di Andrea Romanazzi

Quando si parla di Piemonte e Valle d’Aosta e delle loro popolazioni, il pensiero corre immediatamente ai Celti. Tuttavia, l’area alpina era certamente abitata già 100.000 anni fa da piccoli gruppi autoctoni di cacciatori-raccoglitori che cominciarono a stabilirsi in alta montagna, in zone ricche di selvaggina come cervi, stambecchi, tassi e marmotte. Il seguente approfondimento alla scoperta delle radici celtiche e pre-celtiche dell’area vuole seguire le orme dei primi Antenati, coloro che, divinizzati, sono diventati i “Selvadeghi”. Questo tour virtuale attraverso il territorio prende il via dalla Val di Susa, nello specifico dal bosco di Borgone, dove si nasconde “Maometto”.

Si tratta fisicamente di un bassorilievo scolpito sulla parete rocciosa che ritrae una figura umana e che tradizione popolare identifica appunto con il Profeta, un’attribuzione piuttosto singolare, considerando non solo l’area geografica, ma, tra l’altro che la fede musulmana vieta la raffigurazione degli idoli religiosi. È probabile che nel Medioevo il termine “Moro” o “Saraceno” fosse usato in modo confuso per indicare genericamente anche i “Pagani” del Nord Europa che, a partire dal IX secolo, iniziarono a invadere i territori alpini risalendo i fiumi anziché il mare. Tornando al Maometto, la comune ricerca archeologica lo lega alla figura di Giove Dolicheno, una divinità venerata dai contingenti mercenari romani nel I e II secolo d.C. provenienti da Doliche, in Siria. Una interpretazione che “scomoda” antiche divinità lontane è però sempre poco convincente.  Stessa cosa dicasi i vari cippi e raffigurazioni presenti nei museo del territorio biellese e torinese che, secondo gli archeologi, sarebbero dedicate a Dioniso. Molto più probabilmente dietro tali raffigurazioni vi è una figura ancora più atavica ed ancestrale. Chi è l’òmsërvaj o Uomo Selvatico?  “Facea sovente pe’ boschi soggiorno Inculto sempre rigido in aspetto E l’volto difendea dal solar raggio Con ghirlanda di pino o verde faggio”. Così lo descriveva Poliziano. Nel folklore popolare egli è presentato come un individuo ricoperto da un folto pelo e maestro dell’arte casearia e dell’allevamento. In alcune leggende egli sarebbe  il primo abitatore e colonizzatore delle Alpi nonchè l’iniziatore dell’attività alpestre, colui che avrebbe insegnato agli uomini a fare il burro e il formaggio, a raccogliere e lavorare il legno, a produrre il miele e far fruttare le miniere. Per Propp il Selvadego è “il genio del bosco”, colui che veste di foglie, pelli e cortecce.  Nella Val Guichard, una valle laterale che si trova in Val Pellice salendo verso Bobbio si racconta che un tempo, in una grotta in mezzo al bosco dei Berna, vivesse una specie di eremita, basso, peloso e forte come venti uomini noto come “Lou Sarvagge” che, catturato dai pastori locali grazie ai suggerimenti di una strega, avrebbe loro svelato i suoi segreti nell’arte casearia.  A Rueglio, località canavesana, si narra  della figura dell’Urciat, un uomo selvaggio detentore di tecniche agricole nonché dell’arte casearia e dell’allevamento. A Bele, nel biellese, esisterebbe proprio la grotta dove dimorava l’Om Salvei, e un’altra grotta da lui abitata si trova non lontano dal Lago della Vecchia nella valle d’Andorno. Stesse tradizioni le troviamo nel biellese. A Zubiena si trova una caverna abitata da un burbero solitario che consigliava ai margari le tecniche per la produzione delle tome anche attraverso l’utilizzo di erbe locali fino a quando un ubriaco, per errore diede fuoco alla sua barba facendolo fuggire. Insomma, per tornare al nostro “Maometto”, senza esitazione si può affermare che non sia altro che ancora una volta la raffigurazione del Silvano e che dimostra la sua atavicità. L’uomo selvatico però non è solo espressione di culti e leggende pagane. Ad Aosta troviamo il Selvadego nelle forme cristianizzate di San Grato, protettore dei campi e invocato per favorire l’agricoltura, domare e rendere inermi gli animali nocivi o di sant’Orso tradizionalmente raffigurato proprio come un uomo ricoperto di peli.

Dopo infatti inutili tentativi da parte della Chiesa di una rieducazione della gens pagana, è sant’Agostino a suggerire la nuova via: “I boschi sacri sono come i gentili, non vogliamo sterminarli, li convertiamo, li cambiamo. Allo stesso modo, non tagliamo i boschi sacri, facciamo di meglio: li consacriamo a Gesù Cristo”. il Selvadego quindi si trasforma o è sostituito, in alcune tradizioni popolari, da alcuni santi, come appunto Orso di Aosta, una delle figure più amate della tradizione popolare alpina, la cui memoria si celebra, non a caso il 1° febbraio. Sebbene sia un santo cristiano, la sua figura è profondamente intrecciata a miti arcaici e leggende legate alla natura e al “Selvatico” e alla figura dell’animale da  cui prende il nome il cuirisveglio, secondo le tradizioni popolari, avverrebbe proprio alla Candelora, momento in cui uscirebbe dal letargo per valutare il meteo. Se è bel tempo, rientra nella tana (l’inverno durerà altri 40 giorni); se è brutto, esce (la primavera è vicina).  Un proverbio piemontese recita: “se l’ouers fai sechasoun ni, per carantogiouern a sort papì”, ovvero, se l’orso fa asciugare il suo giaciglio (cosa che starebbe a indicare tempo bello per quel giorno) per quaranta giorni non esce più. Un altro recita “Se l’ors a la Siriola la paia al fa soà ant l’invern tornom a antrà” ovvero se l’orso alla Candelora fa saltare la paglia si rientra nell’inverno. In Val di Susa si dice “Se feit cllier lo dzor de saint Ors, l’ors baille lo tor et dor pe quarenta dzor” e cioè “Se fa bel tempo il giorno di sant’Orso l’orso si gira, cioè rivolta il pagliericcio su cui dorme, e ricade in letargo: l’inverno durerà ancora quaranta giorni”. Il Tema del Selvatico-Orso lo ritroviamo anche nei carnevali alpini. La figura dell’orso, intesa come incarnazione pagana del risveglio della natura e simbolo di fertilità e transizione stagionale, è al centro di affascinanti e antiche celebrazioni in diverse località del Piemonte. Un esempio emblematico è riscontrabile in Val di Susa, precisamente a Urbiano, dove la tradizione prende vita con la rappresentazione nota come “Fora l’Ours!” (Fuori l’Orso!), mentre in Valle Gesso, a Valdieri, si svolge il rito dell’Orso di Segale.  In tempi più remoti nei giorni di festa un vero orso era portato in giro da un montanaro/domatore che andava da un paese all’altro facendo ballare l’orso nelle piazze. In seguito questo uso scomparve e in alcuni paesi, per mantenere la tradizione, l’orso fu sostituito da una persona appositamente mascherata che ripeteva la stessa pantomima. in altri carnevali alpini come a Rueglio o Rialmosso, l’orso è antropomorfizzato nella figura del Zanni, il contadino ignorante e povero, ma allo stesso tempo depositario dei segreti della natura. Divinità pagana, Animale sacro, Santo, Contadino ma anche Donna. Fin dal Paleolitico la Divinità aveva sembianze femminili, nei territori alpini era la Potnia Theron, ovvero la Signora degli Animali, una divinità del tipo di Artemide “signora della fauna”, poi divenute nel folklore locale Salvarie, ossia donne del bosco, costrette a vivere nelle grotte, tra le rocce, perché gli uomini le avevano cacciate dalle loro terre”. Ancora fino al secolo scorso, un’usanza popolare profondamente radicata, specialmente tra le donne che desideravano ardentemente la maternità ma non riuscivano ad avere figli, era quella di recarsi nei boschi più fitti e incontaminati. Qui, seguendo un antico rituale, esse dovevano abbracciare la prima quercia secolare che incontravano, considerata un simbolo di forza, longevità e fertilità, e invocare la Selvatica. Con l’avvento e la diffusione del Cristianesimo, come accadde per molte altre figure divine pre-cristiane, la Selvatica subì un processo di sincretismo religioso e fu trasformata in una Santa: Maria Maddalena. Tuttavia, nell’area alpina, la sua iconografia assunse caratteristiche del tutto peculiari che la distinguono dalle rappresentazioni più comuni. In queste valli, ella è così spesso raffigurata avvolta interamente fin quasi ai piedi, dai suoi lunghi capelli, un elemento che rimanda potentemente alla figura della Selvatica e al suo legame indissolubile con la natura primordiale.

Il culto di Santa Maria Maddalena, con queste sue specifiche connotazioni che mescolano sacro e pagano, è particolarmente vivo e diffuso in tutta l’area della Valle di Lys e della valle di Ayas.

Queste valli, incastonate nel cuore delle Alpi, costituiscono gli antichi territori storicamente occupati da popolazioni di origine celto-ligure, come gli Allobrogi e i Salassi. La persistenza e la particolare intensità di questo culto in queste zone testimoniano la forte continuità tra le antiche credenze pagane, legate al culto degli alberi e delle divinità silvane e la successiva devozione cristiana, creando un ricco e affascinante palinsesto culturale e religioso. Leggende, culti e riti che, tuttavia, possono trarre origine dalla mitizzazione della figura dell’Antenato. Recandosi al Museo del Territorio Biellese, situato nella città di Biella, è possibile osservare in una teca espositiva un reperto di notevole interesse etnografico: il vascapum o guascapo. Si tratta di un particolare tipo di mantello, utilizzato dai pastori alpini sin da tempi immemori, la cui peculiarità risiede nel materiale di confezione, ovvero fibre vegetali e, in particolare, la vascapina.

A un’analisi più approfondita, emerge un ulteriore e affascinante spunto etimologico. Il prefisso ‘vasc-‘ richiamerebbe il termine germanico wass, che significa “acqua”. Questa associazione non è casuale: il vascapum, o guascapo, non era un semplice indumento, ma un mantello intrinsecamente impermeabile, essenziale per i pastori che dovevano affrontare le rigide e mutevoli condizioni climatiche delle Alpi. La sua funzione era quella di offrire un riparo efficace e duraturo dalle intemperie, in particolare dalla pioggia e dalla neve. Questa realtà oggettiva e funzionale apre la strada a un’ipotesi interpretativa profondamente intrigante, che getta nuova luce su alcune delle figure leggendarie più radicate nel folclore alpino. Potrebbe darsi che figure come la “Maddalena alpina” o l’”Uomo Selvatico” non siano altro che l’espressione, l’esito narrativo, della mitizzazione degli Antenati, i primi pastori e abitanti di queste montagne. In quest’ottica, i tratti distintivi di queste figure, come la folta peluria o la lunga capigliatura potrebbero essere una trasposizione simbolica e leggendaria del già menzionato vascapum. Un pastore, avvolto nel buio, si muove tra i pascoli, il corpo quasi interamente celato e ingigantito dal folto del suo mantello di vascapina, una figura quasi selvatica, un essere coperto di pelo o di rami, che si confondeva con l’ambiente ostile. Questo Antico, vestito di “selvatichezza”, divenne inevitabilmente il “selvaggio” agli occhi degli abitanti dei villaggi, coloro che vivevano nella relativa comodità della valle ma anche il portatore di un sapere inestimabile: l’arte casearia della montagna, le tecniche ancestrali di conservazione degli alimenti, i segreti della lavorazione del miele e l’abilità di sopravvivere in un ambiente implacabile. Forse in questa ipotesi interpretativa, che riconduce il mito a una radice materiale e funzionale, si cela una minore sacralità in senso stretto, tuttavia, vi si rivela una quantità incommensurabile di quella che potremmo definire la vera “Magia alpina”: una magia fatta di resilienza, di profondo rispetto per la natura e di un sapere tramandato di generazione in generazione, dove l’indumento non è solo riparo, ma il simbolo stesso di un’epopea, il vessillo mitico dell’Antenato che ha saputo domare e comprendere il cuore selvaggio della montagna.

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