di Andrea Romanazzi
Possiamo definire “Celti” quell’insieme di popoli indoeuropei che, nel periodo del loro massimo splendore – tra il V e il III secolo a.C. – erano stanziati in una vasta regione dell’Europa: dalle isole britanniche al bacino del Danubio, fino alle propaggini della penisola iberica, italica e anatolica. La loro culla originaria, secondo la maggior parte degli studiosi, va ricercata tra il Reno e le sorgenti del Danubio, nelle attuali Germania meridionale, Svizzera e Francia orientale. Da qui, una serie di migrazioni portò le tribù celtiche verso est, in Austria e Ungheria, e verso sud, oltre le Alpi, fino alla pianura padana. Pur accomunate da lingua, simboli e culti affini, le tribù celtiche non formarono mai un’entità politica unitaria. Si trattava di popoli affini, ciascuno con proprie istituzioni, ma legati da una comune visione del mondo: una spiritualità naturalistica, una religione incentrata sulla sacralità delle acque e degli alberi, un senso del territorio come corpo vivente.
Nel corso dell’età del Ferro, l’insieme delle popolazioni stanziate a nord del Po e fino all’arco alpino prese il nome di Gallia Cisalpina, per distinguerla dalla Gallia Transalpina, posta al di là delle montagne.
Tale denominazione, “Gallia di qua dalle Alpi”, era già in uso in epoca romana: si riferiva a un territorio che appariva, agli occhi dell’Urbe, come una proiezione del mondo celtico all’interno dell’Italia stessa.
La regione era distinta in Gallia Transpadana (a nord del Po) e Gallia Cispadana (a sud del fiume). Più tardi, in età imperiale, la si chiamò anche Gallia Togata, per contrapporla alla Gallia Bracata posta oltre le Alpi. Questa curiosa differenza terminologica – togata contro bracata – alludeva probabilmente sia a diverse abitudini di abbigliamento (la toga romana contro i calzoni galli) sia al differente grado di romanizzazione dei popoli. La “celticità” di questa terra rimase, tuttavia, un tratto identitario profondo. Persino la suddivisione amministrativa augustea ne conservò il ricordo con le denominazioni di Gallia Transpadana, Liguria, Venetia e Aemilia. Quest’ultima, creata come neologismo romano, portava l’impronta coloniale e la memoria delle lotte per l’indipendenza dei Boi e dei Senoni, che Roma aveva represso con durezza.
Privare un popolo del proprio nome, ammoniva Gilberto Oneto, significa cancellarne l’identità. E davvero, nel caso della Gallia Cisalpina, i nomi antichi sembrano raccontare una memoria profonda che Roma cercò di riscrivere.
Non sappiamo con certezza come i Celti chiamassero sé stessi né la terra che abitavano, ma vari indizi linguistici fanno pensare che la pianura padana fosse nota come Lanon o Lanum, termine che in celtico significherebbe “la pianura”.
Da questa radice deriverebbe anche il nome originario di Mediolanum, l’odierna Milano: “luogo al centro della pianura”, o “terra centrale”, un concetto che aveva al tempo stesso valore geografico e simbolico.
Alcuni studiosi propongono per la città il nome di Medionemeton, “il santuario centrale”, dove nemeton era il termine celtico per “spazio sacro”, luogo di incontro tra il mondo umano e quello divino.
Le leggende che narrano la fondazione di Milano da parte di Belloveso, nipote del re Ambigato, sembrano confermare questa visione: la scrofa semilanuta che indicò il luogo della città sarebbe infatti animale sacro alla dea Belisama, la bianca signora delle acque. La pianura padana appare dunque, nella memoria dei Celti, come una terra sacra di mezzo: geograficamente situata fra le Alpi e il mare, simbolicamente posta tra il mondo mediterraneo e quello continentale, un “centro del mondo” di natura iniziatica.
Le tribù del Nord-Ovest
Tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C., i Celti valicarono i monti “celtici” – così venivano chiamate le Alpi – e si stanziarono in Piemonte e Valle d’Aosta.
Qui sorsero numerose tribù: i Lepontii in Val d’Ossola, i Victimuli e i Salassi nella zona della Bessa, i Libici nel Vercellese, i Taurini lungo il basso Po, i Cotii in Val di Susa, i Caturiges al Monginevro, gli Allobrogi in Savoia, i Veragri del Gran San Bernardo, i Medulli e i Graioceli al Piccolo San Bernardo.
Popoli affini per lingua e costumi, ma con proprie strutture e autonomie, la cui complessità culturale rende tuttora difficile uno studio unitario.
Lungo il Ticino si sviluppò la cultura di Golasecca (IX–IV secolo a.C.), una delle più antiche testimonianze celtiche in Italia. Da essa derivarono i Leponzi, stanziati tra il Canton Ticino e la Lombardia occidentale, la cui capitale Oscela (oggi Domodossola) era un centro religioso di rilievo.
Strabone e Cesare li citano come popolo alpino distinto dagli Insubri e dai Comensi. Cesare, nel De Bello Gallico, scrive:
“Il Reno nasce nella regione dei Leponzi, un popolo delle Alpi, e scorre vorticoso per lungo tratto nelle terre degli Elvezi e dei Sequani.”
Il linguista Michel Lejeune ha dimostrato che la lingua leponzia, incisa su numerose stele funerarie e lapidi votive, è un autentico idioma celtico, il più antico d’Italia, parlato tra il 700 e il 400 a.C. Alcune iscrizioni, visibili nel Museo del Territorio Biellese, recano dediche a divinità ancestrali e testimoniano una religiosità fortemente radicata nella continuità familiare e nel culto degli antenati.

Mediolanum e la civiltà insubre
Dalla fascia alpina i Celti si estesero alla pianura lombarda, fondando una delle più solide realtà etnico-culturali della Gallia Cisalpina.
Nella zona di Novara vivevano i Vertamocori; a Vercelli i Libici, liguri in parte celtizzati; lungo il Ticino i Laevi; tra Bergamo e Como gli Orobi. Gli Insubri, popolazione derivante da una migrazione gallica più antica, divennero presto il gruppo dominante.
Secondo Tito Livio, il re Ambigato, sovrano dei Biturigi, inviò i nipoti Belloveso e Segoveso a cercare nuove terre per alleviare la sovrappopolazione della Gallia. Agli àuguri, gli dèi indicarono a Belloveso la via dell’Italia. Attraversate le Alpi attraverso la valle della Dora e sconfitti gli Etruschi sul Ticino, i Celti fondarono Mediolanum, che in celtico significava “il centro sacro” o “la terra di mezzo”.
La leggenda vuole che il luogo fosse indicato da una scrofa bianca e semilanuta – simbolo lunare e acquatico – che segnava il punto dove cielo e terra si incontravano.
Il declino: Brenno e Roma
Il declino del popolo celtico cisalpino iniziò nell’anno 390 a.C. quando un gruppo di mercenari galli, assoldati da un magistrato etrusco per regolare questioni interne, assediò Chiusi, importante città del regno etrusco.
I Chiusi chiesero aiuto a Roma. Il Senato, ufficialmente neutrale, inviò in Etruria alcuni ambasciatori, ma costoro, violando gli ordini, si unirono ai difensori e, per mano del legato Quinto Fabio, uccisero un comandante gallico.
I Galli, indignati, pretesero che Roma consegnasse il colpevole. L’Urbe, invece, rispose con arroganza: non solo negò l’estradizione, ma concesse a Fabio e ai suoi fratelli il rango tribunizio.
L’affronto spinse i Galli a ritirarsi da Chiusi e a radunare un grande esercito per marciare su Roma. Nel 387 a.C. il re Brenno, a capo dei Senoni (stanziati nell’attuale Romagna e nel Pesarese), sconfisse i Romani alla battaglia dell’Allia, conquistò e saccheggiò la città, imponendo un riscatto d’oro e pronunciando la celebre frase: “Vae victis!” – guai ai vinti.
La ferita fu profonda: Roma non dimenticò l’umiliazione e, nei secoli successivi, scatenò contro le popolazioni galliche una guerra di annientamento. Nel 285 a.C. i Senoni furono sterminati; nel 222 a.C. gli Insubri sconfitti e Milano cadde. La Gallia Cisalpina fu gradualmente sottomessa, ma non romanizzata: la cultura celtica sopravvisse nei culti rurali, nella lingua e nei toponimi.
Con la conquista romana, la Gallia Cisalpina divenne provincia e poi parte integrante dell’Italia repubblicana. Ma sotto la toga restò viva l’anima celtica. La “terra di mezzo”, ponte tra Alpi e Mediterraneo, fra mondo celtico e romano, rimase a lungo un crocevia di culture e di simboli.
E se oggi la chiamiamo Pianura Padana, il suo antico nome – Lanon, la pianura sacra – sembra ancora vibrare sotto la pelle del paesaggio, come un’eco delle voci che furono, quando l’Italia del Nord era il cuore verde della Gallia.





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