di Andrea Romanazzi

Passeggiando nel borgo antico di Bari è quasi impossibile non imbattersi in una delle numerosissime edicole votive che, incastonate tra archi, corti e facciate delle abitazioni, trasformano ancora oggi Bari Vecchia in una sorta di santuario diffuso. Sono immagini di San Nicola, della Madonna Odegitria, della Madonna del Carmine, di Sant’Antonio, di San Rocco e dei Santi Medici, ma una presenza ricorrente è quella della Vergine Addolorata. Non è un caso.

Per secoli la devozione verso la Mater Dolorosa ha costituito uno degli elementi più profondi della religiosità barese, tanto da intrecciarsi con epidemie, calamità, processioni, leggende e persino con particolari tradizioni gastronomiche. Le edicole votive baresi non erano semplici decorazioni religiose: proteggevano ingressi, vicoli e abitazioni e rappresentavano punti nei quali il sacro entrava fisicamente nello spazio quotidiano della comunità. Ancora tra XIX e XX secolo pittori locali quali Michele Montrone e i suoi allievi Vito Dentamaro e Antonio Lanave contribuirono in modo determinante alla diffusione di queste immagini, spesso eseguite ad olio su rame.

La devozione alla Vergine Addolorata è in realtà molto antica. Le sue radici possono essere rintracciate nella spiritualità medievale, quando si sviluppò una crescente attenzione verso la sofferenza di Maria ai piedi della Croce. Un ruolo fondamentale fu svolto dall’Ordine dei Servi di Maria, sorto nel XIII secolo, che contribuì alla definizione della devozione ai Sette Dolori. L’iconografia finì così per rappresentare la Vergine con il cuore trafitto da una o, più frequentemente, da sette spade: la profezia di Simeone, la fuga in Egitto, lo smarrimento di Gesù nel Tempio, l’incontro con il Figlio sulla via del Calvario, la crocifissione e morte di Cristo, la deposizione dalla Croce e infine la sepoltura. La celebrazione del 15 settembre, oggi immediatamente associata all’Addolorata, costituisce invece il risultato di una lunga evoluzione liturgica che portò la Chiesa a collocare la memoria mariana subito dopo la festa dell’Esaltazione della Santa Croce.

È nel Seicento che questo rituale religioso trova nel Mezzogiorno un terreno particolarmente fertile, alimentato anche dalle grandi paure collettive dell’epoca. Nel 1656 una terribile epidemia di peste investì il Regno di Napoli e raggiunge anche Bari. A raccontarne gli effetti è Fabrizio Veniero nelle sue Disavventure di Bari, pubblicate nel 1658, straordinaria testimonianza delle paure, dei provvedimenti adottati dalle autorità e della religiosità popolare dei baresi durante il contagio. La mortalità fu devastante: le fonti riportano oltre dodicimila vittime, una cifra enorme se rapportata alla popolazione cittadina del tempo. Veniero restituisce l’immagine di una città nella quale rimedi sanitari, fede e pratiche apotropaiche finiscono inevitabilmente per sovrapporsi.

Si ricorreva, ad esempio, alla celebre manna raccolta presso la tomba di San Nicola, utilizzata con funzione protettiva contro il morbo. Ancora più suggestivo è il rapporto con Monte Sant’Angelo. Poiché il centro garganico era ritenuto miracolosamente risparmiato dalla peste, una delegazione barese sarebbe stata inviata presso la grotta dell’Arcangelo Michele affinché riportasse in città frammenti di pietra benedetta. Le pietre, giunte a Bari all’interno di casse, vennero utilizzate come veri e propri oggetti apotropaici e murate in alcuni edifici. Sono testimonianze di un universo nel quale la distinzione moderna tra medicina, religione e magia protettiva semplicemente non esisteva: la difesa della città poteva passare contemporaneamente attraverso quarantene, disinfezioni, processioni, reliquie e oggetti sacralizzati.

Anche il colore della città cambiò. Durante e dopo le epidemie si diffuse infatti l’impiego della calce per imbiancare e disinfettare ambienti e abitazioni. Più che attribuire esclusivamente a questa pratica l’origine delle numerose “città bianche” pugliesi, è più corretto osservare come le esigenze sanitarie contribuirono certamente alla diffusione sistematica della scialbatura a calce nel Mezzogiorno. Il bianco non aveva quindi soltanto una funzione estetica: diventava simbolicamente anche il colore della purificazione, della casa risanata e di uno spazio sottratto alla contaminazione.

All’interno di questa memoria traumatica la tradizione barese finì per attribuire alla protezione mariana un ruolo decisivo nel superamento della pestilenza. L’Addolorata entrò così sempre più profondamente nell’immaginario cittadino e la sua presenza si moltiplicò negli altarini e nelle edicole del centro storico. Il rapporto tra Bari e la Vergine dei Dolori rimase fortissimo nei secoli successivi, al punto che l’Addolorata fu considerata patrona della città fino al Novecento. Ancora oggi la sua devozione non appartiene soltanto al mese di settembre: durante il periodo che precede la Settimana Santa la statua dell’Addolorata viene solennemente preparata, vestita e condotta in processione. La vestizione stessa possiede un carattere quasi rituale: gli strati di tessuto, il manto, il pugnale conficcato simbolicamente nel petto trasformano progressivamente l’immagine in quella della Madre che cerca il Figlio destinato alla morte. La processione del Venerdì di Passione attraversa tuttora una parte significativa della città e del borgo antico, mantenendo vivo quello che potrebbe essere definito un vero doppio ciclo dell’Addolorata barese: il dolore primaverile della Passione e la memoria settembrina dei Sette Dolori.

Tra le testimonianze più caratteristiche di questa devozione rimangono naturalmente le edicole di Bari Vecchia. Michele Montrone, attivo tra Otto e Novecento, contribuì notevolmente alla produzione di immagini sacre destinate agli spazi pubblici, spesso affiancando alla Vergine figure particolarmente care ai baresi, prima fra tutte quella di San Nicola. Con lui operarono artisti quali Dentamaro e Lanave. Più tardi anche i fratelli Francesco e Raffaele Spizzico, conosciuti soprattutto come ceramisti, lasciarono importanti testimonianze della propria arte religiosa. In vico de’ Gironda, sotto quello che il linguaggio popolare aveva poco elegantemente battezzato “arco del piscio”, si trova ancora il Crocifisso realizzato dai fratelli Spizzico: Gesù è circondato dalle anime purganti e l’opera, donata alla città vecchia, ha finito per restituire dignità sacra a uno spazio che il degrado aveva segnato negativamente. Oggi quel passaggio è infatti conosciuto anche come Arco del Crocifisso.

Un altro luogo particolarmente suggestivo è l’Arco della Neve. Il nome conserva la memoria di una Bari nella quale il ghiaccio era ancora un bene raro e prezioso. Tra Settecento e Ottocento esistevano nel centro antico alcune rivendite nelle quali veniva conservata la neve raccolta durante l’inverno e trasformata in ghiaccio. Una era proprio nei pressi della Cattedrale, sotto il passaggio che avrebbe assunto il nome di Arco della Neve; altre si trovavano in piazza San Nicola e in vico Gironda. La neve proveniva soprattutto dalle Murge e da altre zone montuose dell’Italia meridionale, veniva compressa e protetta con paglia all’interno delle neviere e poi utilizzata durante l’estate per conservare gli alimenti, preparare sorbetti o persino come rimedio contro febbri e infiammazioni.

Ma tra le immagini dell’Addolorata barese ve n’è una che appartiene pienamente alla dimensione del racconto popolare. Sotto l’Arco dello Spirito Santo, nell’area di San Pietro, la Vergine è raffigurata tra San Giuseppe e San Nicola, avvolta in un insolito abito azzurro. Secondo una tradizione orale barese, in occasione di eventi particolarmente funesti per la città il volto o la veste della Madonna sarebbero divenuti “gnore”, cioè neri. La memoria popolare lega uno di questi mutamenti cromatici a una delle grandi alluvioni che colpirono Bari. Naturalmente non siamo sul terreno della documentazione storica, ma su quello altrettanto significativo della leggenda: l’immagine sacra viene percepita come organismo vivente, capace di partecipare alle sofferenze della comunità e di manifestare attraverso il proprio aspetto l’imminenza o la gravità della disgrazia.

Ed è proprio questa dimensione domestica e popolare del culto a condurci verso una tradizione oggi quasi dimenticata. A Bari l’Addolorata viene celebrata il 15 settembre, e un tempo la ricorrenza era accompagnata da una grande festa familiare nella quale un ruolo particolare era riservato al cibo. Nel linguaggio popolare la Vergine veniva indicata anche come la “Madonna de le gardeddere”, la Madonna dei galletti. Il motivo non era legato, come accade altrove, all’offerta dell’animale alla Vergine, ma alla consuetudine di preparare proprio in quel giorno il brodo di gallina/galletto, accompagnato dalle immancabili orecchiette. Una memoria conservata anche attraverso i versi popolari:

“…vine vine festa granne

Uam fe ch’i recchietèdde

N’atà vòta m’assaggè a carne”

Dietro questi versi apparentemente semplici si nasconde un intero mondo sociale. Mangiare carne non era infatti un gesto quotidiano per gran parte delle famiglie popolari. La gallina rappresentava una piccola ricchezza domestica: produceva uova e proprio per questo veniva sacrificata soltanto in occasioni particolari. Mangiarla nel giorno della festa significava trasformare una ricorrenza religiosa in un momento di eccezione alimentare. Lo stesso valeva per la pasta fatta in casa e, in particolare, per le orecchiette condite o servite con il brodo. Il calendario religioso diveniva in tal modo anche calendario gastronomico: scandiva i giorni nei quali era consentito interrompere la frugalità quotidiana e portare sulla tavola carne, pasta e altri alimenti altrimenti consumati con parsimonia. La “Madonna delle galline” barese era dunque, in un certo senso, anche la Madonna del banchetto domestico e del temporaneo ritorno dell’abbondanza.

Il nome crea inevitabilmente un affascinante parallelo con un’altra celebre Madonna delle Galline del Mezzogiorno, quella venerata a Pagani, nel Salernitano. Si tratta però di due tradizioni completamente diverse. A Pagani il titolo appartiene alla Madonna del Carmine e la leggenda racconta che alcune galline, razzolando, avrebbero riportato alla luce un’antica immagine della Vergine. Ancora oggi, durante la festa celebrata nella domenica in Albis, alla Madonna vengono offerte galline e altri animali da cortile, mentre la processione attraversa strade, cortili e “toselli” tra tammorre, canti e offerte votive. A Bari, invece, la gallina non viene consegnata alla Vergine: viene cucinata. Da una parte abbiamo dunque l’animale come offerta sacra, dall’altra l’animale come cibo festivo. In entrambi i casi, però, il gallinaceo entra nel rapporto tra la comunità contadina o urbana e il sacro, divenendo mediatore simbolico dell’abbondanza familiare.

È forse proprio in questa differenza che la tradizione barese rivela la sua originalità. Il culto dell’Addolorata non rimane confinato nelle chiese, nelle statue o nelle processioni, ma entra nei bassi, nei cortili e nelle cucine. Il dolore della Madre viene ritualizzato nello spazio urbano attraverso le edicole, ma la sua festa diventa anche occasione per riunire la famiglia intorno alla tavola. Sacro e quotidiano non sono due mondi separati: la Madonna osserva il vicolo dall’edicola, protegge la porta della casa e, il 15 settembre, entra simbolicamente anche nella cucina attraverso il profumo del brodo e delle orecchiette.

I solenni festeggiamenti settembrini sopravvissero fino agli anni Sessanta del Novecento. Durante l’episcopato di mons. Enrico Nicodemo vennero progressivamente soppressi; le fonti locali ricordano sia il loro crescente costo sia la contemporanea presenza della Fiera del Levante, che proprio nel mese di settembre assorbiva ormai una parte rilevante della vita pubblica cittadina. L’Addolorata cessò così di occupare quel ruolo centrale nel calendario civile barese che aveva avuto nei secoli precedenti, mentre San Nicola rimase il grande riferimento identitario della città. La devozione, tuttavia, non scomparve. Sopravvisse nelle processioni, nei rosari, nelle edicole e soprattutto nella memoria delle famiglie.

Così il 15 settembre conserva ancora oggi la traccia di una Bari quasi scomparsa: una città segnata dalla peste e dalle alluvioni, protetta da pietre provenienti dal santuario di San Michele e dalla manna di San Nicola, imbiancata con la calce, punteggiata da piccoli altari illuminati dalle lampade ad olio; una città nella quale le immagini della Vergine potevano annerirsi annunciando una disgrazia e nella quale una gallina, sacrificata soltanto nei giorni importanti, poteva trasformare una semplice minestra in un banchetto rituale. È in questa continua sovrapposizione tra storia e leggenda, religione e magia protettiva, arte e alimentazione che la “Madonna de le gardeddere” continua a raccontare uno degli aspetti più affascinanti della cultura popolare barese.

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