di Andrea Romanazzi
Nel cuore del Rinascimento italiano in un angolo del Sud Italia, si intrecciavano storie di intrighi, superstizioni e potere ecclesiastico. A Bitonto, borgo pugliese, una vicenda oscura e avvincente si dipanava tra le ombre delle accuse di stregoneria. Quando la giovane Laura Stella de Paladini cominciò a manifestare strani disturbi nel 1592, il borgo si trovò improvvisamente al centro di una caccia alle streghe orchestrata dall’arcidiacono Ottavio Bove. Questo articolo vi porterà nei meandri di un processo inquisitoriale che portò a una riforma fondamentale, trasformando le pratiche legali inquisitoriali e lasciando un’impronta duratura sulla giustizia ecclesiastica.
Bitonto, un pittoresco borgo situato nella regione della Puglia, affonda le sue radici in un passato antico, adornato da un patrimonio culturale e architettonico che racconta secoli di storia. Conosciuta per la sua splendida cattedrale romanica del XII secolo e per i vicoli che si snodano tra palazzi storici e mura medievali, Bitonto è un luogo che conserva ancora oggi un fascino immutato. Durante il tardo Medioevo e il Rinascimento, Bitonto era un vivace crocevia di culture e idee. La sua posizione strategica tra il mare Adriatico e l’entroterra la rendeva un punto di passaggio obbligato per mercanti, pellegrini e studiosi. Tuttavia, come molte altre città del Regno di Napoli, Bitonto non fu immune dalle tensioni religiose e politiche che attraversavano l’Europa in quel periodo.
L’Inquisizione, istituzione ecclesiastica creata nel Medioevo per combattere l’eresia, raggiunse il suo culmine di influenza e potere tra il XVI e il XVII secolo. Il Sud Italia, sotto il dominio del Regno di Napoli, non fu esente dall’ondata inquisitoriale che percorse la penisola. Mentre al nord l’Inquisizione si accaniva soprattutto contro i movimenti protestanti, nel sud la sua azione era rivolta principalmente verso le pratiche religiose popolari considerate eterodosse, l’ebraismo, e la stregoneria.
La Chiesa cattolica, nel suo tentativo di riaffermare l’ortodossia, avviò una serie di processi per eresia, alimentati anche dalle tensioni sociali e politiche dell’epoca. Le comunità locali, spesso legate a pratiche religiose sincretiche che mescolavano il cristianesimo con antichi riti pagani, divennero il bersaglio delle accuse di stregoneria e magia. Gli inquisitori, inviati dalla Santa Sede, avevano il compito di indagare, giudicare e punire coloro che si discostavano dall’ortodossia religiosa.

A Bitonto il processo nasce quando fu nominato vescovo Flaminio Parisi il 17 settembre 1593, che portò con sé ambizioni personali che avrebbero rapidamente destabilizzato il delicato equilibrio del borgo. Parisi e l’arcidiacono, entrambi mossi dal desiderio di consolidare il proprio potere, utilizzarono le accuse di stregoneria come strumento per eliminare avversari e ottenere denaro. Fu inizialmente accusata Laura Stella de Paladini, per strani disturbi che furono interpretati come di natura diabolica.
Accusata di fare patti con il diavolo e di praticare magia nera, Margherita fu arrestata e sottoposta a un processo lungo e complesso. Durante gli interrogatori, fu costretta a confessare di aver partecipato ai sabba a Benevento insieme ad altri esponenti influenti della comunità, tra cui la famiglia di Stellacci e i Bove. La situazione degenerò al punto che il prete locale Ferrante Stellaccio, vedendo l’ingiustizia delle accuse e i metodi corrotti utilizzati dai due ecclesiastici, decise di denunciare Parisi e Bove alla Congregazione del Sant’Uffizio. Questo atto di coraggio portò il caso all’attenzione del cardinale Giulio Antonio Santoro, noto per il suo approccio rigoroso e critico alle questioni di stregoneria. Nel 1594, il Sant’Uffizio inviò un suo emissario, Monterenzi, a Bitonto per investigare sulle accuse mosse contro il vescovo Parisi e l’arcidiacono. Monterenzi, durante le sue indagini, identificò discrepanze significative nel modo in cui i processi per stregoneria erano stati condotti. Le due presunte streghe furono inviate a Roma, sottraendole così all’influenza della giurisdizione locale e assicurando loro un processo più equo.
Il caso venne riesaminato dalla Congregazione del Sant’Uffizio, dove il Papa Clemente VIII e i cardinali riconobbero che Parisi e i suoi collaboratori avevano violato diversi principi giuridici fondamentali, tra questi, l’uso della tortura senza prove sufficienti, la mancanza di un’adeguata difesa per gli accusati, e la negazione del diritto di appello a Roma. Queste violazioni portarono alla sospensione di Parisi e dei suoi più stretti collaboratori dai loro incarichi fino al 1601, mentre le donne accusate furono riabilitate e liberate da ogni accusa.
L’esperienza di Monterenzi a Bitonto divenne un punto di riferimento nella revisione dei procedimenti inquisitoriali. Sotto l’incarico ufficiale della Congregazione e la direzione di Giulio Antonio Santoro, Monterenzi redasse l’Instructio pro formandis processibus in causis strigum, destinato a guidare i tribunali ecclesiastici nei procedimenti giudiziari riguardanti casi di stregoneria, magia, e altri reati simili. Sebbene il testo non avrebbe un singolo autore identificato ma passa come redatto sotto la direzione della Sacra Congregazione della Romana e Universale Inquisizione, il nome di Monterenzi appare in una nota conservata nell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (ACDF), Sezione Ordinaria, Decreti del 1628, precisamente datata al 14 settembre, foglio 1567. La nota suggerisce invece di seguire i consigli di un’istruzione attribuita a “beatae memoriae Monterentio olim fiscali S. Officii urbis,” ovvero Monterenzi, fiscalista del Santo Uffizio in passato. L’autorevolezza di Monterenzi viene ulteriormente confermata da un esemplare dell’**Instructio** conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), codice Ott. Lat. 788, foglio 102r.
I fatti di Bitonto del 1594 rappresentano dunque un punto cruciale nella storia dei processi per stregoneria in Italia e hanno chiaramente avuto un impatto significativo sulla redazione dell’Instructio pro formandis processibus in causis strigum, sortilegiorum et maleficiorum. Questo caso, infatti, spinse le autorità ecclesiastiche e la Congregazione del Sant’Uffizio a riconoscere la necessità di una procedura più rigorosa e standardizzata per gestire tali processi. La mancanza di un approccio uniforme portava a ingiustizie e disordine nei tribunali ecclesiastici, rendendo evidente la necessità di una guida ufficiale. Essa mirava a limitare gli abusi, regolamentare la raccolta delle prove, e stabilire norme sull’interrogatorio degli accusati, cercando di prevenire le ingiustizie viste a Bitonto.





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