di Andrea Romanazzi
Essere “moderni”, come suggerisce Marshall Berman, significa trovarsi in un ambiente che promette avventura e trasformazione, ma che minaccia costantemente di distruggere tutto ciò che abbiamo e siamo. Questa condizione ci getta in un “vortice permanente di disintegrazione e cambiamento”, dove “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”. In questo scenario di “unità paradossale”, dove la disintegrazione è l’unica costante, il Neo-druidismo deve emerge non come un mero recupero nostalgico del passato, ma come una “possibilità creativa” generata per rispondere a stimoli e situazioni sociali insolite. Ben lontano dai revival, non c’è dubbio che il neo-druidismo, affinchè sia davvero contemporaneo, si debba inserire nelle “fessure del tessuto sociale”, proponendo una coerenza interna basata su una visione di ricerca.
La modernità è oggi legata a una triade in disfacimento: Spazio/Tempo – Conoscenza – Identità.
Il primo elemento da considerare in questa analisi è la dimensione fenomenologica dell’esistenza, un concetto magistralmente indagato e descritto da Marshall Berman nel suo celebre saggio L’esperienza della modernità (All That Is Solid Melts Into Air). Berman definisce la modernità non solo come un insieme di strutture sociali o economiche, ma come una condizione esistenziale caratterizzata da un vortice di cambiamenti rapidi e incessanti, un’esperienza di simultanea distruzione e rinnovamento. Questa dimensione fenomenologica si manifesta nella vita dell’individuo moderno come una sensazione di precarietà, di accelerazione e di smarrimento di fronte alla dissoluzione delle certezze tradizionali e alla continua riorganizzazione del paesaggio sociale, urbano e tecnologico. Il Neo-Druidismo, in questo scenario, può essere interpretato come una risposta identitaria e spirituale a questa fluidità e a questa alienazione. La ricerca di radici, di un legame sacro con la natura (la Terra e i suoi cicli) e di una saggezza ancestrale (il locus del druido come saggio e mediatore), offre un punto di ancoraggio e una struttura di senso in un mondo che appare frammentato e privo di punti fermi stabili. L’espressione “tutto ciò che è solido svanisce nell’aria”, mutuata dal vocabolario marxiano ma riletta in chiave socio-culturale, descrive un’esperienza del mondo in cui la stabilità è percepita come un’illusione ottica. Nella idea di modernità lo sviluppo aveva l’ambizione di costruire strutture fisiche e culturali durature e stabili. Nella condizione postmoderna, invece, il mutamento diventa l’unica costante. Il “cambiamento caotico” è la logica interna di una società che consuma lo spazio e il tempo con voracità autodistruttiva, dove il passato viene ridotto a un magazzino di stili da saccheggiare e il futuro cessa di essere un orizzonte di speranza per diventare una minaccia o un’estensione infinita del presente. Lo spazio vivibile, un tempo luogo della civitas e dell’incontro strutturato, si trasforma in un palinsesto di segni effimeri, centri commerciali e non-luoghi dove l’individuo sperimenta un senso di vertigine. L’ambiguità non è più un difetto di comunicazione, ma la qualità intrinseca di un ambiente che non permette più una mappatura cognitiva stabile. Tutto questo genera la seconda frammentazione, quella della Conoscenza.
Per secoli, la cultura occidentale si è retta su grandi racconti di legittimazione: il racconto dell’emancipazione del soggetto attraverso la ragione, la dialettica dello Spirito, l’incremento della ricchezza tramite il lavoro o la salvezza messianica. Questi schemi, oggi ovunque in crisi, fornivano una cornice di senso entro cui ogni evento trovava una spiegazione e ogni progresso scientifico una giustificazione etica o politica. Il sapere, non importa se legato a reale o inventato, diventa una merce informativa circolante in reti globali, dove la legittimazione è puramente locale e provvisoria. La seconda Frammentazione ha portato alla perdita delle metanarrazioni, il crollo strutturale di quei “grandi racconti” che per secoli hanno fornito la cornice di senso entro cui la cultura occidentale si è retta e ha giustificato la sua stessa evoluzione. Non importa quali, se il racconto dell’emancipazione del soggetto attraverso la ragione (l’Illuminismo), la dialettica dello Spirito come progresso inesorabile verso l’Assoluto (l’idealismo hegeliano), l’incremento della ricchezza e del benessere tramite il lavoro e il libero mercato (il capitalismo e il liberalismo) o la salvezza messianica e la giustizia finale (le narrazioni escatologiche religiose o politiche, come il marxismo). Ognuno, nel bene e nel male forniva un telaio interpretativo di guida. La scienza, ad esempio, non era solo accumulo di dati, ma un passo verso l’emancipazione umana; l’economia, non solo scambio di merci, ma il veicolo del progresso sociale. Con il venir meno di questa fiducia nelle metanarrazioni, forse fallimentari a causa delle atrocità storiche che esse non hanno saputo prevenire o che hanno addirittura giustificato (Auschwitz, i Gulag), o per la disillusione generata dall’iper-specializzazione e frammentazione del sapere tecnico-scientifico, la società oggi si trova in un vuoto di senso. In questo scenario di decostruzione e frammentazione, il neo-druidismo emerge come una possibile, seppur complessa risposta. Esso può rappresentare un tentativo di Ricostruire una “metanarrazione ecologica”: Laddove i grandi racconti occidentali fallivano nel connettere l’essere umano all’ambiente naturale, il neo-druidismo propone una narrazione che pone al centro l’interconnessione profonda con la Terra, il ciclo delle stagioni, e la sacralità del mondo naturale. Si oppone all’antropocentrismo estrattivo e razionalista che ha dominato la modernità. Ritrovare una legittimazione etica al di fuori della razionalità strumentale: Offrendo una via d’accesso a valori (cura, armonia, equilibrio) non derivati dalla logica ma da un’esperienza immediata e mistica del cosmo. Fornire un senso di appartenenza e comunità: In un mondo atomizzato, le pratiche druidiche (riti, celebrazioni stagionali) offrono un locus di aggregazione e un linguaggio simbolico condiviso che ricollega gli individui a una storia pre-moderna e a un futuro orientato alla sostenibilità, agendo come una “ricostruzione” di piccoli racconti locali e significativi.
Le prime due frammentazioni generano un’ultima ancora più terribile. Se Materia e conoscenza si frammentano e le grandi verità tramontano, il riflesso interno di questo processo colpisce inevitabilmente l’identità umana. Nella condizione postmoderna, il soggetto è “frammentato”. L’identità non è più un dato biologico o una conquista spirituale definitiva, ma un processo di identificazione continua e mutevole. Le appartenenze di classe, genere, nazione e religione si sovrappongono e si contraddicono, si indossano come abiti a seconda del contesto sociale o digitale in cui ci si trova. Questo nomadismo psichico genera, da un lato, una nuova libertà dai vincoli della tradizione, ma dall’altro produce un senso di ansia e di precarietà ontologica. L’individuo postmoderno è un collezionista di esperienze, un viaggiatore senza bussola in un mare di stimoli contraddittori. Siamo immersi in una fase liquida dove le narrazioni unificanti hanno ceduto il passo a un woke onnicomprensivo, spesso eccentrico, frammentato e talvolta superficiale, che, pur criticando le vecchie egemonie, fatica a offrire un terreno comune e stabile. Da cui una nuova risposta ritrovata nelle antiche pieghe, il neodruidismo come stabilità radicale che non si basa su dogmi artificiali o istituzioni umane transitorie, ma affonda le radici in archetipi universali e nelle connessioni primordiali con la natura, il cosmo e il ciclo ininterrotto della vita e che ha come obiettivo non la “conoscenza dell’Io” ma una “conoscenza dell’appartenenza“. Nel neodruidismo, l’individuo ritrova la propria identità non nel nucleo cartesiano isolato, ma nella rete di relazioni (familiari, comunitarie, e soprattutto ecologiche) che lo definiscono, trasformando l’esistenza da una lotta per il controllo a una celebrazione dell’interconnessione. In questo senso, la pratica neodruidica deve offrire una risposta contemporanea e significativa alla crisi identitaria e ambientale della tarda modernità.
Se dunque molti studiosi oggi parlano di un soggetto postmoderno ridotto a un insieme di maschere fugaci e contraddittorie, il neo-druidismo contemporaneo deve intervenire proponendo uno spostamento del baricentro identitario. Se l’identità postmoderna è fugace perché proiettata in un futuro ansioso o in un passato simulato, il neo-druidismo contemporaneo ancora il soggetto al “qui e ora”: io non sono solo un lavoratore o un consumatore, ma sono terra, sono acqua, sono il respiro del bosco. Se la postmodernità ha reso ogni luogo intercambiabile (i non-luoghi di Marc Augé), il neodruidismo risponde con il concetto di Genius Loci. Risolvere la crisi significa tornare ad ascoltare la voce specifica di un territorio, difenderne la biodiversità non solo per ragioni ecologiche, ma per una necessità spirituale di radicamento. Come già detto in altri miei scritti lo spazio non deve più essere una risorsa da sfruttare o al meglio da preservare per il futuro degli Uomini, ma un tempio senza pareti. Se il Neo-druidismo non diviene risposta alla “angoscia e all’ambiguità” del mondo contemporaneo e non raccoglie la sfida per costruire una realtà in cui l’essere umano non è più un atomo isolato, ma parte di una “rete di relazioni” tra vari livelli di esistenza, esso ha fallito la missione dei Padri che, nella crisi della rivoluzione Industriale, riaffermarono la circolarità del mito fondante, permettendo di nuovo alla comunità di rigenerare continuamente la propria forza vitale.





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