli spiriti disegnando sigilli e altri mistici disegni con sangue di colombo. Quale sia il “vero” libro del Comando non è dato sapere. Le ipotesi sono varie. Un esempio è la famosa Clavicula Salominis, libro che ritroveremo nelle mani dei più importanti magisti di tutti i tempi come John Dee..Rifacendoci solo a quelli di certa origine italiana troviamo l’Heptameron, di Pietro d’Abano, filosofo, medico e astrologo padovano, condannato al rogo per negromanzia e demonologia o il celeberrimo grimorio è quello attribuito a Papa Leone III, pubblicato per la prima volta nel 1523. Ad un altro papa, Onorio, è attribuito il “Grimorium Honorii Magni”, pubblicato per la prima volta nel 1629.Il Grimorio è in realtà attribuito erroneamente a Papa Onorio III e questo perchè via di una Bolla Papale che dava a tutti i cristiani la facoltà e la possibilità di evocare e comandare tutti i Demoni. A proposito di demoni, altro importante era il luogo di raduno degli adoratori del diavolo Era la piazza del Popolo dove, si narra, fosse stato sepolto l’imperatore Nerone, incubo dei romani e quindi quale miglior luogo per la frequentazione di streghe.
Si narra inoltre che qui era presente un albero di noce attorno al quale le streghe svolgevano i loro sabba. Per metter fine a questi timori fu papa Pasquale II, nell’anno 1000, ad abbattere l’albero per poi costruire sul luogo la chiesa di Santa Maria del Popolo per esorcizzarlo. Altro luogo del Sabba era il mausoleo di Elio Callistio. Una sorta di tempietto che però aveva la forma di un enorme trono che il popolo credeva fosse del diavolo da qui il nome sedia del diavolo, e per questo frequentato da maghi e ad alchimisti. Altro interessante luogo legato alla magia e all’alchimia è presente in Piazza Vittorio dove è presente la celebre Porta Magica, in realtà uno degli ingressi originali di Villa Palombara fatta a realizzare dal Marchese e risalente al 1600. Non entriamo nel merito delle iscrizioni magico alchemico che si vogliono legate anche alla figura del nuoto alchimista Francesco Borri ma certamente ancora oggi è luogo di attrazione per maghi e streghe moderne.
Il sabba “romano” per antonomasia, però, avveniva nella notte della vigilia della festa di San Giovanni Battista, come testimoniato da una incisione estratta da Rivista d’epoca del 1876 che qui riportiamo. Ancora fino ai primi del ‘900 lungo la via che dal Colosseo conduce al Laterano, i romani si davano alla “baldoria” mangiando le leggendarie lumache e la porchetta, e bevendo il supposto vino dei castelli romani, ed acquistando da improvvisati venditori oggetti utilizzati per difendere dai malefici.
La Roma magica e stregata, poi, traspare dalle pagine di un curioso libretto ottocentesco senza autore noto come “Il Saba delle streghe”. Io credo che i racconti qui presenti siano davvero degni di nota, sia perché ricchi di nomi e vie, indirizzi che potrebbero ispirare brevi visite in aree ignote della città, ma soprattutto perché offrono uno spaccato della fattucchieria romana alle soglie del 1900. Riportiamo alcuni passi.
“…Fuori dì Porta San Giovanni esiste tuttora un tratto di via chiamato la Salita degli Spiriti, e fino a questi ultimi tempi menava vita rigogliosa la leggendaria Osteria delle Streghe ove i Romani volentieri si radunavano la vigilia di San Giovanni a celebrare il misterioso anniversario fra i lieti boccali al suono del tradizionale mandolino…”.
In un bel romanesco ottocentesco, poi, si narra come “…La benedett’anima de mi madre» —mi diceva un giorno una vecchia Romana che da lunghi anni veniva per casa alla vigilìa de San Giovanni e metteva vicino alla porta de casa na libbra de sale fino drento a un barattolo, e con che divozione e una scopa nova sotto sopre in cima alla porta ; e a noi artre rigazze, a me e alle mi sorelle, c’esorcizzava buttandoce l’acqua santa sopre. E prima d’annà a letto ce faceva recita er Credo doppio…”
Per chi non lo sapesse, il Credo doppio consisteva nel ripetere ciascuna frase o parola del Credo ordinario.
Quelli che seguono, poi sono tre interessanti racconti di uno spaccato ottocentesco romano, sempre appreso tra queste vetuste pagine che riporto integralmente.
La prima storia narra di una magara che “…Faceva il mestiere della stiratrice, e da ragazza frequentava una scuola ove la maestra insegnava alle numerose allieve l’arte di spruzzare l’amido e di maneggiare il ferro da stiro. C’era un uomo, dunque, nel rione Monti il quale possedeva beni di fortuna, ed aveva moglie e figli, i quali aveva abbandonati per una relazione che aveva preso con una donna del vicinato. Non se dubiti cge col l’anda del tt’mpo andò a gambe per arii pe mantenè sta donna. Ma poi, daje, daje, e daje, l’amore suo per questa cominciò a raffreddarsi. Il che vedendo la donna, più furiosamente ingelosiva. Un giorno la donna, chiese all’uomo che per piacere a lei tornasse a casa facendo le viste di volersi riunire alla famiglia, cenasse con la moglie, esportasse indietro un pezzetta di pane, ma proprio di quello che mangiava sua moglie.
— E tu che ne vuoi fare? — Io niente; è un capriccio. — Basta, a quelle donne no jè manca modo. Allora luì che le fa ì Pranza con la donna e senza che essa se ne avvegga, prende e nasconde un pezzetta di pane del sito. Quindi va di fatti a casa dalla moglie, cena in famiglia, ma poi, invece di portare alla donna un pezzetto del pane della moglie, le reca il pezzetto che aveva preso proprio del suo. Allora dopo tre giorni la donna se comincia a sentì- male, male, male, e comincia a strilla misericordia, e a urla come n’anima dannata. Chiama l’uomo, je ne dice tante, lo chiama cane traditore, e infine così lo apostrofa : ” giacche dai avuto tanto « core, al vicolo del Cinque » (era questo un vicolettaccio in Trastevere che terminava a fiume, e che la manìa municipale di distruggere i monumenti avrà senza dubbio fatto scomparire); « in fondo al vicolo, a mano manca, « troverai una crocetta ; sotto ci sta na« lita una pignatta, con in cima, attaccato al « coperchio, un chiodo irrugginito dal quale « assicurati con lo spago pendono certi rospi « che toccheno e non tacchetto l’acqua. Taglia lo spago, e toglimi da queste pene. » Andò l’uomo, trovò la pignatta, tagliò lo spago, e tornò dalla donna. Entrò curioso in casa, e trovò la donna… morta…”
Altro interessante racconto “…a via della Frezza, proprio qui vicino al Corso, c’era, un carrettiere di vino che aveva sposato una ragazza contro il volere della propria madre. Per cui discordie che non finivano mai fra suocera e nuora. Questa poi non diceva al figlio che non fosse rovinato. Stroppi, storti, gobbi, rachitichi, andavano alla longa alla longa, e poi, chi s”e visto s’è visto, se n’andaveno all’altro mondo. La madre di lui godeva brutta fama nel quartiere. La volevano amica delle streghe; ma il figlio non poteva ridursi a credere una simile cosa della propria madre, la quale dal canto suo rimproverò al figlio di essersi presa per moglie una cera verde che non era buona a portare al mondo un figlio come Dio vote.
Venne la vigilia di San Giovanni. Era nato da poco alla nuora un bambino che pareva un amore. Il padre, senza dir verbo alla moglie, si munisce dì acqua santa, e, per maggior precauzione, di un bravo coltellaccio, e si nasconde dietro la porta dell’anticamera. Scoccano le undici. E ecco che sente miagola piano piano, miao, miao, e vede entrà un gattone nero, nero come mezzanotte, e grosso, ma d’una grossezza ! Che tte fa ? je salta addosso egiìt botte da orbi; jeddà na corcitata che se te lo piava ‘n pieno lo freddava. Ma lo coje a na zampa. Il gatto, figurateli e, via de carriera e tte lascia tutta na striscia de sangue. Il giorno appresso,, il marito va a casa della madre per raccontarle l’accaduto, e, che d’è che non è? Ut la trova,… indovini un po’? col braccio al collo ! Z’era la strega, e Ini j’aveva tajato dite dita !! Il figlio, arrabbiato a così inattesa scoperta, nun seppe tene el cecio ‘n bocca. Le commari cominciorno a ciarla, venne el Commissario dell’Inquisizione, e la strega nun se vide più. ..”
L’ultima storia narra l’avventura di una certa Gaetana, il cui marito faceva l’ebanista, alias il falegname, ed aveva ricevuto in consegna dal padrone dì casa una certa quantità di tubi di piombo per condutture di acqua, i quali aveva rinchiusi in una stanza nel cortile interno, della quale aveva egli solo la chiave.
“…Un bel giorno i tubi dì piombo non si trovano più: erano spariti. II marito di Gaetana onestissimo sì sentì così addolorato per questo fatto che giurò avrebbe ricorso magari alle streghe pur di trovare il ladro. Che fa? Se ne va in Ghetto dove in via della Penna gli avevano detto che in una certa casa due donne facevano vedere dentro una carafa c’i acqua l’immagine di una persona qualsiasi che si volesse scoprire. In Ghetto però non potè trovare nessuno perché, sospettando forse di lui, gli dissero che il Governo aveva fatto chiudere la casa. Però un amico gli fornì l’indirizzo di Margheritona, una nota fattucchiera, vecchia di Saracinesco. Era nera di carne, e bianca dì capelli, e piena di grinze, sì che pareva davvero la madre del diavolo. Abitava in via delle Scalette presso piazza dell’Oca ove ora sorge via Brunetti, ma ove a quel tempo, e lo ricordo quasi anche io, e era un vicolaccio sozzo, con una gradinata in rovina che menava al Tevere, ed un chiavicone che quando pioveva tutto si allagava : sitaccio orrido brutto, pestifero.
Ivi recossi il marito di Gaetana più volte di seguito, ed ogni volta v’era qualche cosa da pagare, ed ogni volta la strega bruciava incensi, disegnava circoli e triangoli, pronunziava misteriosi esorcismi, ma il nome del ladro restava più ignoto di prima. Diceva con vociaccia rauca e strozzata la vecchia strega — « ci vuoi tempo, non sono mica « fiaschi che si abbottano. » Finalmente, avendo il derubato esaurito la pazienza, spinse un . giorno la strega a una conclusione. « Fiio mio, « poiché lo libi sapè » — disse allora in tono solenne la vecchia megera — « io te consijo a « lascia amia. —E perché? — Perché? Perché? « Lo vói sapè ci perché io I’ ho fatti tutti i « spergiuri, l’ho fatti, e sai eh’ ho visto. Il Più « spergiuri faccio, e più. croci vedo. Là, sul « iniiì’o, tante croci, croci, croci, croci, croci. — « Che vorrebbe a ddì ? » — chiese il pover’uomo che non vedeva nulla, e forse appunto per questo cominciava a sentire un poco di paura. — Che vorrebbe a ddìl Eh, vorrebbe a ddì « che se ite dico citi è, ce scappa l’ammassato! » Figuratovi con che cuore tornò a casa il povero falegname. « Masi» — gli disse la moglie, — « te lo consiglio io pure, lascia, annìi, Ce mancherebbe mo’ anche l’ammassato! » così chi ebbe le sue se le tenne, e Margheritona faceva un lucroso mestiere a Roma in pieno secolo XX…”





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