di Andrea Romanazzi
Nelle notti d’estate il cielo sembra immobile. Eppure, per chi conosce gli antichi racconti del Mabinogion, ogni stella continua a muoversi seguendo una storia iniziata migliaia di anni fa. Non è il cielo degli astronomi, ma quello della memoria, dove gli eroi non muoiono mai davvero e gli dèi continuano a parlare attraverso le costellazioni.
Quando l’oscurità avvolge la Murgia e la Via Lattea attraversa il firmamento come un grande fiume d’argento, il primo sguardo cade inevitabilmente verso il nord. Lì sorge un castello che nessun uomo ha mai raggiunto.
Non è costruito con pietre, ma con stelle. È il Caer Arianrhod, il Castello di Arianrhod.
Le sue mura sembrano ruotare lentamente attorno al Polo celeste, come se vegliassero sul mondo senza mai addormentarsi. È una fortezza sospesa fra la terra e il cielo, dimora della più affascinante e misteriosa tra le donne del mito gallese. Per comprendere chi fosse Arianrhod bisogna volgere lo sguardo poco più in basso, dove una figura gigantesca domina il cielo estivo. È Math fab Mathonwy, i Greci vi riconobbero Eracle, i Celti vi videro il loro re.
Math non era un guerriero invincibile, bensì un sovrano dotato di una sapienza tanto antica da sembrare magia. Governava Gwynedd con equilibrio e giustizia, conosceva gli incantesimi, parlava con i maghi e custodiva l’ordine del mondo. Tuttavia il suo potere era accompagnato da una singolare condizione. Finché non era impegnato in guerra, Math poteva riposare soltanto con il capo appoggiato sulle ginocchia di una vergine. A svolgere questo delicatissimo compito era Goewin ma due uomini, Gilfaethwy e Gwydion, fratelli e grandi maestri d’inganno, cambiarono per sempre il corso della storia. Per distrarre Math e allontanarlo dalla corte organizzarono una guerra. Durante la sua assenza Goewin fu violentata da Gilfaethwy e, quando il re tornò, il vincolo sacro era ormai spezzato. Math punì severamente i colpevoli trasformandoli più volte in animali, ma il problema rimaneva. Chi avrebbe ora sostenuto il capo del re? Fu allora che Gwydion avanzò una proposta. «Conosco una donna degna di questo compito.» Davanti a Math comparve una giovane dalla bellezza quasi irreale. I suoi capelli sembravano riflettere la luce della luna e sul capo portava una splendida corona, simbolo della sua stirpe e della sua sovranità, era Arianrhod.Il suo nome significa “Ruota d’Argento” o “Cerchio d’Argento”, richiamando il movimento delle attorno al cielo polare. Math, tuttavia, non poteva affidare un incarico tanto sacro senza esserne certo. La giovane avrebbe dovuto dimostrare la propria verginità. Secondo il rito, Arianrhod attraversò il magico bastone di Math. Ma accadde l’impossibile. Appena sfiorò il suolo, dal suo grembo caddero due bambini. Il primo si alzò immediatamente in piedi. Non pianse. Non cercò il seno della madre. Corse invece verso il mare come se una forza invisibile lo chiamasse da sempre. Le onde si aprirono davanti a lui e lo accolsero come un figlio. Da quel momento fu chiamato Dylan Eil Ton, Dylan figlio dell’Onda. Ancora oggi, nelle sere d’estate, una piccola costellazione sembra emergere dalla Via Lattea con il profilo elegante di un cetaceo. È il Delfino. Il secondo figlio ebbe invece un destino molto diverso. Era ancora così piccolo che quasi nessuno si accorse della sua presenza, soltanto Gwydion lo vide. Lo nascose rapidamente sotto il proprio mantello e lo portò via prima che Arianrhod comprendesse ciò che era accaduto. Quando Arianrhod scoprì l’inganno, il suo dolore si trasformò in collera. Gli impose tre terribili tynged, tre maledizioni che nessun mortale avrebbe potuto spezzare: Non avrebbe mai avuto un nome, non avrebbe mai impugnato armi, non avrebbe mai sposato una donna nata dalla stirpe degli uomini.
Gwydion era però il più grande mago della sua epoca. Con l’astuzia riuscì a costringere Arianrhod, senza che lei se ne accorgesse, a dare al ragazzo il nome di Llew Llaw Gyffes, “Llew dalla Mano Abile”. Ancora una volta con l’inganno ottenne che gli consegnasse le armi, infrangendo la seconda maledizione. Per l’ultima escogitò qualcosa che nessuno aveva mai tentato. Se nessuna donna poteva sposarlo, allora ne avrebbe creata una. Dalla quercia, dalla ginestra e dall’olmaria nacque Blodeuwedd, la Donna dei Fiori, tanto bella da sembrare una creatura del cielo.
Le maledizioni, però, anche quando sembrano vinte, non dimenticano. Blodeuwedd si innamorò del signore Gronw Pebr e insieme studiarono il modo di uccidere Llew. Scoprirono che l’eroe non poteva morire come gli altri uomini. Avrebbe potuto essere ferito soltanto in una situazione tanto assurda da sembrare impossibile: con un piede su un capro e l’altro sul bordo di una vasca, sotto un tetto costruito solo a metà, colpito da una lancia forgiata esclusivamente durante la celebrazione della Messa domenicale. Quando ogni condizione fu preparata, Gronw impugnò la lancia e la scagliò con tutta la forza che possedeva.
Ancora oggi quella lancia attraversa il cielo estivo. Gli astronomi la chiamano Sagitta.
La punta colpì Llew, ma non riuscì a ucciderlo. Il suo corpo si trasformò in una gigantesca aquila che, lanciando un grido disperato, si sollevò verso il cielo e andò a posarsi sulla cima di una grande quercia, dove rimase immobile, consumandosi lentamente tra la vita e la morte. Da allora continua a sorvolare il cielo estivo, ricordando che persino il destino può essere piegato dal coraggio, ma non senza attraversare il dolore.
Così, quando nelle limpide sere d’agosto il nostro sguardo percorre il firmamento, non osserviamo soltanto stelle ma la memoria degli dèi, scritta per sempre nella notte.





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