di Andrea Romanazzi

Quando arriva Natale, in tutte le case italiane si allestisce il presepe, mistico simbolo di religiosità popolare. Ma da dove trae davvero origine questa tradizione? Se vi dicessi che molti degli elementi presenti provengono dai Vangeli che definiamo apocrifi, piuttosto che da quelli canonici? Vale la pena approfondire.

Il praesaepe, cioè la mangiatoia, viene allestito per la prima volta da san Francesco d’Assisi nel 1223, a Greccio, con l’intento di rappresentare in modo vivo e immediato la Natività. Gli elementi che ormai consideriamo caratteristici sono noti a tutti: la grotta in cui nacque il Cristo, il bue e l’asinello, i pastori accorsi per primi alla lieta notizia e, infine, i Re Magi in cammino verso Betlemme.

Eppure, di molti di questi simboli non vi è traccia nei Vangeli canonici. Questo apre un interrogativo affascinante: qual è la loro vera origine? I Vangeli riconosciuti dalla Chiesa, infatti, parlano molto poco dell’infanzia del Cristo, lasciando ampie zone d’ombra che la tradizione popolare, la devozione e soprattutto gli apocrifi hanno colmato nei secoli.

Luca racconta che Giuseppe, insieme con Maria sua sposa, si recò a Betlemme per il censimento voluto da Augusto. Nel testo leggiamo: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo».

Si parla dunque di una mangiatoia, ma nulla di tutto il resto compare nei Vangeli canonici. Per ricostruire il nostro “presepe”, bisogna allora rivolgersi agli Apocrifi. Il termine, oggi spesso associato all’idea di “eretico”, designa in realtà gli scritti che la Chiesa non ha ritenuto “autentici”. Ma la questione dell’autenticità è complessa: quali Vangeli sono autentici, e chi lo stabilisce?

Alcuni studiosi ipotizzano che tutti i Vangeli derivino da un unico testo primitivo, ribattezzato Ur Markus, che però non ci è mai pervenuto e che probabilmente non è mai esistito. Risulta molto più plausibile che i vari scritti siano stati composti, tra il I e il II secolo d.C., all’interno delle diverse comunità cristiane. La maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che la redazione definitiva dei Vangeli — canonici e apocrifi — fosse già compiuta entro gli anni 70-90 del I secolo. Fu soltanto in seguito che i Padri della Chiesa iniziarono a distinguere i testi più diffusi e più comprensibili per il popolo, definendo canonici i quattro Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Tutti gli altri rimasero fuori dal canone e vennero chiamati Apocrifi.

Alcuni di questi testi sembrano conservare un insegnamento più esoterico attribuito a Gesù, destinato ai soli iniziati: il Vangelo degli Egiziani, quello di Mattia, il Vangelo di Maria Maddalena, l’Apocrifo di Giovanni, il Vangelo di Tommaso. Altri, invece, colmano le lacune presenti nei Vangeli canonici, in particolare il periodo dell’infanzia del Cristo. Tra questi, il Protovangelo di Giacomo. Il prefisso “proto”, assegnato dall’umanista Guglielmo Postel nel Cinquecento, nasce dal fraintendimento che fosse il più antico dei Vangeli. E’ in questo testo che troviamo i particolari della nascita del Cristo.

«Trovò quivi una grotta: ve la condusse, lasciò presso di lei i suoi figli e uscì a cercare un’ostetrica ebrea nella regione di Betlemme…». Il riferimento alla grotta ritorna anche nel Vangelo dello Pseudo-Matteo, dove si racconta che un angelo ordinò a Maria «di scendere dalla bestia e di entrare in una grotta sotterranea dove non era mai stata luce, ma sempre tenebre, perché non riceveva il lume del giorno. Ma all’ingresso di Maria tutta la grotta cominciò a splendere come il sole».

Un altro elemento straordinario, presente soltanto negli Apocrifi, è quello che potremmo definire “l’eruzione del tempo senza tempo”: il miracolo per cui, al momento della nascita, il tempo si ferma. Nel Protovangelo leggiamo: «Io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell’aria e vidi l’aria colpita da stupore; guardai la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un vaso giacente e degli operai coricati con le mani nel vaso… quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano il cibo non lo alzavano dal vaso, quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano… il pastore alzò la mano per percuotere le pecore, ma la sua mano rimase nell’aria. Guardai la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull’acqua, ma non bevevano. Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso».

Questo tema del tempo sospeso, che a prima vista può sembrare un semplice artificio narrativo, nasconde invece la distinzione tra il tempo terreno e il tempo sacro. Nel cristianesimo il tempo diventa lineare — con un inizio e una fine per l’uomo — ma rimane sospeso e infinito per la divinità. Un’idea presente anche nell’Apocrifo di Giovanni, dove leggiamo: «Vidi nella luce starmi di fronte un fanciullo, tuttavia allorché lo guardavo aveva l’aspetto di un vecchio, ma cambiò di nuovo forma divenendo come una donna davanti a me… una unità dalle molte forme… Egli mi disse: “Io sono colui che è con voi in ogni tempo. Io sono il Padre, io sono la Madre, io sono il Figlio…”».

Anche per ritrovare il riferimento al bue e all’asinello dobbiamo tornare al Vangelo dello Pseudo-Matteo: «Tre giorni dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, la beatissima Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla; depose il bambino in una mangiatoia, ove il bue e l’asino l’adorarono». Seguono poi le citazioni dai profeti Isaia e Abacuc che giustificano la presenza dei due animali.

Le interpretazioni sul loro significato sono molte: secondo San Girolamo, bue e asino rappresentano rispettivamente l’Antico e il Nuovo Testamento; per altri sono il Buon Ladrone e il cattivo; per altri ancora il bue incarna il positivo e l’asino il negativo, quest’ultimo poi “dominato” dal Cristo nel suo ingresso in Gerusalemme la Domenica delle Palme. Non dimentichiamo però che l’asino, agli occhi dei cristiani dei primi secoli, portava un retaggio pagano: era infatti legato ai culti dionisiaci, cavalcatura di Dioniso e dei sileni, ed evocato in numerosi miti.

Anche la figura dei Re Magi ha, per quanto riguarda dettagli e nomi, origine apocrifa.

Nei Vangeli canonici solo Matteo li cita, senza indicarne numero né identità, limitandosi al racconto dell’incontro con Erode e alla stella cometa. Nel Vangelo dello Pseudo-Matteo troviamo i doni («ciascuno offrì una moneta d’oro… uno oro, uno incenso, il terzo mirra»), mentre i nomi Melchiorre, Baldassarre e Gaspare compaiono nel raro Vangelo armeno dell’infanzia. Qui leggiamo che un angelo «si recò nel paese dei Persiani per avvertire i Re Magi… guidati da una stella per nove mesi…». Il testo specifica anche che i Magi erano tre fratelli: Melkor, re dei Persiani; Balthasar, re degli Indiani; Gaspar, sovrano degli Arabi.

Possiamo citare, infine, la discussa ma preziosa Cronaca di Zuqnin, in siriaco, molto posteriore ai Vangeli, ma ricchissima di particolari simbolici: «I Magi videro qualcosa simile a una colonna di luce ineffabile… e al di sopra una stella la cui luce era molto maggiore del sole…». Troviamo qui il tema della luce, cardine del simbolismo natalizio, derivato in larga parte dallo zoroastrismo e dal mazdeismo.

L’ultima figura, non presente nel presepe ma ben nota alla tradizione popolare, è la levatrice incredula che vuole verificare la verginità di Maria: introduce il dito nella vagina della Madonna, si ustiona la mano e viene guarita da un angelo. Un episodio narrato anch’esso negli Apocrifi.

In definitiva, sembrerebbe proprio che il presepe, così come lo conosciamo e lo allestiamo ogni Natale, affondi quasi tutte le sue radici negli scritti apocrifi, più che nei Vangeli canonici.

Una replica a “Natale (parte 2): I Simboli del Solstizio di Inverno – i Vangeli apocrifi e il Presepe”

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