di Andrea Romanazzi
La storia della Wicca contemporanea viene generalmente raccontata attraverso i nomi dei suoi grandi protagonisti: Gerald Gardner, Doreen Valiente, Patricia Crowther, Alex Sanders, Janet Farrar. Accanto a queste figure, tuttavia, è esistito un universo molto più vasto e silenzioso, composto da migliaia di praticanti che non hanno fondato tradizioni, non hanno scritto libri e non hanno cercato notorietà. La loro spiritualità è rimasta confinata entro le mura domestiche, nei piccoli coven o nella dimensione privata dell’esperienza religiosa. Di molti di loro non conosciamo neppure il nome. Julia Pearce rappresenta una rara eccezione, non perché sia stata una sacerdotessa celebre o una teorica della Wicca, ma perché una parte significativa dei suoi oggetti rituali è stata conservata dal Museum of Witchcraft and Magic di Boscastle, in Cornovaglia. Grazie a questa circostanza è oggi possibile osservare, quasi come se si entrasse nella casa di una praticante, il modo in cui una strega britannica vissuta tra la seconda metà del Novecento e i primi anni del XXI secolo costruiva il proprio universo simbolico.
È un caso quasi unico. Nella maggior parte dei casi, infatti, quando un praticante muore, gli strumenti rituali vengono dispersi tra familiari, amici o membri del coven; talvolta vengono distrutti, altre volte semplicemente dimenticati. Nel caso di Julia Pearce, invece, il suo patrimonio rituale è stato acquisito dal museo, trasformandosi da oggetto personale in documento storico.
Le notizie biografiche sono sorprendentemente scarse. Sappiamo che Julia Pearce nacque il 9 luglio 1959 e morì l’11 gennaio 2015. All’interno del proprio percorso spirituale utilizzava il nome rituale di “Goddess of Tana”, un titolo che ancora oggi solleva numerosi interrogativi. Non esistono infatti riferimenti consolidati, nella Wicca classica, a una dea chiamata Tana. Potrebbe trattarsi di un nome iniziatico personale, del riferimento a una divinità privata o sincretica, oppure di una reinterpretazione di antiche figure femminili come Tanit, la grande dea cartaginese. In assenza di documentazione diretta, ogni ipotesi deve rimanere prudente. Questa scarsità di informazioni potrebbe apparire come un limite. In realtà costituisce uno degli aspetti più affascinanti della sua vicenda. Julia Pearce non viene studiata per quello che ha scritto, bensì per quello che ha lasciato. È il suo corredo rituale a parlare per lei.
L’oggetto probabilmente più importante conservato dal museo non è un semplice foglio manoscritto. Si tratta del progetto di un’autobiografia mai terminata, significativamente intitolata Born Witch (“Nata strega”). L’introduzione è brevissima, ma racchiude l’intero programma spirituale dell’autrice: «Se fossi nata cento anni prima sarei stata bruciata sul rogo semplicemente per i miei due occhi di colore diverso. Così nacque una strega.»
La frase colpisce immediatamente per il suo carattere simbolico. Julia soffriva di eterocromia, una condizione che comporta occhi di colore differente. Nella società contemporanea essa rappresenta semplicemente una peculiarità genetica; nel suo racconto, invece, diventa il segno di una diversità spirituale. Non afferma realmente che sarebbe stata perseguitata, bensì utilizza l’immagine del rogo come metafora della difficoltà di vivere la propria identità fuori dagli schemi. Questo modo di interpretare la propria esperienza è tipico di una parte della spiritualità neopagana sviluppatasi tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento. Molti praticanti non concepiscono la stregoneria come un’eredità familiare o un potere soprannaturale, ma come il riconoscimento di una particolare sensibilità verso la natura, il simbolo e il sacro. La “strega nata” diventa allora non colei che possiede capacità eccezionali, bensì chi percepisce il mondo in modo differente. È significativo osservare che Julia Pearce non rivendica alcun lignaggio iniziatico né pretende di appartenere a un’antica tradizione segreta. La sua identità nasce dall’esperienza personale, non dall’autorità di una genealogia spirituale. Questo elemento la distingue da molta narrativa esoterica contemporanea, nella quale il richiamo a misteriose discendenze rappresenta spesso uno strumento di legittimazione.
Gli strumenti della strega
Osservando gli oggetti appartenuti a Julia Pearce portati in Italia per la prima e unica volta attraverso la mostra Stregherie di Vertigo Syndrome a Milano, presso la Royal Villa di Monza e a Bologna, emerge con chiarezza un altro elemento: la sua pratica religiosa era fortemente personale. Non troviamo strumenti standardizzati o acquistati come semplici accessori esoterici, ma oggetti modificati, decorati e adattati secondo un preciso linguaggio simbolico. È un aspetto fondamentale perché mostra come la Wicca vissuta quotidianamente differisca spesso dall’immagine commerciale proposta dai negozi specializzati.
Partiamo dall’Athame, decorato con una serie di simboli che, a un primo sguardo, potrebbero essere scambiati per rune nordiche. Un’osservazione più accurata mostra però come questa interpretazione sia soltanto parzialmente corretta. Alcuni segni ricordano effettivamente caratteri runici, ma la loro forma non coincide perfettamente con il Futhark storico. Si tratta piuttosto di un linguaggio grafico personale, costruito probabilmente attraverso la fusione di simboli runici, glifi astrologici e alfabeti magici moderni.


Questo fenomeno è tutt’altro che raro all’interno della Wicca britannica sviluppatasi tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento, periodo nel quale molti praticanti, influenzati dalla Chaos Magic e dalle opere di Austin Osman Spare, iniziarono a elaborare alfabeti e sigilli individuali destinati esclusivamente alla propria pratica rituale. Procedendo lungo la lama compare una figura circolare suddivisa in otto raggi. Questo simbolo appare decisamente più leggibile. Esso richiama infatti la Ruota dell’Anno, uno dei cardini della cosmologia wiccana, ma richiama anche la runa Hagal. Verso la punta della lama compare un piccolo simbolo triangolare. Lungo la lama compare un asse terminante con una freccia. Nella magia rituale la freccia rappresenta normalmente la direzione della volontà. Un athame, infatti, non taglia materialmente: serve a dirigere l’energia. Ai lati della freccia troviamo una serie di glifi molto particolari. A prima vista sembrano rune, ma osservandoli attentamente si nota che non appartengono a nessun alfabeto runico storico. Alcuni richiamano vagamente la runa Mannaz, altri Kenaz, altri ancora ricordano simboli astrologici deformati. È improbabile che Julia stesse scrivendo una parola. È molto più probabile che stesse componendo una sequenza di sigilli, cioè simboli caricati di un valore operativo più che linguistico. Al centro del manico compare un esagramma, il cosiddetto Sigillo di Salomone, nella Golden Dawn e in gran parte dell’occultismo moderno esso rappresenta l’unione dei contrari: il triangolo rivolto verso l’alto indica il Fuoco, quello rivolto verso il basso l’Acqua. La loro intersezione simboleggia la perfetta armonia tra gli opposti, cioè il raggiungimento dell’equilibrio cosmico. Per una praticante della Wicca questo significato è perfettamente coerente. L’elemento più insolito è ciò che circonda l’esagramma. I piccoli segni disposti sulle sei punte ricordano vagamente alcune rune, ma non appartengono al Futhark storico. Non coincidono nemmeno con alfabeti magici codificati come il Malachim, il Tebano o il Celeste. La loro forma suggerisce piuttosto una categoria molto diffusa nell’esoterismo del Novecento: gli alfabeti magici personali.
A partire dagli anni Settanta molti praticanti britannici, influenzati da autori come Austin Osman Spare, iniziarono infatti a costruire sistemi grafici individuali. Lo scopo era duplice. Da un lato creare simboli incomprensibili agli estranei; dall’altro produrre un linguaggio che fosse direttamente collegato alla propria volontà magica. Julia Pearce sembra inserirsi pienamente in questa tradizione. Ciò che rende affascinante il simbolo è il fatto che esso non appare decorativo. È costruito secondo una geometria rigorosa e sembra possedere la struttura tipica di un sigillo operativo. Non sarebbe sorprendente se Julia lo avesse elaborato come marchio personale da utilizzare durante i rituali.

Stessa cosa dicasi per la bacchetta che presenta dei glifi. Il simbolo a sinistra è molto vicino al glifo astrologico di Giove (♃). Non è identico nella forma moderna tipografica, ma bisogna ricordare che esistono decine di varianti manoscritte utilizzate nei grimori, nei testi astrologici rinascimentali e negli appunti degli occultisti del XIX e XX secolo. Molte semplificano la curva superiore e accentuano la croce, rendendolo sorprendentemente simile a quello inciso sulla bacchetta.

Il secondo e il quarto simbolo, invece, sono praticamente senza dubbio il glifo di Marte (♂), semplicemente inclinato per adattarsi alla composizione. Il cerchio con la freccia obliqua è inequivocabile.
A questo punto la domanda diventa: perché Giove e Marte insieme?
Qui il discorso si fa molto interessante.
Nell’astrologia esoterica e nella magia planetaria, Giove e Marte rappresentano due principi complementari.
Giove è il pianeta dell’espansione, dell’autorità spirituale, della saggezza, della crescita, della protezione e della regalità. È il pianeta della benevolenza e dell’ordine cosmico. Nei testi della Golden Dawn e nella magia rinascimentale è associato al colore blu, allo stagno e alla capacità di governare con equilibrio.
Marte, al contrario, rappresenta l’azione, la forza, il coraggio, la volontà, la determinazione e il potere di rompere gli ostacoli. È l’energia che mette in movimento ciò che Giove concepisce.
Su una bacchetta, questa associazione è perfettamente logica. La bacchetta non è un’arma, ma uno strumento di direzione della volontà. Per funzionare simbolicamente ha bisogno sia dell’autorità di Giove sia dell’energia operativa di Marte.
Altrettanto interessante è la maschera che non copre l’intero volto. Il richiamo al gufo non sembra casuale. Nella cultura europea questo rapace possiede una doppia natura simbolica. Nel folklore britannico il gufo compare spesso come animale liminale, posto sul confine tra il mondo umano e quello degli spiriti. È probabile che Julia conoscesse questa tradizione, ma il significato che attribuisce alla maschera va oltre la semplice identificazione con un animale totemico.

«Io non sono ciò che appaio, ma ciò che appaio è ciò che voglio voi pensiate che io sia.»
Julia Pearce non ha lasciato trattati di magia né ha fondato una tradizione iniziatica. Il suo lascito è molto più discreto, ma proprio per questo estremamente prezioso: una raccolta di strumenti rituali che raccontano il modo in cui una praticante della Wicca britannica costruiva la propria spiritualità attraverso un linguaggio simbolico personale. Athame, bacchetta e maschera non sono semplici oggetti liturgici, ma testimonianze di un percorso interiore nel quale simboli astrologici, richiami ermetici e glifi probabilmente elaborati dalla stessa Julia si fondono in una sintesi originale, dimostrando come la pratica magica possa diventare anche un’espressione profondamente individuale.
Naturalmente nessuna fotografia può restituire pienamente il fascino di questi reperti. Per coglierne i dettagli, le proporzioni e l’atmosfera è necessario visitarli direttamente presso il Museum of Witchcraft and Magic di Boscastle, in Cornovaglia, uno dei più importanti musei europei dedicati alla storia della magia e della stregoneria. È lì che gli strumenti di Julia Pearce continuano a raccontare, nel silenzio delle vetrine, la storia di una donna che trasformò la propria ricerca spirituale in un linguaggio simbolico unico e irripetibile.




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