di Andrea Romanazzi
Vi sono parole che sembrano così piccole da passare inosservate e che, tuttavia, custodiscono al proprio interno interi sistemi sociali. Tra queste vi sono certamente i pronomi con cui ci rivolgiamo agli altri. La storia del voi e del Lei appare, da questo punto di vista, particolarmente affascinante, perché conduce dalle corti medievali alle cancellerie rinascimentali, dalla dominazione spagnola alle politiche linguistiche del Novecento, fino alla sorprendente sopravvivenza del voi nell’Italia meridionale.
La questione appartiene a ciò che la linguistica definisce deissi sociale, ossia l’insieme dei mezzi attraverso i quali una lingua rappresenta i rapporti tra chi parla e chi ascolta. Quando due sconosciuti si danno del Lei, entrambi riconoscono implicitamente uno spazio simbolico che li separa; quando decidono di passare al tu, quello spazio viene abolito o quantomeno ridotto.
Nel Medioevo italiano il sistema era relativamente semplice e ruotava soprattutto intorno all’opposizione tra tu e voi. Il primo esprimeva la relazione ordinaria e diretta; il secondo poteva assumere una funzione reverenziale. La spiegazione più convincente risiede nel principio dell’amplificazione simbolica dell’interlocutore. Il soggetto al quale ci si rivolge non viene più rappresentato come un individuo qualsiasi, ma come una persona la cui dignità eccede metaforicamente il singolare. Il potente, il maestro, il superiore, l’anziano, il sovrano vengono in qualche modo linguisticamente “moltiplicati”. Il plurale diventa così uno strumento di magnificazione. Non si tratta di una moltiplicazione reale, naturalmente, ma di una trasformazione simbolica attraverso la quale la lingua attribuisce all’altro un peso sociale maggiore.
Il voi, tuttavia, conserva un elemento fondamentale: rimane una seconda persona. Anche quando viene rivolto a un singolo individuo, il destinatario continua a essere direttamente chiamato in causa. Si dice voi sapete, voi desiderate, voi avete deciso. La deferenza nasce quindi dall’elevazione dell’interlocutore, non dalla sua rimozione dal dialogo.
Con il Rinascimento si sviluppò progressivamente una strategia molto diversa e, sotto alcuni aspetti, ancora più interessante. Tra Quattrocento e Cinquecento nelle corti e nelle cancellerie italiane si diffusero formule reverenziali come Vostra Signoria, Vostra Eccellenza, Vostra Magnificenza, Sua Maestà. Tali espressioni tendevano naturalmente a richiedere la terza persona verbale. Non ci si rivolgeva più direttamente all’individuo, ma alla dignità astratta che egli incarnava.
È proprio qui che nasce il meccanismo destinato a produrre il moderno Lei.
Quando si diceva Vostra Signoria desidera?, il soggetto grammaticale della frase non era più direttamente la persona fisica, bensì la sua Signoria. Poiché signoria è un sostantivo femminile, il pronome che poteva sostituirla era anch’esso femminile. Lo stesso accadeva con parole come Eccellenza, Maestà o Magnificenza. Progressivamente il titolo venne sottinteso e rimase il pronome che lo rappresentava. Il moderno Lei conserva quindi, quasi fossilizzata, la memoria di quelle antiche formule onorifiche.
Questo spiega uno degli aspetti più curiosi dell’italiano contemporaneo. È perfettamente normale rivolgersi a un uomo dicendo: «Lei è stato invitato». Il pronome è formalmente femminile, mentre il participio può concordare con il sesso reale dell’interlocutore. Ciò che appare oggi come una stranezza grammaticale è in realtà la traccia di una storia semantica molto precisa.
Dal punto di vista pragmatico, la differenza tra voi e Lei è profonda. Con il voi si continua a parlare direttamente all’interlocutore, ma lo si amplia simbolicamente attraverso il plurale. Con il Lei, invece, si introduce una forma di indirettezza: la persona presente viene trattata grammaticalmente come se fosse una terza persona. In altre parole, non ci si rivolge più semplicemente all’individuo, ma alla funzione, alla dignità o al titolo che esso rappresenta.
È dunque possibile leggere il Lei come una vera e propria strategia di distanziamento rituale. La persona viene resa simbolicamente meno accessibile; viene collocata a una distanza formale maggiore e, proprio attraverso questa distanza, le viene riconosciuto rispetto. Se il voi sembra accrescere l’interlocutore, il Lei sembra invece allontanarlo.
A rendere più complessa questa storia intervenne l’influenza della cultura spagnola. Tra Cinquecento e Seicento la monarchia iberica esercitò una fortissima presenza politica in ampie regioni della penisola italiana, tra cui il Regno di Napoli, la Sicilia, la Sardegna e il Ducato di Milano. Con il dominio politico arrivarono inevitabilmente anche modelli amministrativi, cerimoniali e linguistici.
Nella Spagna dell’età moderna si erano infatti sviluppate forme reverenziali come Vuestra Merced, letteralmente “Vostra Grazia” o “Vostra Mercé”, che richiedevano la terza persona verbale. Da tali espressioni, attraverso una lunga evoluzione fonetica e morfologica, nacque l’odierno usted, che ancora oggi governa il verbo alla terza persona. Lo spagnolo moderno conserva dunque un meccanismo molto simile a quello italiano: l’interlocutore viene grammaticalmente trattato come una terza persona.
È importante, tuttavia, evitare una semplificazione storica. Il Lei non può essere considerato semplicemente un prodotto importato dalla Spagna. Forme italiane di cortesia costruite sulla terza persona erano già presenti nelle corti italiane prima che l’influenza iberica raggiungesse la sua massima intensità. Il modello spagnolo contribuì soprattutto a rafforzare e a rendere prestigiosa una tendenza che in Italia aveva già iniziato a manifestarsi autonomamente.
Il rapporto tra Spagna e Lei è dunque reale, ma non assoluto. Sarebbe più corretto parlare di rafforzamento e consolidamento, piuttosto che di vera e propria introduzione.
Ed è proprio a questo punto che si presenta uno dei paradossi più interessanti della geografia linguistica italiana. Ancora oggi, infatti, il voi reverenziale sopravvive soprattutto nell’Italia meridionale, cioè proprio in quelle regioni che furono più a lungo esposte all’influenza politica e culturale spagnola.
A prima vista ciò potrebbe sembrare contraddittorio. Se la presenza spagnola contribuì alla diffusione delle formule di terza persona, perché proprio nelle regioni meridionali continua a vivere il voi?
La risposta si trova nella differenza tra lingua delle élite e lingua della comunità. Le forme reverenziali legate al modello spagnolo si diffusero soprattutto nelle corti, nelle cancellerie, negli ambienti aristocratici e amministrativi. Il vecchio voi, invece, continuò a essere utilizzato nei rapporti familiari, locali e comunitari, dove possedeva radici molto più profonde. Una società poteva dunque utilizzare formule di terza persona nei documenti ufficiali e contemporaneamente continuare a dare del voi agli anziani, ai sacerdoti, ai genitori o alle persone considerate autorevoli.
La lingua non si modifica mai come un territorio conquistato militarmente. Le innovazioni penetrano con velocità differenti nei diversi strati sociali, convivono con forme più antiche, vengono reinterpretate e talvolta rimangono confinate a determinati ambienti. Il Mezzogiorno rappresenta, sotto questo aspetto, un vero laboratorio storico della cortesia linguistica.
In numerose aree meridionali il voi ha conservato fino a tempi recentissimi, e in alcuni casi conserva ancora oggi, una funzione che il Lei non riesce perfettamente a sostituire. Può manifestare deferenza senza creare una distanza eccessiva, esprimere rispetto mantenendo contemporaneamente una certa prossimità affettiva. Si può dare del voi a una persona anziana della propria famiglia, a un vicino molto rispettato o a una figura investita di autorità, senza che la relazione divenga impersonale.
Da questo punto di vista il voi occupa uno spazio semantico particolarmente interessante: può essere gerarchico ma non freddo, rispettoso ma non burocratico, deferente ma ancora relazionale. Il Lei, al contrario, tende a sottolineare maggiormente la distanza formale.
Per molti secoli le due forme continuarono comunque a convivere. Tra Seicento e Ottocento il sistema allocutivo italiano fu assai più mobile di quello contemporaneo. Tu, voi, Lei ed Ella potevano alternarsi secondo il ceto sociale, la regione, l’età, la situazione comunicativa e il rapporto gerarchico tra gli interlocutori. Solo tra Ottocento e Novecento il Lei iniziò a imporsi stabilmente come forma prevalente dell’italiano nazionale.
Nel Novecento questa lenta evoluzione linguistica venne improvvisamente trasformata in una questione politica. Nel 1938 il regime fascista promosse una campagna contro il Lei, presentandolo come un residuo dell’influenza straniera, soprattutto spagnola, e incoraggiando il ritorno al voi. La politica linguistica fascista mirava infatti a eliminare parole, espressioni e abitudini considerate poco conformi all’idea di italianità perseguita dal regime.
L’operazione poggiava però su una ricostruzione storica fortemente semplificata. Come si è visto, il Lei non era semplicemente una forma introdotta dalla dominazione spagnola, poiché sistemi reverenziali di terza persona erano già presenti nella tradizione italiana. Il fascismo trasformò dunque una questione complessa di storia linguistica in una contrapposizione ideologica tra una forma considerata nazionale, il voi, e una forma giudicata estranea, il Lei.
Paradossalmente, questa operazione finì per modificare anche la percezione del voi. Una forma antichissima, medievale e ampiamente precedente al fascismo venne associata così fortemente al linguaggio del regime che, dopo il 1945, nell’italiano nazionale iniziò rapidamente a perdere terreno. Il Lei tornò a essere la forma standard di cortesia, mentre il voi continuò a sopravvivere soprattutto nelle regioni e nei contesti nei quali possedeva una tradizione autonoma e molto più antica della politica novecentesca.
Ed è forse proprio qui che si trova l’aspetto più enigmatico della questione. La lingua non si limita a descrivere la società, ma la mette continuamente in scena.




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