Antico Almanacco: Verso la Pasqua (parte 1) – La figura della QUAREMMA

di Andrea Romanazzi

Nella religione cristiana grande importanza ha la Pasqua, la Resurrezione di Cristo che con il suo sacrificio cancella le ataviche colpe umane. Tra le pieghe di questa festa religiosa, però, son ben nascosti simboli e tradizioni di origine pagana, ricordi di altre e ben più antiche festività poi cancellate dalla Nuova Religione con una vera e propria opera di sincretismo.

Infatti la Pasqua viene celebrata proprio la prima domenica dopo la prima luna piena che segue l’Equinozio, e dunque è una festività fortemente legata al suo carattere agreste. Come detto, dunque, la Pasqua è una festa dalle origini antichissime e  si collega ai cicli naturali basati sulla morte e rinascita della vegetazione, rappresentati spesso nell’uccisione e nella risurrezione dell’Uomo Selvatico che, nel corso dei millenni, ha preso il nome di Dumuzi, Tammuz, Adone, Attis, Osiride, Pan, Dioniso….Erroneamente si collega la Pasqua cristiana a quella ebraica, Pesach, ovvero la liberazione degli Ebrei dall’Egitto grazie a Mosè. Il termine pesach significa “passare oltre”, “tralasciare”, ed indica la liberazione di Israele dalla schiavitù. E’ dunque ben diversa dalla celebrazione della morte e resurrezione di Gesù Cristo in anima e corpo, come Viene segnalato dalla testimonianza secondo la quale avrebbe mangiato e bevuto insieme agli apostoli dopo la resurrezione.

Concentriamoci però sulle tradizioni popolari che caratterizzano questo periodo.

La Quaresima

Il periodo pasquale si apre formalmente con la Quaresima, il periodo che precede la celebrazione della Pasqua; secondo il rito romano inizia il Mercoledì delle Ceneri e si conclude il Giovedì santo, mentre secondo il rito ambrosiano parte dalla domenica successiva al Martedì grasso e si conclude il Giovedì santo con l’inizio del Triduo pasquale. Tale periodo è caratterizzato da digiuno, dall’astinenza dalle carni (magro) il venerdì, e altre forme di penitenza. «Can. 1249 – Per legge divina, tutti i fedeli sono tenuti a fare penitenza, ciascuno a proprio modo; ma perché tutti siano tra loro uniti da una comune osservanza della penitenza, vengono stabiliti dei giorni penitenziali in cui i fedeli attendano in modo speciale alla preghiera, facciano opere di pietà e di carità, sacrifichino se stessi compiendo più fedelmente i propri doveri e soprattutto osservando il digiuno e l’astinenza a norma dei canoni che seguono. Can. 1250 – Sono giorni e tempi di penitenza nella Chiesa universale, tutti i venerdì dell’anno e il tempo di Quaresima.». Nella Tradizione Popolare la Quaresima è caratterizzata dall’apparizione di una curiosa bambola detta Quaresima, Quaremma o Quarantana, presente un pò in tutto il sud Italia.

Si tratta di un pupazzo o fantoccio caratteristico del costume popolare locale, che raffigura una signora anziana, per certi versi simile alla Befana: una vecchia di aspetto orribile, magra e un po’ spaventosa, vestita di nero per mostrare il lutto. Peculiarità della figura sono la presenza del fuso e conocchia, simbolo della laboriosità e del desiderio di lavorare, ma soprattutto del passare del tempo, il cucchiaio, elemento della cucina, sette taralli o sette penne di gallina conficcate che poi vengono estratte, ad una ad una, ogni settimana e una arancia amara rappresenta simbolicamente sofferenza, penitenza e sacrificio.

in Calabria il fantoccio viene realizzato con un uovo e ciò che rimane della pasta delle gute, un dolce dalle fattezze di donna in cinta che poi viene mangiato il giorno di Pasqua.

Museo Tradizioni Popolari – Roma

In Basilicata le bambole di pezza nera sono sette e ogni domenica ne sparisce una. In Puglia, il fantoccio di paglia dalle sembianze di vecchia completamente vestita di nero

Questo fantoccio viene infatti realizzato proprio al termine dei festeggiamenti carnevaleschi ed appeso ai balconi per tutta la Quaresima

“A Caremma pizzicotta, face u casu e la ricotta

e li face scusi, scusi cu nu lla vitine i carusi,

e li face chianu chianu, cu nu lla vite u guardianu”

“La Caremma che dà i pizzicotti, fa il formaggio e la ricotta

e li fa di nascosto, per non essere vista dai ragazzi

e  li fa in silenzio, per non essere vista dal guardiano”

Museo Tradizioni Popolari – Roma

Quando la Quaresima finisce, la Caremma, viene esposta su un palo, nel momento in cui le campane cominciano a suonare per dare l’annuncio della Resurrezione di Gesù. la tradizione della Quaremma mescola elementi sacri e profani, essa rappresenta l’ersorcizzazione della morte invernale e del dio vengetazionale preparandoci alla Rinascita.

Nella Tradizione popolare la Quaremma muore il sabato Santo ma, come vedremo nel prossimo approfondimento, il  2 Aprile, ad essa è legata anche un’altra figura, quella della Segavecchia.

Purtroppo oggi la tradizione della Quaremma è quasi completamente scomparsa. Già nel 1956 Pietro Mastrangelo scriveva nel Messaggero di “una certa negligenza a rispettare la tradizione”.

Riportiamo il suo scritto

“A S. Croce vive – sebbene a mala pena – ancora l’usanza della “Quarantana che, purtroppo, sta per scomparire a grandi passi. Sino ad una ventina di anni fa l’usanza andava ancora in voga, tant’è che il forestiero che si trovava nel nostro paese in tempo di Quaresima, veniva attratto, incuriosito da questa “Quarantana”: cioè da queste “pupazze” che pendevano da una funicella o da un fil di ferro, i cui capi stavano legati da un balcone all’altro più o meno dirimpettai. 
Di queste “bambole penzolanti” (al contrario di adesso) dapprima il paese ne era pieno, poiché, ogni strada, ogni vicolo, ne aveva tre, quattro, e anche cinque. Se ne vedevano di tutte le foggie: grottesche, buffe, grasse, snelle, brutte e belle. Ma ciò che incuriosiva maggiormente l’estraneo, erano delle penne di gallina piantate a modo di raggiera in una grossa patata penzolante. 
La “Quarantana” è fatta di stracci o di residui di stoffe, dalle nostre stesse donne, che sono le più attaccate a questa tipica tradizione. Essa appare nei primi albori del giorno delle Ceneri per scomparire poi, nel giorno di Sabato Santo e resta per tutta la durata della Quaresima, donde il suo nome di “Quarantana”. 
La leggenda vuole che si tratti della moglie di “Carnevale” – defunto – perciò è vestita di nero, ed ha in mano la conocchia: durante tutto il giorno non deve far altro che filare per distrarsi dal defunto “marito”. 
Filare notte e giorno sotto la sferza dei venti, sotto la pioggia e la neve sino la giorno della sua fine. Le penne della gallina, piantate nella patata, rappresentano le Domeniche e sono sette, e alla fine di ogni settimana, se ne stacca una, e così, fino al giorno della Resurrezione del nostro Signore Gesù Cristo.
“Quarantana” per i vecchi di allora, significava tristezza, preghiera e meditazione al dolore di Gesù crocifisso. Per tutto il periodo della Quaresima, ne carne, ne grassi, ne uova, ne latticini si poteva mangiare. Persino le padelle venivano ripulite con cura per sviare gli odori tentatori delle succulenti pietanze consumate a Carnevale.
Il baccalà, le sarde salate, le aringhe e l’ulivo secco dovevano sostituire di rigore gli altri cibi. La sera, il SS Rosario, doveva sostituire l’allegria fatta di canti e di scherzi per il defunto “Carnevale”. Infine, quando le campane cominciavano a suonare a distesa, annuncianti la Resurrezione di Gesù, quando ogni cuore umano è pieno di gioia, finisce, scompare la “Quarantana”. 
Togliere l’ultima penna, vuol dire morte. Passata in mano ai ragazzini, questi se la contendono, dando luogo ad un vero e proprio linciaggio per la mal capitata, che il ultimo, si riduce in un mucchietto di piccoli cenci. 
Questo avviene per talune, per tal altre – quelle più fortunate – avviene una cosa più ragionevole e più umana, vengono riposte nel cassettone o nell’armadio per farle riapparire l’anno dopo, più belle che mai (con l’immancabile conocchia col zinale, col grosso e nero fazzoletto sventolante in testa e … con una bella patata nuova, dai sette.. raggi di lucenti penne nere) da far sempre suscitare di anno in anno, quella certa curiosità, non solo ai forestieri, che vi capitano di vederla, ma anche negli stessi paesani.
Una vecchia usanza dicevamo che si è affievolita, ma non morta ancora del tutto”.

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