I Celti in Italia

di Andrea Romanazzi

Quando oggi si parla di popoli “Celti”, si pensa subito al nord Europa ed in particolare all’Inghilterra e all’Irlanda. In realtà lo studio delle popolazioni celtiche è molto più complesso.

Possiamo definire “Celti” quell’insieme di popoli indoeuropei che, nel periodo di massimo splendore (V-III secolo a.C.), erano stanziati in un’ampia area dell’Europa, dalle Isole britanniche fino al bacino del Danubio, oltre ad alcuni insediamenti isolati più a sud, frutto dell’espansione verso le penisole iberica, italica e anatolica (Fig.1).

La loro area di provenienza originaria è incerta. Per gli studiosi la “cultura celtica” si sarebbe sviluppata, a differenza di quello che comunemente si crede, in un’area compresa tra il Reno e le sorgenti del Danubio, insomma tra quelle terre che oggi chiamiamo Germania, Francia e Svizzera. Successivamenteuna prima migrazione li avrebbe portati da una parte verso Ungheria e Austria, e poi in Italia settentrionale e centrale. Solo all’apice della loro espansione, ovvero tra la seconda metà del IV e la prima metà del III secolo a.C., i “Celti” raggiunsero le isole britanniche, la penisola iberica e le Gallie. Per quanto caratterizzati da culti e linguaggi simili, tali popolazioni rimasero,da una parte, politicamente e culturalmente separatetra loro, mentre dall’altra si fusero con le popolazioni autoctone presenti nelle zone di conquista.

Le popolazioni celtiche nel nord-ovest italiano

Tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C., utilizzando i valichi alpini della val d’Aosta e della val di Susa,i primi “celti” raggiungono il Piemonte e di lì le ricche aree agricole del centro della Pianura Padana (Fig.2).

La zona certamente più interessata dalla cultura celtica è stata, in prima battuta, quella del nord ovest, ovvero Piemonte e valle d’Aosta. E’ il periodo in cui nascono le tribù piemontesi: i Lepontii in val d’Ossola, i Victimuli e i Salassi, nella zona della Bessa, i Libici nel vercellese, i Taurini nel basso Po, i Cotii nella val di Susa, i Caturiges nella zona nel Monginevro, gli Allobrogi nella zona della Savoia, i Veragri del Gran San Bernardo, i Medulli e i Graioceli a sud del piccolo san Bernardo (Fig.3). Ognuna di queste popolazioni eracaratterizzata da un linguaggio, una religione, uno stile di vita simile ma non uguale, da qui la difficoltà nell’approcciarsi al loro studio.Vista anche l’esiguità dello spazio, per chi volesse approfondire il tema, consiglio il saggio “Culti Pagani in Piemonte e val d’Aosta” dove si affronta diffusamente il celtismo dell’Italia del nord ovest.

Per quanto riguarda l’area ad est,lungo l’importante direttricedel Ticino,area nodale delle principali vie commerciali di Europa occidentale, si organizza un forte addensamento demografico di tribù celte.

E’oramai acclarato che la cultura di Golasecca (IX-IV secolo a.C.), che prende il nome dalla omonima località in provincia di Varese, in Lombardia, era costituita da popolazioni dilingua celtica.Successivamente l’area compresa tra il Canton Ticino, la Lombardia occidentale, la Val d’Ossola e l’alto Valleseviene occupata dai Leponzi. La loro città principale si chiamava Oscela, che i romani ribattezzeranno Oscelalepontorum, oggi nota come Domodossola. Straboneli distingue dai Comensi e dagli Insubri, in quanto a differenza di questi i primi appartenevano alle tribù alpine, come sottolineato anche da Cesare, nel De bello Gallico

“…Il Reno nasce nella regione dei Leponzi, un popolo delle Alpi, scorre vorticoso per lungo tratto nelle terre dei Nantuati, degli Elvezi, dei Sequani, dei Mediomatrici, dei Triboci e dei Treveri; poi, nei pressi dell’Oceano…”

Nonostante l’acceso dibattito, dal 1971 il francese Michel Lejeune, ha definitivamente dimostrato che la lingua leponzia è una lingua celtica parlata nelle regioni della Gallia Cisalpina fra il 700 a.C. e il 400 a.C. (Fig.4).

Lapidi con iscrizioni in alfabeto leponzio (Fig.5), dedicate ad un culto dell’Antenato, sono visibili nelMuseo del Territorio biellese a Biella, testimonianza di quella lingua celtica autoctonanota come “gallico di Italia”.

I Celti in Lombardia…

Successivamente i Celti colonizzarono l’intera Lombardia. Nella zona di Novara erano stanziati i Vertamocori, che Catone riteneva di stirpe celto-ligure, Vercelli era il capoluogo dei Libici, un ramo dei Salluvii, anche questa popolazione ligure poi “celtizzata”, mentre attorno al basso corso del Ticino abitavano i Laevi. Nel Lodigiano si trovavano Galli Boii, diffusi più ampiamente a sud del Po, gli Orobi fra Bergamo e Como mentre, sempre alle popolazioni celtiche, unite a genti autoctone, sarebbero ascrivibili gli Insubri, popolazione derivante da una migrazione, nei secoli VII e VI a.C., di tribù Celto-Galliche nell’Italia nord-occidentale

“…Mentre a Roma regnava Tarquinio Prisco, il supremo potere dei Celti era nelle mani dei Biturigi, questi mettevano a capo di tutti i Celti un re. Tale fu Ambigato, uomo assai potente per valore e ricchezza, sia propria che pubblica, perché sotto il suo governo la Gallia fu così ricca di prodotti e di uomini da sembrare che la numerosa popolazione si potesse a stento dominare. Costui, già in età avanzata, desiderando liberare il suo regno dal peso di tanta moltitudine, lasciò intendere che era disposto a mandare i nipoti Belloveso e Segoveso, figli di sua sorella, giovani animosi, in quelle sedi che gli dèi avessero indicato con gli àuguri. A Segoveso fu quindi destinata dalla sorte la Selva Ercinia, a Belloveso gli dèi indicarono una via ben più allettante, quella verso l’Italia. Quest’ultimo portò con sè il sovrappiù di quei popoli, Biturigi, Averni, Edui, Ambani, Carnuti, Aulerci. Partito con grandi forze di fanteria e cavalleria, giunse nel territorio dei Tricastini. Di là si ergeva l’ostacolo delle Alpi; e non mi meraviglio certo che esse siano apparse insuperabili, perché nessuno le aveva ancora valicate […]Ivi, mentre i Galli si trovavano come accerchiati dall’altezza dei monti e si guardavano attorno chiedendosi per quale via mai potessero, attraverso quei gioghi che toccavano il cielo, passare in un altro mondo, furono trattenuti anche da uno scrupolo religioso, perché fu riferito loro che degli stranieri in cerca di terre erano attaccati dal popolo dei Salvi. Quegli stranieri erano i Marsigliesi, venuti per mare da Focea. I Galli, ritenendo tale circostanza un presagio del loro destino, li aiutarono a fortificare, nonostante la resistenza dei Salvi, il primo luogo che essi avevano occupato al loro sbarco. Essi poi, attraverso i monti Taurini e la valle della Dora, varcarono le Alpi; sconfitti in battaglia i Tusci non lungi dal Ticino, avendo sentito dire che quello in cui si erano fermati si chiamava territorio degli Insubri, lo stesso nome di un pagus degli Edui, accogliendo l’augurio del luogo, vi fondarono una città che chiamarono Mediolanum…”.

Così Tito Livio, nel V libro della sua Storia di Roma, descrive le origini di Milano. Per quanto riguarda l’etimologia, proverrebbe da Mid-land, la città in mezzo o ancora da Mid-Lan, la città delle acque, idea non del tutto improbabile dato che il borgo si trovava in una zona ricchissima di acqua,ovvero da Medhelan, dove medhe sta per “centro” e lanon significa “santuario”, ovvero il “centro sacro”. Quest’ultimo significato potrebbe supportare il mito di fondazione. La leggenda narra che quando Belloveso giunse in queste terre, chiamò dei saggi perché consultassero gli dei e si facessero suggerire dove costruire la città. L’oracolo suggerì che sarebbe stata una scrofa semi-lanuta a segnare il luogo di fondazione del borgo. La scelta dell’animale non è per nulla casuale, infatti la scrofa bianca è animale totemico della dea celtica Belisama, la bianca signora delle acque.La descrizione del viaggio di Bellovesoe dell’oracolo, in realtà, sembra quasi essere la narrazione di uno spostamento rituale,le cui origini troviamo nelle antiche tradizioni del nomadismo indoeuropeo, che si tenevano di solito in Primavera, nei giorni prossimi a Beltane, una delle più importanti feste celtiche.

…e nell’Italia centrale

Se il nord Italia ha mantenuto un legame con la cultura celtica, meno noto è il loro influsso in Italia Centrale. E’ in tale zona che troviamo iSénoni o Galli Sénoni, popolazione celtica a stanziatasulla costa orientale dell’Italia, nell’attuale Romagna e Marche del nord. Originari della odierna regione francese corrispondente ai dipartimenti di Seine-et-Marne, Loiret e Yonne, con capitale nella città di Sens, dalla quale prenderebbero il nome, attorno al 400 a.C. (Fig.7)

attraversarono le Alpi per giungere, come detto, nei territori orientali della Romagna e in quelli settentrionali delle Marche dove fondarono Sena Gallica, oggi Senigallia, che divenne la loro capitale. Nel 391 a.C. invasero l’Etruria  eassediarono Chiusi. Guidati da Brenno, durante la battaglia di Allia nel 390 a.C., saccheggiarono Roma per la quale rimasero una minaccia costante fino a quando non furono sottomessi alla fine nel 283 a.C. Al massimo del loro splendore il loro territorio si estendeva da Forlì ad Ancona e Terni, in quell’area che fu definita Ager Gallico. Secondo alcuni studiosi arrivarono anche nel cuore dell’Umbria. In realtà c’è chi suggerisce una influenza celtica in tali territori ben antecedente ai Senoni. Dagli anni Ottanta il prof. Manlio Farinacci afferma che popolazioni ascrivibili alla cultura celtica si stanziarono nella regione.Gli indizi, secondo lo studioso, sono molteplici, come, per esempio, il tempio solare presente a Monte Spergolate, vicino Strocone. A Torre Alta è presente un osservatorio astronomico megalitico costituito da una roccia isolata, quasi a forma di Menhir, in cima alla quale era scavata una vaschetta quadrangolare tenuta sempre piena d’acqua, così da farvi specchiare le varie costellazioni. In tutta la regione sono poi presenti mura “poligonali”, come a Cesi o alla stessa Spoleto, antecedenti alla cultura romana e che potrebbero facilmente essere associate alle tecniche celtiche. Sarebbero così da attribuire agli Umru, nome di una popolazione celtica o protocelticada cui deriverebbe, appunto, il termine “Umbro”.Sempre Farinacci pone particolare attenzione al sito di Carsulae, secondo lo stesso uno dei maggiori centri proto-celti dell’Italia centrale. Abbandonata dalla popolazione per motivi ancora oggi poco noti, per Farinacci sarebbe un centro religioso delle popolazioni celtiche preromane che avrebbero occupato la zona di Terni e una vasta area umbro-sabina, come testimonierebbero anche i nodi gordiani e le croci uncinate raffigurati sui pavimenti a mosaico rinvenuto in loco. Secondo Farinacci, qui si sarebbe ritrovato un Menhir Fallico, una pietra di forma quadrangolare sovrastata da un cilindro con l’estremità superiore conica la cui funzione sarebbe quella di attrarre gli influssi celesti. In realtà di questo monumento non vi è traccia.

Qualcosa invece rimane nella linguistica. Per esempio l’articolo “Il” è pronunciato sia in ternano che in gaelico come “lu” , oppure pensiamo alla frase ” u porchellguael” che significa “il porcello è malato” in gaelico e che in ternano si pronuncia come ” luporcelluguaji” o altre similitudini, che sono asun, mul, gapr, rispettivamente l’asino, il mulo e la capra.Le idee di Farinacci sono ancora oggi considerate “eretiche” ma, a mio parere, comunque interessanti.

Druidi e Druidesse: I Sacerdoti dei Celti

Molteplici sarebbero gli aspetti del “celtismo” italico su cui soffermarsi. Da un punto di vista economico, i Celti italici praticavano abitualmente la caccia, l’allevamento, ma soprattutto, nell’area piemontese, la metallurgia e oreficeria. In particolare nell’area della Bessa, nel biellese, i Salassi erano noti come importanti cercatori d’oro. Meno nota invece è la religio ne locale ed è su questa che vogliamo soffermare l’attenzione.L’estrema suddivisione in gruppi etnici e tribù rende molto difficile un suo studio puntuale. Almeno in una fase iniziale l’approccio religioso dei celti doveva essere di tipo sciamanico. Ogni tribù doveva avere un re-sciamano, sulla stregua delle usanze dei popoli altaici. I Celti, durante le loro migrazioni verso Oriente, infatti, entrarono sicuramente in contatto con le popolazioni proto-uraliche assorbendone i sostrati magico-religiosi di stampo sciamanico. John Matthews in Taliesin: The Last CelticShaman, descrive tracce di rituali trance-estatici per raggiungere l’illuminazione attraverso l’uso di veri e propri mantra come “Dichetal do chennaib”. Per un approfondimento sul tema vi rimando al già citato “Culti Pagani in Piemonte e val d’Aosta”. Il governo della tribù doveva essere così affidato a regnanti e sacerdoti di culti fondamentalmente legati agli Antenati ovvero personaggi divinizzati o animali sacri.Successivamente la religione iniziò a strutturarsi con una casta sacerdotale, dove, nei vertici più alti, troviamo i più noti Druidi, a cui spettava l’adempimento di riti di culto comprendenti anche il sacrificio umano, l’interpretazione degli auspici, la conservazione e la trasmissione del sapere tradizionale, la presidenza delle assemblee religiose, l’arbitrato nelle controversie tra tribù e l’amministrazione della giustizia civile e criminale.I Druidi potevano anche essere delle donne, un aspetto della cultura religiosa celtica spesso dimenticata.Se infatti esaminiamo i documenti provenienti dagli storici greci e romani, leggiamo che Tacito, ad esempio, parla della presenza di druidesse durante la conquista delle isole Anglesey, nel 60 a.C. E’ poi sempre Tacito che, nel suo De Origine et situ Germanorum, narra di Veleda, una völva, ovvero una esperta nella divinazione e negli oracoli, appartenente alla tribù celtica dei Bructeri, che ispirò la  rivolta batava, guidata contro l’impero romano dal principe celta Giulio Civile.

Lo storico romano afferma che Velleda“…esercitava una vasta autorità, secondo un’antica testimonianza germanica per cui s’attribuiscono a molte donne il dono della profezia e qualità divine…”.Strabone descrive un gruppo di donne-sacerdotesse che vivevano su un’isola vicino alla Loira. Queste, chiamate Samnitae, secondo ciò che ci è narrato, non permettevano agli uomini di mettere piede sulla loro isola ma di tanto in tanto si recavano sulla terra ferma per accoppiarsi liberamente con loro. Per molti storici il termine “Samnitae” sarebbe in realtà una corruzione di “Namnitae”, ovvero donne del popolo dei Namneti, una tribù della Gallia che viveva nella zona dell’odierna Nantes. Un altro storico romano, Vobisco, nella “Historia Augusta”, descrive come Diocleziano, Alessandro Severo e Aureliano, che avessero avuto rapporti con delle druidesse. Egli infatti racconta, ad esempio, come Diocleziano avesse chiesto a queste aiuto per conoscere il futuro della sua dinastia. Continuando il nostro excursus, Pomponio Mela nel suo De Situ Orbis, parla di una misteriosa isola di Sena, nel mare britannico, sulla quale sarebbero state presenti delle sacerdotesse dedite al culto oracolare di una divinità gallica. Queste druidesse, sempre in numero di nove e vergini, chiamate Gallisenae, sarebbero state note per la loro capacità di calmare, con i loro canti, i mari in tempesta e i venti, oltre che predire il futuro.Per quanto, dunque, possiamo desumere da questi resoconti la figura femminile era fortemente presente nel druidismo storico sebbene, sembra avesse un compito differente da quello dei corrispettivi maschili, ovvero più tendente alla lettura oracolare e profetica, un po’ sulla stregua delle Sibille del mondo mediterraneo. Insomma certamente nel druidismo storico l’elemento femminile aveva grande importanza, le donne, al pari degli uomini, ricoprivano ruoli sacerdotali e d’alto rango, seppure, con una leggera differenza. Esse erano spesso profetesse, dedite alle tecniche oracolari, al dominio degli elementi naturali, insomma, ruoli un po’ più connessi al mondo del magico rispetto a quello dei corrispettivi uomini che, tra le altre cose, ricoprivano spesso ruoli istituzionali legati all’amministrazione della giustizia e della formazione religiosa. Anche in Italia troviamo una traccia di druidesse. A Malciaussia, in Piemonte, nel 1969, è stata scoperta da Mario Catalanoun singolare reperto oggi conosciuto con l’appellativo di “Druida di Malciaussìa” (Fig.8). La raffigurazione rappresenta una figura femminile, con lunga veste ed una stola cadente sul petto, tra le cui pieghe è presente il termine celtico druas.Una testimonianza, certamente di epoca tarda, che però suggerisce la presenza, anche nelle nostre terre, di un ruolo sacerdotale femminile.

Il variegato Pantheon celto-italico

Come già scritto le varie tribù adoravano gli stessi dei attribuendo loro, però, nomi differenti. Un elenco di divinità celto-italiche, non certamente esaustivo ma piuttosto approfondito cerchiamo di farlo in questo studio. Certamente il primigenio culto professato dalle popolazioni celtiche era quello dell’Antenato. Accanto a questa espressione religiosa fiorisce un nutrito pantheon di divinità legate agli aspetti naturali. Uno dei più venerati era Albiorix il dio dei monti, da Alb, è un termine ligure, Rix, è un termine celtico. Le montagne infatti erano da sempre associate al divino perché già naturalmente luoghi adatti alla venerazione. Da qui l’importanza del dio che ad esse veniva associato, come testimoniano numerose iscrizioni ritrovate e il tempio che presumibilmente doveva sorgere a Sauze d’Oulx, alle pendici del monte Genevris. Albiorix era sicuramente la divinità più venerata della zona, successivamente soppiantata da Apollo e da Pennino su tutto l’arco alpino. Le stesse Alpi Pennine, gli Appennini, i monti Penna e Pennino sarebbero dedicati a tale antica divinità celtica di origini transalpine, il cui culto fu cancellato dai romani che lo sostituirono, con un’operazione di sincretismo religioso, con quello di Giove, poi detto Pennino.

Insieme alla divinità dei monti era poi diffuso il culto di Belenos, il dio solare, divinità proto-celtica della luce, uno dei maggiori e più influenti tra gli antichi dèi europei per il quale si eseguivano sacrifici e riti collegati ai solstizi e perciò ai cicli solari dell’anno. Il nome locale, Belanu, è stato ritrovato su alcune iscrizioni scoperte nei pressi di Oulx e Bardonecchia. Adorato prima dai Liguri e poi dai Celti, Bel è una divinità connessa ad ogni aspetto della vita dell’uomo a causa proprio della sua influenza sulla stagionalità, e dunque sull’agricoltura e allevamento. Si narra che a Beleno venissero offerte delle evirazioni rituali, tanto che ancora oggi nel dialetto genovese il fallo è chiamato Belin. Una tesi diffusa fino alla metà del XX secolo afferma che i luoghi prima sacri a Belenos furono poi sincretizzati dalla religione cristiana con San Michele, così la Sacra di San Michele, in val di Susa, doveva essere precedentemente un luogo di culto di Belenos. Altra importantissima divinità era Lug o Lugoveso, dio della Luce e inventore di tutte le arti. Spesso raffigurato come un bellissimo giovane con una borsa alla cintola, era sempre accompagnato da tre animali, un gallo, simbolo della reincarnazione, una tartaruga, simbolo di longevità e da una capra, espressione della fecondità. E lui furono dedicati piccoli centri poi divenuti importanti città come Lugano nel Canton Ticino o Lugo in Lombardia.

Vi era poi Vosegus, dio dei boschi e delle selve, dio protettore dei Vosgi, nella Gallia orientale, un’area tra la Francia e la Svizzera attuale, ma cultuato anche in Piemonte. Poco noto, era personificato come uno spirito della montagna ed era probabilmente anche un dio della caccia. Era raffigurato indossando una pelle di lupo sulle spalle e con una lancia o un coltello da caccia, ed un sacchetto contenente ghiande, noci o pigne. Altra divinità dei boschi era Esus, a cui venivano sacrificate vittime appese a un albero in connessione con il dissanguamento. Questo tipo di sacrificio ribadisce il legame tra l’albero e le divinità. Per alcuni si tratta di un dio guerriero, anche a causa della sua ascia bipenne, in realtà è un dio vegetazionale. Secondo Lucano egli riceveva cultuazione in luoghi selvaggi, probabilmente proprio nei boschi. Il dio del mare, dei commerci e delle condizioni atmosferiche era invece Manannan. Si narra che in occasione del solstizio d’estate la gente offrisse delle erbe verdi adagiate su piccole piattaforme galleggianti al dio pregando affinché i viaggi per mare fossero sicuri e la pesca propizia. Si credeva inoltre che fosse dotato di poteri magici grazie ai quali sarebbe stato in grado di scoraggiare i potenziali invasori. Molteplici erano poi le divinità legate al passare del tempo. Troviamo Anextiomaro, dio del sole, protettore dalle stagioni invernali, Krodo, dio del tempo, Sucellos  della felicità ed ebbrezza. Hesus e Nemon, erano invece le divinità della guerra. Non meno importante era il culto di Dagdadevos, il primo sciamano, il dio-druida simbolo di tutti i culti megalitici. Altra interessante divinità era TincoMocco, Il cui nome “moccus” deriverebbe da “maiale” o “cinghiale”, animale che rappresentava per le popolazioni celtiche. Era un dio molto venerato dai Leponzi, popolazione stanziata nel nord del Piemonte e della Lombardia. Tracce di tale divinità le troviamo a Crevoladossola, paese del Verbano dove, oltre ad un altare preistorico detto “Sasso della Colombera” (in frazione Pinone), è presente una iscrizione a “TincoMocco” incisa nella roccia presso il luogo dove sorgeva il ponte dell’Orco, che il contemporaneo storico Don T. Bertamini ritiene di interpretare facente parte di un altare consacrato alla divinità celtica protettrice dei viaggi e dei commerci, a cui i viandanti si raccomandavano prima di affrontare l’arduo valico del Sempione. La virilità dell’uomo era invece affidata a Maponos, il giovane dio del Fallo, mentre Ogmios era dio della poesia e della scienza. Non meno importanti erano le divinità femminili. Troviamo Rosmerta, dea della ricchezza e dell’abbondanza, Nanosuelta, dea delle messi, mentre le SidhNechat erano le custodi delle acque, insieme ad Anu, la dea delle sorgenti. Il culto del focolare domestico era invece affidato a Belisama, mentre Diancecht era la protettrice della salute. Altro culto fortemente diffuso era quello delle tre Matrone, divinità femminili dalle caratteristiche non perfettamente definite ma che dovevano avere legami con il culto della Grande Madre di diffusione mediterranea. Il nome Mons Matrona, dato al Monginevro ne attesta il culto nella zona. Le celtiche Matronae, chiamate anche Dervonnae, sarebbero  l’incarnazione della maternità, esseri divini associati alla prosperità ed al benessere. Nelle figurazioni non compaiono mai sole, ma sempre in gruppo. Formano quasi sempre una triade, spesso sedute e/o accompagnate da simboli di fertilità come i bambini, frutta o pani. Per alcuni studiosi la loro raffigurazione era il “Filetto”, ovvero i tre rettangoli incisi, uno nell’altro, diffusissimi in tutto l’arco alpino. Esse rappresentano un complesso insieme di forze positive ornate di spighe e frutti a simbolo di una perenne fruttuosità. Alle Matrone si ispirano anche i culti femminili centro italici la maggior parte dei quali sono ricordati nelle Tavole eugubine. Ecco così che Cerfo, dea delle acque, si unisce a Cupra, ovvero Cuprasmatresplestinas, citata anche come “CubrarMatrer”. In realtà non è facile, per l’area umbro-emiliana, definire con certezza le divinità autoctone da quelle più celte, tra le ultime si potrebbe ascrivere Hondo. Insomma il celtismo “italico”, lungi da essere una espressione di “nicchia”, merita uno studio molto più approfondito.

Insomma il celtismo “italico”, lungi da essere una espressione di “nicchia”, merita uno studio molto più approfondito.

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