di Andrea Romanazzi
Inizia oggi un nuovo approfondimento dedicato ai più rari, dimenticati e ricercati testi storici sul vampirismo. Non romanzi gotici moderni, ma opere mediche, trattati ottocenteschi, cronache e studi che tentarono realmente di comprendere il fenomeno dei “morti viventi”. Partiamo da un autore fondamentale e poco conosciuto: Herbert Mayo. Nel 1851 il medico inglese Herbert Mayo pubblicò un’opera destinata a diventare una delle testimonianze più singolari del rapporto tra scienza, superstizione e occulto nel XIX secolo: On the Truths Contained in Popular Superstitions. All’interno del volume trovava spazio un lungo studio dedicato al vampirismo, fenomeno che in quegli anni continuava ancora a esercitare un’enorme influenza nell’immaginario europeo.
Approfondiamo questo raro scritto.
Il testo è straordinario perché si colloca in una zona di confine. Da un lato appartiene alla medicina positivista dell’Ottocento, desiderosa di spiegare razionalmente ogni fenomeno umano; dall’altro conserva ancora un’atmosfera gotica e quasi esoterica, tipica di un secolo in cui mesmerismo, sonnambulismo magnetico, spiritismo e scienze nervose si intrecciavano continuamente. Mayo vive infatti in un’epoca in cui il confine tra scienza e mistero non è ancora rigidamente separato. L’idea stessa che un corpo possa sembrare morto per giorni o settimane, salvo poi risvegliarsi improvvisamente, alimentava paure profondissime. Il vampiro, secondo Mayo, nasce proprio da questo territorio ambiguo: il terrore della morte apparente.

Per comprendere la sua teoria bisogna anzitutto ricordare come il vampiro fosse percepito nell’Europa orientale tra Seicento e Settecento. Nelle regioni balcaniche il vampiro non era ancora l’aristocratico elegante e seduttivo che apparirà nella letteratura successiva. Era invece un cadavere, spesso gonfio e arrossato, che si riteneva abbandonasse la tomba durante la notte per nutrirsi del sangue dei vivi. Le cronache raccontavano di famiglie sterminate da misteriose malattie dopo la morte di un loro membro. I sopravvissuti giuravano di aver visto il defunto comparire nelle abitazioni, sedersi sul petto dei dormienti o visitarli nel sonno. Le vittime deperivano rapidamente e morivano pochi giorni dopo, alimentando la convinzione che il morto continuasse a “vivere” succhiando la forza vitale dei parenti.
Secondo le definizioni riportate da Mayo, il vampiro era considerato un corpo morto che continuava a mantenersi incorrotto nella tomba grazie al sangue dei vivi. Le descrizioni insistevano su alcuni elementi ricorrenti: il corpo appariva fresco, le membra flessibili, il volto colorito, le unghie apparentemente cresciute e la bocca sporca di sangue. Quando il cadavere veniva trafitto con un paletto, spesso emetteva suoni o lasciava sgorgare sangue liquido, circostanze interpretate come prove definitive della sua natura soprannaturale.
Mayo osserva però che tutti questi dettagli possiedono possibili spiegazioni biologiche. La crescita di unghie e capelli, ad esempio, è un’illusione provocata dal ritirarsi della pelle. Il sangue liquido può dipendere dai processi interni della decomposizione o dalla mancata coagulazione. I gemiti prodotti dal corpo trafitto derivano spesso dalla fuoriuscita di gas accumulati nel torace. Quello che il folklore interpretava come attività vampiresca era, secondo il medico inglese, il risultato di fenomeni fisiologici normali osservati da persone prive di conoscenze anatomiche.
Il cuore del suo studio ruota attorno al celebre caso di Arnod Paole, uno degli episodi più documentati di vampirismo europeo. Paole era un ex soldato serbo che sosteneva di essere stato perseguitato da un vampiro durante il servizio militare nei territori ottomani. Per proteggersi aveva compiuto rituali apotropaici tradizionali: mangiare terra presa dalla tomba del vampiro e cospargersi con il suo sangue. Nonostante ciò, morì in seguito a un incidente agricolo. Quaranta giorni dopo la sepoltura iniziarono però a diffondersi racconti inquietanti. Alcuni abitanti affermavano di averlo visto aggirarsi di notte. Altri si ammalarono improvvisamente e morirono. Il villaggio precipitò nel panico collettivo.
Le autorità decisero allora di riesumare il corpo alla presenza di chirurghi militari. Il verbale descrive una scena impressionante. Il cadavere appariva incorrotto. Vi era sangue fresco attorno alla bocca. La pelle sembrava rinnovata e nuove unghie crescevano sotto quelle vecchie. Quando il corpo venne trafitto da un paletto, un getto di sangue sgorgò dal torace accompagnato da un gemito. Per gli abitanti non esisteva alcun dubbio: Arnod Paole era diventato un vampiro.
La reazione fu brutale ma coerente con le credenze dell’epoca. Il corpo venne decapitato, bruciato e ridotto in cenere. Anche le presunte vittime subirono lo stesso trattamento per evitare che tornassero a loro volta dalla tomba. Tuttavia l’epidemia di vampirismo non cessò completamente e alcuni anni dopo nuove morti alimentarono ulteriormente il terrore collettivo.
Il rapporto ufficiale del 1732, firmato da medici militari e ufficiali imperiali, rappresenta una delle fonti più importanti sul vampirismo storico. Diversi corpi riesumati vennero descritti come perfettamente conservati nonostante fossero sepolti da settimane o mesi. Alcuni avevano sangue fluido nel cuore e nei polmoni, pelle integra e assenza quasi totale di decomposizione. Altri, invece, risultavano normalmente putrefatti, dimostrando che non era il terreno a preservare i cadaveri.
Per Mayo questi casi non provano l’esistenza del soprannaturale, ma qualcosa di forse ancora più inquietante: molte persone erano state sepolte vive.
La sua teoria si fonda sul concetto di “death-trance”, cioè trance di morte o morte apparente. Si tratta di uno stato patologico in cui il corpo riduce le funzioni vitali a livelli quasi impercettibili. Il cuore rallenta drasticamente, il respiro diventa invisibile, il corpo perde calore e ogni movimento volontario scompare. In un’epoca priva di strumenti diagnostici affidabili, un individuo in tale condizione poteva facilmente essere dichiarato morto.
Mayo distingue questa condizione dall’avvelenamento o dal soffocamento. La trance di morte sarebbe uno stato particolare del sistema nervoso, una sorta di sospensione vitale temporanea. Egli osserva inoltre che il fenomeno sembrava colpire più frequentemente soggetti giovani, debilitati o affetti da disturbi nervosi. La durata poteva essere imprevedibile: ore, giorni o addirittura settimane.
Per sostenere la propria teoria il medico inglese raccoglie numerosi casi clinici. Uno dei più impressionanti riguarda la moglie del colonnello Russell, rimasta per otto giorni senza segni apparenti di vita. Il corpo era freddo, immobile e privo di respiro percepibile. Solo all’ultimo momento la donna si risvegliò improvvisamente. Un altro episodio riguarda il colonnello Townshend, capace di indurre volontariamente uno stato simile alla morte davanti ai medici. Durante gli esperimenti il battito cardiaco e il respiro diventavano praticamente impercettibili, salvo poi riapparire gradualmente.
Ancora più inquietante è il caso di Caspar Kreite, rimasto per diciannove giorni in uno stato sospeso. Durante quel periodo il corpo non mostrò decomposizione significativa. Alcuni segni vitali apparvero sporadicamente: lievi movimenti oculari, pulsazioni debolissime, reazioni a stimoli dolorosi. Alla fine morì definitivamente, forse per mancanza di nutrimento. Mayo interpreta questi episodi come prova del fatto che il confine tra vita e morte fosse molto meno netto di quanto si credesse.
Qui emerge il vero terrore dell’Ottocento: la sepoltura prematura. Oggi la morte viene accertata con criteri clinici rigorosi, ma nei secoli passati bastava spesso l’assenza apparente di respiro o di battito. Migliaia di persone potrebbero essere state interrate ancora vive. Non sorprende quindi che il XIX secolo sviluppi una vera ossessione per questo rischio. Bare di sicurezza, sistemi di ventilazione e campanelli collegati ai cadaveri iniziano a diffondersi in Europa e America.
Mayo cita il caso di New York nel 1829, dove venne introdotto un sistema di sepoltura ritardata. I corpi rimanevano per un certo periodo in speciali camere mortuarie prima dell’interramento definitivo. Secondo il medico, su circa milleduecento casi ben sei persone si risvegliarono.
È facile comprendere come simili episodi alimentassero il mito del vampiro. Un individuo dichiarato morto, sepolto in stato catatonico e successivamente riesumato ancora incorrotto, poteva facilmente apparire come un non-morto. Persino il sangue attorno alla bocca trovava una spiegazione: durante l’agonia nella bara il soggetto poteva mordere lingua e labbra o subire emorragie interne.
Il testo di Mayo assume toni ancora più drammatici quando affronta il problema delle autopsie premature. Alcuni individui ritenuti morti vennero anatomizzati mentre erano ancora vivi. L’autore ricorda il caso del cardinale Espinosa, che durante l’imbalsamazione avrebbe improvvisamente mostrato segni vitali tentando di afferrare il bisturi dell’anatomista. Ancora più tragico è l’episodio attribuito all’Abbé Prévost, autore del celebre Manon Lescaut. Creduto morto per apoplessia, venne sottoposto a esame anatomico. Durante la dissezione emise un grido straziante, ma ormai era troppo tardi.
Questi racconti, al di là della loro autenticità storica, rivelano un elemento fondamentale: nell’Ottocento la morte non era percepita come un istante preciso ma come un processo ambiguo e incerto. Il vampiro nasce proprio in questa zona intermedia, in questo spazio terrificante dove il corpo non è più pienamente vivo ma non è ancora completamente morto.
Mayo non nega del tutto la componente psicologica e collettiva del fenomeno vampiresco. Egli ipotizza che le “visite del vampiro” fossero in parte allucinazioni o stati nervosi provocati dal terrore epidemico. In villaggi colpiti da malattie, carestie e paura, individui suggestionabili potevano sviluppare sogni vividi o esperienze notturne paralizzanti. La descrizione delle vittime incapaci di muoversi sotto lo sguardo del vampiro ricorda sorprendentemente ciò che oggi definiamo paralisi del sonno.
Da questo punto di vista il vampiro diventa una figura simbolica potentissima. Non rappresenta soltanto la paura del morto, ma anche quella del contagio, della malattia e della dissoluzione dell’identità. Il sangue assume un ruolo centrale perché nell’immaginario antico esso coincideva con la vita stessa. Perdere sangue significava perdere anima, energia e forza vitale. Il vampiro che si nutre di sangue è dunque un parassita metafisico, una creatura che prolunga artificialmente la propria esistenza consumando quella altrui.
È interessante notare come il vampiro studiato da Mayo sia ancora profondamente diverso dal Dracula letterario di Bram Stoker. Nel folklore balcanico il vampiro è una presenza contadina, quasi animalesca, legata alla decomposizione del corpo e alla paura delle epidemie. Solo nella seconda metà dell’Ottocento la letteratura gotica trasformerà questa figura in un aristocratico decadente, raffinato e seduttivo. Mayo fotografa quindi un momento di transizione fondamentale: il passaggio dal vampiro folklorico al vampiro moderno.
L’importanza culturale del suo studio è enorme perché dimostra come il pensiero scientifico ottocentesco non cancellasse automaticamente il soprannaturale. Al contrario, tentava di reinterpretarlo. Il vampiro non veniva semplicemente negato, ma tradotto in termini medici e psicologici. Questo atteggiamento è tipico del XIX secolo, un’epoca ossessionata dalla volontà di classificare ogni fenomeno umano senza però rinunciare completamente al fascino del mistero.
Alla fine del suo saggio Mayo giunge a una conclusione tanto razionale quanto inquietante. L’unica prova certa della morte, afferma, è l’inizio della decomposizione chimica del corpo. Finché non compaiono putrefazione, odore cadaverico e alterazioni evidenti dei tessuti, non si può avere assoluta certezza che la vita sia davvero estinta.
È una conclusione che ancora oggi conserva una forza perturbante. Dietro il mito del vampiro non ci sarebbe quindi il ritorno soprannaturale dei morti, ma l’orrore molto più concreto della morte incompleta. Il vero mostro non è il cadavere che torna dalla tomba per nutrirsi dei vivi. È il vivente che il mondo ha già dichiarato morto.





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