di Andrea Romanazzi
Francavilla in Sinni è un piccolo comune della Basilicata, situato ai piedi del Massiccio del Pollino, un’area ricca di storia e di fascino naturale.
Francavilla è nota per la sua Certosa di San Nicola, costruita nel 1395 dal conte Venceslao di Chiaromonte, in onore del Santo di Bari, ma successivamente abbandonata a causa delle difficili condizioni ambientali. Si dice che la Certosa fu la terza per importanza dopo quelle di Padula e Serra di Bruno, e che venne arricchita da donazioni del principe Sanseverino. Oltre alla Certosa, Francavilla offre ai suoi visitatori un ambiente naturale spettacolare, con i suoi sentieri escursionistici che si snodano lungo i pendii del Pollino. Era qui che si annidavano criminali e briganti, un luogo in cui si sono tramandate storie di resistenza, ribellione e libertà.
Il Santo Eremita del Pollino
Il primo racconto che vi proponiamo è quello di san Giovanni da Caramola, morto nel 1338 nel monastero di Santa Maria del Sagittario. L’epoca in cui visse era caratterizzata da profondi cambiamenti e incertezze. Il fiume Sinni, oggi conosciuto per il suo corso spesso irregolare, all’epoca era navigabile e rappresentava una via di comunicazione cruciale per i commerci e gli spostamenti; lo stesso geografo arabo Edrisi ricordava come “nel fiume Sinni entrano le navi, esso offre sicuro ancoraggio”, sottolineando l’importanza strategica di questa via fluviale. Il territorio attraversato dal Sinni era alimentato anche dal Serrapotamo, che scorreva dai monti di Carbone, passando tra i paesi di Calvera e Castronuovo, e infine si univa al Sinni, nei pressi di Senise. Questo intricato sistema di fiumi costituiva non solo una risorsa naturale, ma anche una via di fuga e rifugio per banditi e ribelli, che utilizzavano i fitti boschi e le acque nascoste per sfuggire alle autorità. in questo contesto incontriamo Giovanni da Caramola, conosciuto come il santo eremita, figura di grande rilievo nella storia spirituale del Sud Italia, in particolare nel territorio della Basilicata. Nato in una famiglia umile alla fine del XIII secolo, Giovanni scelse fin da giovane una vita di solitudine e preghiera. Attratto dalla pace e dal silenzio delle montagne lucane, si ritirò in eremitaggio, dedicandosi completamente alla meditazione, alla penitenza e all’aiuto dei bisognosi che popolavano quelle terre. La scelta di Giovanni di abbandonare la vita mondana per rifugiarsi tra i monti non era insolita per l’epoca. Il movimento eremitico, diffuso in tutta Europa, trovava proprio in zone remote e selvagge un terreno fertile per coloro che desideravano allontanarsi dalle tentazioni del mondo e vivere più vicini a Dio. Le montagne intorno a Francavilla in Sinni, con i loro boschi fitti e l’asprezza del territorio, erano il luogo ideale per Giovanni, che desiderava una vita di silenzio e contemplazione.
I Luoghi del Santo Giovanni da CaramolaI luoghi legati alla vita di Giovanni da Caramola riflettono perfettamente lo spirito di umiltà, solitudine e contemplazione che caratterizzò l’esistenza del santo eremita. Immersi nella natura selvaggia e incontaminata del Sud Italia, questi eremi rappresentano non solo rifugi spirituali, ma anche simboli tangibili della sua ricerca di una vita dedicata interamente a Dio. Dalle rive del fiume Sinni, con l’isolato Eremo di San Saba, ai pendii scoscesi del Sagittario e infine alle cime impervie del Monte Caramola, ciascun luogo racconta un capitolo della vita di Giovanni, un percorso di fede e rinuncia che lo condusse sempre più lontano dal mondo e più vicino alla divinità. Il primo sito è l’Eremo di San Saba, sulla riva sinistra del fiume Sinni, in una località oggi denominata “Cella dell’eremita”, nel territorio di Fardella. Questa zona, facilmente visibile dalla Strada Statale 653 della Valle del Sinni, è caratterizzata da un isolotto piramidale nel letto del fiume. Fino al 1660, l’isolotto era collegato alla terraferma. Giovanni da Caramola si stabilì in quest’eremo, in un pianoro a nord dell’isolotto, dove esistono ancora oggi un pozzo d’acqua e una piccola grotta scavata nella roccia, segni della vita semplice e ritirata che conduceva. Dopo aver abbandonato l’Eremo di San Saba, Giovanni si spostò in un luogo ancora più isolato, nella zona del Sagittario, un’area solitaria e scoscesa ai confini del territorio di Chiaromonte. Questo eremo, noto anche come “Romitorio del Beato Giovanni“, si trova vicino al torrente Frida, a sud del monastero cistercense di Santa Maria del Sagittario, in un luogo chiamato “le celle”. La struttura dell’eremo era molto semplice e composta da due piccoli vani rettangolari collegati da un corridoio. I materiali utilizzati per la costruzione erano umili, provenienti dai dintorni, riflettendo i principi di povertà e austerità della vita eremitica. Il primo vano, sulla sinistra dell’ingresso, conserva ancora tracce di una volta a botte e contiene un blocco di roccia, tradizionalmente considerato il giaciglio del santo. Durante la sua permanenza in quest’eremo, Giovanni venne avvicinato da Margherita Chiaromonte, moglie di Giacomo Sanseverino, conte di Tricarico, la quale si rivolse a lui per chiedere il dono della maternità, temendo di non poter avere figli. Giovanni la rassicurò con la sua fede, profetizzando che avrebbe avuto numerosa prole, un evento che aumentò ulteriormente la sua fama di santità. Infine, per sfuggire alla crescente folla di fedeli che lo cercavano, Giovanni si ritirò in luoghi ancora più reconditi, trovando dimora definitiva sul monte Caramola, che gli diede il suo appellativo. Qui, in un ambiente solitario e isolato, si costruì una cella in una semicaverna rivolta a settentrione, dove visse praticando una povertà estrema. La natura aspra e selvaggia del monte Caramola, con i suoi pendii ripidi e la vegetazione fitta, offriva a Giovanni un rifugio perfetto per la sua vita eremitica, lontano da ogni disturbo. Questo monte, ormai legato indissolubilmente alla sua figura, divenne il simbolo della sua esistenza semplice e devota, immersa nella contemplazione e nella preghiera.
I luoghi legati alla vita di Giovanni da Caramola riflettono perfettamente lo spirito di umiltà, solitudine e contemplazione che caratterizzò l’esistenza del santo eremita. Immersi nella natura selvaggia e incontaminata del Sud Italia, questi eremi rappresentano non solo rifugi spirituali, ma anche simboli tangibili della sua ricerca di una vita dedicata interamente a Dio. Dalle rive del fiume Sinni, con l’isolato Eremo di San Saba, ai pendii scoscesi del Sagittario e infine alle cime impervie del Monte Caramola, ciascun luogo racconta un capitolo della vita di Giovanni, un percorso di fede e rinuncia che lo condusse sempre più lontano dal mondo e più vicino alla divinità. Il primo sito è l’Eremo di San Saba, sulla riva sinistra del fiume Sinni, in una località oggi denominata “Cella dell’eremita”, nel territorio di Fardella. Questa zona, facilmente visibile dalla Strada Statale 653 della Valle del Sinni, è caratterizzata da un isolotto piramidale nel letto del fiume. Fino al 1660, l’isolotto era collegato alla terraferma. Giovanni da Caramola si stabilì in quest’eremo, in un pianoro a nord dell’isolotto, dove esistono ancora oggi un pozzo d’acqua e una piccola grotta scavata nella roccia, segni della vita semplice e ritirata che conduceva. Dopo aver abbandonato l’Eremo di San Saba, Giovanni si spostò in un luogo ancora più isolato, nella zona del Sagittario, un’area solitaria e scoscesa ai confini del territorio di Chiaromonte. Questo eremo, noto anche come “Romitorio del Beato Giovanni“, si trova vicino al torrente Frida, a sud del monastero cistercense di Santa Maria del Sagittario, in un luogo chiamato “le celle”. La struttura dell’eremo era molto semplice e composta da due piccoli vani rettangolari collegati da un corridoio. I materiali utilizzati per la costruzione erano umili, provenienti dai dintorni, riflettendo i principi di povertà e austerità della vita eremitica. Il primo vano, sulla sinistra dell’ingresso, conserva ancora tracce di una volta a botte e contiene un blocco di roccia, tradizionalmente considerato il giaciglio del santo. Durante la sua permanenza in quest’eremo, Giovanni venne avvicinato da Margherita Chiaromonte, moglie di Giacomo Sanseverino, conte di Tricarico, la quale si rivolse a lui per chiedere il dono della maternità, temendo di non poter avere figli. Giovanni la rassicurò con la sua fede, profetizzando che avrebbe avuto numerosa prole, un evento che aumentò ulteriormente la sua fama di santità. Per sfuggire alla crescente folla di fedeli che lo cercavano, Giovanni si ritirò in luoghi ancora più reconditi, trovando dimora definitiva sul monte Caramola, che gli diede il suo appellativo. Qui, in un ambiente solitario e isolato, si costruì una cella in una semicaverna rivolta a settentrione, dove visse praticando una povertà estrema. La natura aspra e selvaggia del monte Caramola, con i suoi pendii ripidi e la vegetazione fitta, offriva a Giovanni un rifugio perfetto per la sua vita eremitica, lontano da ogni disturbo. Questo monte, ormai legato indissolubilmente alla sua figura, divenne il simbolo della sua esistenza semplice e devota, immersa nella contemplazione e nella preghiera.
Giovanni visse gli ultimi anni della sua vita nell’abbazia di santa Maria del sagittario come converso. Questo monastero, costruito secoli prima, era un rifugio spirituale per molti monaci e uomini di fede che, come Giovanni, cercavano un’esistenza di preghiera e sacrificio. Qui, Giovanni trovò una comunità di religiosi che condividevano i suoi ideali e che lo accolsero con grande rispetto. Tuttavia, Giovanni, spinto dal desiderio di vivere con ancor maggiore umiltà, decise di lasciare i comfort offerti dalla vita monastica per procurarsi da vivere lavorando come guardiano di una vigna nelle vicinanze del monastero. Questo lavoro umile e faticoso rappresentava per lui una forma di ascesi, un modo per mantenere il corpo impegnato e allo stesso tempo coltivare lo spirito. Purtroppo, la vita di Giovanni da Caramola fu interrotta tragicamente nel 1338. Alcuni ladroni, attratti dalla fama di santità del vecchio eremita e sperando che avesse con sé delle ricchezze o offerte accumulate dai fedeli, decisero di tendergli un agguato. Mentre Giovanni lavorava nei campi, venne aggredito violentemente e ucciso con brutalità. I ladroni, che speravano di sottrargli denaro, rimasero probabilmente delusi nel trovare solo gli strumenti del suo lavoro e forse pochi beni di valore. Tuttavia, la loro azione lasciò una cicatrice profonda sulla comunità locale. La sua morte fu vista come un martirio da chi lo conosceva, e presto la sua figura iniziò ad essere venerata come quella di un santo. La sua umiltà, la vita dedicata al lavoro e alla preghiera, e il sacrificio estremo in nome della fede lo resero un esempio di virtù e santità. La figura di Giovanni da Caramola rimane tutt’oggi un simbolo di fede e resistenza spirituale. La sua vita di penitenza e la sua tragica morte hanno lasciato un segno profondo nella tradizione popolare della Basilicata. Molti anni dopo la sua morte, il suo nome continua ad essere evocato nelle preghiere e nelle leggende della regione, e il monastero di Santa Maria del Sagittario è ancora oggi un luogo di pellegrinaggio per coloro che cercano di avvicinarsi alla vita ascetica e contemplativa che Giovanni rappresentava. La sua figura, emblema di santità e sacrificio, ci ricorda come anche nei luoghi più remoti e tra le difficoltà più grandi, si possa trovare la strada verso la perfezione spirituale. Giovanni da Caramola fu protagonista anche di numerosi miracoli, molti dei quali sono documentati nel libro *La vita del Beato Giovanni da Caramola*, una traduzione italiana dei testi latini conservati presso la chiesa madre di San Giovanni Battista a Chiaromonte, insieme a un prezioso messale cistercense del 1300. Si narra che, il nono giorno dopo la sua morte, alcuni parenti di Giovanni arrivarono al monastero di Santa Maria del Sagittario, spinti da una visione comune: un anziano dall’aspetto sereno, vestito come un converso dell’Ordine cistercense, apparve a ciascuno di loro durante il sonno. Questo anziano si presentò come Giovanni, il loro parente, e li esortò a recarsi al monastero del Sagittario, nella contea di Chiaromonte, per avere notizie di lui. Colpiti dalla visione, i familiari chiesero ai monaci di esumare il corpo del santo. Il 4 settembre 1339, i monaci acconsentirono ad aprire la tomba di Giovanni, e fu allora che, scavata la fossa, si diffuse un profumo intenso di fiori, riempiendo l’intera contrada. L’abate Ruggero, sebbene negò di concedere l’intero corpo ai parenti, decise di offrire loro alcune reliquie. Il resto del corpo fu riposto in un’urna cristallina e rimase miracolosamente incorrotto fino al 1660. Nel 1808 venne spostato nella chiesa madre San Giovanni Battista di Chiaromonte.





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