di Andrea Romanazzi

Tra i boschi e i calanchi che segnano i rilievi del Monferrato alessandrino, si trova un luogo quasi dimenticato, avvolto in un silenzio irreale e interrotto soltanto dal fruscio del vento: Rocchetta. Questo minuscolo nucleo, oggi ridotto a ruderi e memorie, era un tempo una delle frazioni di Spigno Monferrato, comune che ancora custodisce la memoria di una vicenda tanto drammatica quanto rivelatrice delle paure collettive di un’epoca.

Rocchetta sorgeva in posizione strategica, su un crinale scosceso e difficile da raggiungere, difeso naturalmente da profonde forre e da terreni instabili, e ciò ne faceva un punto militarmente dominante. Anticamente, chi percorreva le vie che mettevano in comunicazione la Liguria con la pianura padana doveva transitare nei pressi di questo villaggio, il cui accesso era regolato da un castrum, cioè una fortificazione di controllo e riscossione dei pedaggi. Nonostante la sua piccola dimensione, Rocchetta ebbe dunque un ruolo importante come presidio e come barriera doganale. Col tempo al castello si affiancarono alcune abitazioni, poi una chiesa. Nel XII secolo la chiesa locale risultava già collegata all’abbazia di San Quintino, segno che la vita religiosa si andava strutturando. Nel 1567 gli abitanti, desiderosi di emanciparsi, chiesero al Vescovo di Savona di elevare la loro chiesa – intitolata a Santa Maria – a parrocchia autonoma. Piccoli segni di vitalità di una comunità che cercava di affermarsi nonostante la posizione impervia.

Il borgo resistette per secoli, ma la natura del terreno, soggetto a erosioni e frane, e la mancanza di collegamenti con le vie moderne portarono progressivamente all’abbandono. La vecchia chiesa di Santa Maria stessa fu giudicata instabile a metà del Settecento e, tra il 1794 e il 1797, fu sostituita da un nuovo edificio in località Ronco, dedicato all’Assunta. E’ da qui partì un processo contro 13 fra streghe e stregoni che si svolse a Spigno mMnferrtao e del quale esistono gli atti.

La peste del 1630 e il bisogno di capri espiatori

Il XVII secolo fu un’epoca segnata da crisi profonde: guerre interminabili, carestie, instabilità politica e soprattutto le epidemie. La peste che colpì il Nord Italia tra il 1629 e il 1631, raccontata anche da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, devastò intere regioni e cancellò intere comunità. Anche Spigno Monferrato non fu risparmiata dal contagio, e la popolazione, terrorizzata, cercò cause e colpevoli. Nelle società rurali di allora, fortemente gerarchiche e spesso minate da rancori locali, la paura sfociava facilmente nella ricerca di un capro espiatorio. Bastava poco – un litigio tra vicini, un sospetto di invidia, l’antipatia verso una famiglia isolata – perché qualcuno venisse accusato di malefici. La malattia, la morte improvvisa, l’epidemia diventavano così pretesti per scatenare accuse di stregoneria o di “untori”, coloro che secondo la fantasia popolare diffondevano volontariamente il contagio ungendo porte, fontane o persone. A Rocchetta questa dinamica si manifestò in tutta la sua violenza. L’estate del 1631 segnò il destino di un gruppo di donne e uomini che finirono sotto processo con l’accusa di avere diffuso la peste attraverso sortilegi.

La vicenda iniziò formalmente il 9 luglio 1631, quando il procuratore fiscale della Curia foranea, Vincenzo Boccello, presentò denuncia al reverendo Giovanni Verruta, arciprete della parrocchia di San Ambrogio di Spigno. Nella denuncia si sosteneva che “alla villa della Rocchetta di Spigno siano christiani e christiane poco timorate di Dio Benedetto che comettono molti disordini come inhobedienti a S.ta Chiesa, massime di streghe, comettendo molti assassinamenti et stregherie”. Dietro queste parole, più che reali prove di empietà, si intravedevano le voci di paese, i sospetti e le dicerie che circolavano in un clima di panico. 

Il primo a deporre è Marius de Colla, 55 anni:

“Ho sempre sentito nominare che Margarita Bracha sia masca e strega… a Roccaverano hanno abbruciata sua sorella e suo fratello per sospetto che siano masche e masconi… se lo sii, Dio benedetto la faci castigare.”

Non porta prove, ma richiama la “fama” e il destino della famiglia. Nelle comunità contadine, la colpa si trasmetteva quasi come un’eredità: se i parenti erano stati bruciati, anche tu eri sospetto.

Segue Bartolomeus Viatius, 70 anni:

“Ho sempre sentito dire qui alla Rochetta che Margherita Bracha sia una masca e strega.”

E anche lui evoca i precedenti familiari. Le dicerie bastano a far diventare sospetti semplici vicini di casa.

Ma è con Petrus Matia, 31 anni, che la fantasia popolare prende corpo:

“Ho sentito dire che questa Margarita e sua figlia in Spigno, scapelliate di notte due o tre anni sono…”

Essere viste spettinate e a tarda ora diventa indizio di stregoneria. Pietro aggiunge che alcuni, come Francesco Fornarino, accusavano Margarita di aver fatto morire i loro bambini:

“Danno la causa a questa Margarita che gli abbi mascato li figlioli che gli sono morti.”

È l’eco delle classiche imputazioni: infanticidio, maleficio, rapporti notturni sospetti. Al nome di Margarita si affianca quello di Bianchina Suliana, accusata di non andare a messa che “una volta l’anno”.

La macchina della giustizia ha trovato il suo carburante: la pubblica voce e fama. Non servono prove, bastano sospetti condivisi. L’accusa formale fu quella di essere “untori”, cioè diffusori volontari della peste. La suggestione dilaga. Persino Maria de Fornarinis, nobildonna locale, riferisce di aver perso un figlio appena undicenne giorni dopo una visita di Margarita: “Tanto tosto fu partita essa Margarita, cominciò a lamentarsi et haver male e consummò in maniera che in tre giorni morì secho, tortute le gambe, e sopra le reni havea un segno che parevali una mano infuocata nella quale si vedevano le proprie dita.” Altri testimoni evocano urla di gatti nella notte, interpretati come segno di streghe svolazzanti. Le figure femminili coinvolte aumentano: da Margarita Bracha e la figlia Margarina, a Bianchina Suliana, Caterina Marenca, Lucia Peirana.

Alla fine furono coinvolte quattordici persone, in maggioranza donne: tredici considerate “streghe” e due uomini bollati come stregoni.  Le imputazioni ricalcavano i cliché della demonologia dell’epoca: non solo propagazione della peste, ma anche morie di animali, infanticidi, pozioni magiche, rapporti carnali col diavolo, voli notturni. Erano i temi tipici dei manuali di inquisizione, come il famigerato Malleus Maleficarum, che venivano proiettati su persone reali attraverso confessioni estorte con la tortura. Qui emerge un dettaglio importante: non fu l’Inquisizione ecclesiastica a occuparsi del processo, ma il tribunale laico del marchese Alfonso Asinari del Carretto, signore del luogo. È significativo perché contraddice un pregiudizio diffuso: nel Monferrato del Seicento erano spesso le autorità civili, più che quelle religiose, a mostrarsi inflessibili e crudeli verso gli accusati di stregoneria. Il Vescovo di Savona, informato dei fatti, avvisò l’Inquisizione di Genova e poi il Sant’Ufficio di Roma, che ordinò la sospensione del processo e il trasferimento delle donne a Genova per un giudizio regolare. Ma quando la disposizione arrivò, era troppo tardi: tutte le accusate erano già morte in prigione, sfinite dalle torture, dal freddo, dalla fame o forse dalla stessa peste. La fine delle streghe di Rocchetta fu dunque segnata prima ancora di un verdetto formale. Morirono nel silenzio delle celle, vittime della paura collettiva, del potere locale e dell’assenza di tutela. In un’epoca in cui il sospetto valeva più delle prove, le loro confessioni estorte sotto atroci tormenti furono sufficienti a sancire la loro condanna. L’Inquisizione, privata del proprio diritto di giudicare, aprì un’inchiesta sul comportamento del marchese Asinari. Ma anche lui morì poco dopo, e il figlio Federico fu esiliato per “eccessi e violenze”. La dinastia si estinse, mentre la memoria del processo rimase a gravare sul borgo. Camminare oggi tra i ruderi di Rocchetta significa immergersi in un paesaggio sospeso. Le case di pietra franate, le mura diroccate, la chiesetta scomparsa: tutto parla di un mondo che non c’è più. I crolli hanno cancellato gran parte delle strutture, ma il fascino del luogo resta intatto. Non è solo un fascino romantico da paese fantasma, ma anche un’aura di mistero che richiama le vicende del Seicento.

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