di Andrea Romanazzi
Il viaggio nella stregoneria italiana oggi ci porta in Trentino Alto Adige. La Regione, per niente immune ai processi, l fu teatro di terribili “cacce all’untore” e dimora di femine giustiziate al “colle del patibolo”. L’approfondimento vuole essere uno studio sulla presenza della stregoneria nel territorio attraverso le cronache inquisitoriali.
Nel primo decennio del 1500 Cavalese, la Val di Fiemme e Fiè dello Sciliar ospitarono numerosi processi, tra i quali quelli tenutisi nel castello di Presule o Castel Prosels, sede del tribunale di Fié, i più antichi di tutto il Tirolo contro la stregoneria. Tra il 1506 e il 1510 furono condannate Anna Jobstin, Katharina Haselriederin, Kstharina Moserin, Messnerin, Anna Miolerin, Anna Oberharderin, Jiline Winklerin, Magdalena Astnerin e Kunigunde Bodenlangir.[2] Una di loro, Anna Jobstin, confessò di aver appreso l’arte del volo da “una serva che lavorava a Trotsburg (oggi Castelforte, sopra Ponte Gardena) e lei sapeva bene come si fa il viaggio”.[3] La donna descrisse i suoi numerosi viaggi in compagnia di due amiche, Els di Trostburg e Magdalena di Barbiano, verso l’Alpe di Siusi dove, in una cascina, erano solite preparare un po’ di unguento per i loro spostamenti. Era stato spalmando questa sostanza su una panca, che avevano raggiunto subito Villandrs (Villandro) per divorare un bue:[4]
… insieme a tre donne, sempre la Els, la figliola di Schmalzl e con Margareth, quella che ora presta servizio a Tagusens, ho fatto tante magie sul tempo. Ho fatto temporali, grandini, lampi e tuoni. Un sistema molto buono questo: prendevo il diavolo e lo mettevo in una pentola. Sotto la pentola mettevo un vassoio. Soffiavo dentro e dicevo: “Hai voglia di fare un temporale?”. … Subito si formava un gran fumo, poi una gran massa di vapore come la nebbia e subito si scatenava un temporale…[5]
Ancora:
… martedì Santo sono andata in viaggio sopra i laghetti di Fiè. Sapete, lassù ove ci sono i pascoli che se non sbaglio si chiama Stenwiese (prato dei sassi). Viaggiai lassù in compagnia della Casperin, della Cassianin, della Winklerin, della Moserin, della sacrestana di S. Christanzen, della Tscheltnerin, della Treindl e la Breinin. C’erano però tante altre donne che non conoscevo.

Anna Miolerin riportò invece interessanti indicazioni sui luoghi frequentati dalle streghe del Fiè:
Tanta, tante gente partecipa alle nostre riunioni, la ressa di popolo e diavoli è tale che voliamo fitti fitti, e ci urtiamo l’un contro l’altro come in un nugolo di mosche. Ciascun membro della comunità porta qualcosa da bere e da mangiare e quindi non è possibile, in una tal massa di gente, sapere cosa ha portato l’un o l’altro. Ne è possibile, quando si è davanti a cinque o sei tavolate di persone, sapere con precisione quali cibi si mangino su ciascun tavolo. In questi giochi molti hanno un compito preciso. Io ho sempre fatto la maestra di danze…[6]
Raccontò inoltre dei suoi incontri a Terlano con altre streghe, che avvenivano rigorosamente di giovedì, per bere birra e derubare i macellai. Purtroppo gli atti a nostra disposizione sono incompleti, ma è notizia certa che le deposizioni di queste megere portarono alla morte molte altre donne. Sempre a Cavalese era noto un personaggio di nome Zuan de Piatte da Annerivo, che si diceva possedesse numerosi oggetti magici, tra cui un Libro del Comando scritto in “lingua teutonica”, ricco di incantesimi contro i ladri o scongiuri per comandare un cavallo demoniaco, per evocare il diavolo, fare legami d’amore “et multas diabolicas coniuraciones et incantaciones”, e uno specchio con il quale riusciva a curare ogni tipo malattia. L’uomo fu bandito dalla valle, ma nel 1504 comparve nuovamente dinnanzi agli inquisitori con il suo libro, lo specchio, alcune ostie e misteriose radici. Sotto tortura, confessò di essere stato iniziato alle arti magiche da un frate e di essersi recato “el monte de Venus ubi habitat la donna Herodiades”, nei pressi di Norcia. Entratovi con il suo maestro attraverso una grotta custodita da un serpente, aveva incontrato la mistica “Dona Venus”. Ecco dunque un altro antro sacro alla Grande Madre. Zuan accennò anche al volo notturno, raccontando che era solito recarsi al Sabba in groppa a un cavallo nero: “Una nocte Jovis quattour temporum de Natale sora cavalli megri per aere, et in cinque hore havean circuito tutto il mondo”. Qui, insieme ad altre streghe della Val Sugana, si trastullava in compagnia di Dona Venus e partecipava alle ridde presso il santuario di Weissenstein in Val d’Adige, il borgo di Varena e il noce nelle vicinanze della chiesa di Sant’Eliseo di Tesero.

Fu proprio dai racconti di Giovanni, in cui ricomparve la “Dona d’Oriente”, che partirono i processi di Cavalese del 1505 e le condanne a Orsola Strumechera di Trodera, Margherita dell’Agnola di Cavalese, Ottilia della Giacoma di Pedrazzo, Margherita detta Tessandrella di Tesero, Margherita moglie di Zanino, Valeria Ziroli di Tesro, Margherita moglie di Bartolomeo di Poschiavo di Tesero, Elena detta la Serrafina di Varena e Dorotea detta la Zena di Predazzo. Margherita dall’Agnola descrisse gli incontri con la Madonna Oriente, che aveva due pietre attorno agli occhi: “… zoè da ogni parte una che se aprono et serano continua a soa posta havea una liguatura negra a torno el capo e doi taitere per parte, dinanzi le orecchie et occhie, azochè non possa veder né oldir ogni cosa”. Anche Margherita la Vanzina parlò della Signora del Gioco nelle sue confessioni: “… una brutta femina negra con camisotto negro et un fazol negro a torno al capo stranamente ligato…”,[7] e lo stesso fece Bartolomea del Papo: “… una brutta negra disfazata femina, con un fazol inbindato, negro, a torno al capo, a la forza todesca…”.
Queste descrizioni sommarie presentavano dunque diversi elementi comuni, come l’accenno agli strani monili circolari dalle grandi dimensioni che erano tipici delle divinità pagane del I e del II secolo a.C., tra cui la Dama di Elche. I racconti erano ovviamente conditi da elementi macabri; così Elena da Varena, detta “Serafina”, raccontò di pasti a base di carne umana o animale consumati alle riunioni con la Donna del buon gioco, una “brutta femina et grossa”.
Erodiade fu la protagonista del processo a Margherita Tessandrello di Tesero: “… appresso Villana è una fontana, e apresso quella fontana erano dei diaboli et una femina grossa de stranie vestimenti, la qual femina stava in mezo de li doi diaboli in zenochione, zoè uno zenochio in terra et l’altro in su ritto, et quella femina aveva uno cultello in le mane, et puntava in quella fontana…”.[8] Muovendo il coltello nelle acque del pozzo, la strega avrebbe suscitato le tempeste.
In conclusione, la testimonianza delle cronache inquisitoriali rivela un panorama oscuro e intricato della presenza della stregoneria nella Val di Fiemme e nei suoi dintorni nel primo decennio del 1500. I processi condotti nei luoghi come il castello di Presule e le confessioni delle presunte streghe offrono un affascinante ma inquietante quadro delle credenze e delle pratiche magiche dell’epoca. Le descrizioni dettagliate degli incontri con divinità pagane, le pratiche rituali e gli spaventosi racconti di sacrifici e incantesimi svelano un mondo permeato da superstizioni e terrore. Queste testimonianze, sebbene intrise di macabre immagini e credenze del tempo, offrono preziose informazioni sulla mentalità e la cultura popolare di quei tempi bui, fornendo uno sguardo unico sulla complessa intersezione tra magia, religione e superstizione nella società rinascimentale.
[1] Di Gesaro P., Le streghe del Tirolo, Praxis 3, Trento 1983.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] Di Gesaro P., op. cit.
[7] Bonomo G., op. cit.
[8] Iibidem.





Lascia un commento