di Andrea Romanazzi
La cittadina di Moonlight, nella quale si sviluppa la leggenda del gigante che custodisce nel ventre le gemme verdi dell’immortalità, richiama inevitabilmente Innsmouth, l’inquietante località costiera immaginata da Howard Phillips Lovecraft nel racconto L’ombra su Innsmouth, scritto nel 1931.
Non si tratta semplicemente di una somiglianza geografica. Entrambe le località sono associate al mare, ai segreti di un passato remoto e alla presenza di esseri che sembrano sfuggire alle comuni leggi della natura.
Nella Innsmouth lovecraftiana, gli abitanti hanno stretto un antico patto con i Deep Ones, creature anfibie provenienti dagli abissi, ottenendo ricchezze e la prospettiva di un’esistenza praticamente immortale. Il prezzo di questo privilegio è però una trasformazione progressiva, attraverso la quale gli esseri umani perdono la propria identità per assumere le caratteristiche delle creature marine.
A Moonlight, il mistero dell’immortalità si concentra invece nelle gemme verdi custodite nel ventre di un gigante primordiale, destinato a diventare scoglio.
Il parallelismo è particolarmente significativo: in entrambi i racconti il mare custodisce il segreto di una vita che supera i limiti dell’esistenza umana. Ma tale conquista è indissolubilmente connessa alla mostruosità e alla metamorfosi.
La cittadina costiera diventa così il luogo di incontro tra due mondi: quello ordinario degli uomini e quello arcaico delle creature marine. Moonlight può dunque essere letta come una moderna Innsmouth dylaniata, nella quale il folklore del gigante pietrificato incontra l’orrore cosmico di Lovecraft.
In entrambi i casi, l’immortalità non rappresenta necessariamente una liberazione dalla morte, ma il rischio di perdere per sempre la propria natura.
Il mare come custode di un passato dimenticato
Per comprendere la profondità di questo parallelismo è necessario considerare il ruolo che il mare assume nell’universo letterario di Lovecraft. Non si tratta semplicemente di un ambiente geografico, né di uno scenario funzionale alla costruzione dell’atmosfera. L’oceano rappresenta una dimensione autonoma, un territorio sottratto alla conoscenza e popolato da forme di esistenza che precedono la comparsa dell’uomo.
La sua superficie costituisce una frontiera ingannevole. Al di sopra delle acque si sviluppa il mondo ordinario, dominato dalle città, dalle attività umane e dalle rassicuranti categorie della ragione. Al di sotto si estende invece un universo oscuro, nel quale possono sopravvivere esseri sconosciuti, civiltà dimenticate e testimonianze di epoche remote.
Lovecraft trasforma così il mare in una sorta di archivio primordiale. Le profondità marine custodiscono ciò che la storia ufficiale ha cancellato o non ha mai conosciuto.
La stessa suggestione può essere ritrovata nella leggenda di Moonlight. Il gigante associato alla costa non rappresenta soltanto una creatura fantastica, ma una presenza appartenente a una dimensione precedente alla memoria collettiva degli abitanti. La sua trasformazione in scoglio rende ancora più stretta la relazione con il paesaggio: l’essere non abita più semplicemente il territorio, ma è diventato parte integrante della sua conformazione.
Lo scoglio assume così il valore di una testimonianza. Chi lo osserva senza conoscere la leggenda vede una formazione rocciosa; chi ne conosce l’origine mitica riconosce il corpo di una creatura primordiale.
Anche l’ambientazione costiera non costituisce l’unica affinità tra Moonlight e Innsmouth. Altrettanto importante è il rapporto tra la comunità e il proprio passato.
Nel racconto lovecraftiano, Innsmouth appare come una località isolata, decadente, circondata da una reputazione sinistra. I suoi abitanti sembrano condividere un segreto, mentre il visitatore esterno avverte progressivamente una sensazione di estraneità. Stessa cosa dicasi per Moonlight che però non deve necessariamente essere considerata una copia di Innsmouth ma una sua rielaborazione, nella quale alcuni motivi dell’orrore cosmico incontrano il folklore delle creature gigantesche trasformate in pietra.
Il gigante pietrificato e la mitologia del paesaggio
La trasformazione del gigante in scoglio rappresenta probabilmente l’elemento più ricco di implicazioni simboliche dell’intera vicenda. Il motivo appartiene a una tradizione molto antica, nella quale il paesaggio viene interpretato come il risultato di avvenimenti mitici verificatisi in un tempo precedente a quello degli uomini. Numerose culture hanno immaginato che montagne, colline e formazioni rocciose fossero i resti di giganti, divinità o esseri soprannaturali. Nella mitologia greca, il gigante Tifeo viene associato all’Etna, sotto il quale sarebbe stato imprigionato. Nelle tradizioni dell’Europa settentrionale, i troll possono trasformarsi in pietra quando vengono raggiunti dalla luce del sole. Altre leggende raccontano di esseri smisurati addormentati sotto montagne o promontori, il cui corpo continua a esistere in una condizione intermedia tra vita e morte.
Questi racconti appartengono a una visione del mondo nella quale la natura non è completamente separata dal soprannaturale. La montagna non rappresenta soltanto un rilievo geologico, ma può custodire il corpo di un essere antico. La pietra conserva una memoria, mentre il paesaggio diventa la testimonianza visibile di avvenimenti dimenticati.
Il gigante di Moonlight sembra inserirsi in questa tradizione. La sua trasformazione in scoglio introduce una continuità tra il corpo vivente e la materia minerale, cancellando il confine che normalmente li separa.
La creatura non viene semplicemente distrutta. Il suo corpo permane, ma assume una forma differente. La morte biologica viene sostituita da una sorta di sopravvivenza geologica ed immortale.
È proprio qui che la leggenda incontra l’immaginario lovecraftiano.
Nelle opere dello scrittore americano, il tempo geologico rappresenta una dimensione fondamentale. Gli esseri umani vivono poche decine di anni, le civiltà attraversano alcuni millenni, ma gli Antichi possono sopravvivere per milioni di anni. La loro esistenza appartiene a una scala temporale che rende insignificante la storia dell’umanità.
Ne Il richiamo di Cthulhu, la gigantesca entità riposa nella città sommersa di R’lyeh, in attesa che determinate condizioni cosmiche ne permettano il ritorno. Il suo sonno non coincide con la morte, ma rappresenta una sospensione dell’esistenza ordinaria.
Il parallelismo con il gigante-scoglio è particolarmente suggestivo.
Cthulhu è custodito da una città di pietra, mentre il gigante di Moonlight diventa egli stesso pietra. Nel primo caso il paesaggio nasconde la creatura; nel secondo, il paesaggio nasce dalla creatura.
L’immagine di copertina diventa ancora più inquietante se si considera che Lovecraft descrive Cthulhu attraverso proporzioni smisurate, accostandolo idealmente a una montagna in movimento. Il gigante di Moonlight compie il percorso inverso: da organismo vivente si trasforma in una formazione rocciosa.
I Deep Ones e la metamorfosi dell’identità
Il motivo delle gemme verdi permette di tornare alla cittadina di Innsmouth e di approfondire il tema centrale del racconto lovecraftiano: il prezzo della sopravvivenza.
Gli abitanti che hanno stretto rapporti con i Deep Ones hanno ottenuto vantaggi materiali e la prospettiva di una vita straordinariamente lunga. Ma questo privilegio implica una progressiva trasformazione, che modifica non soltanto l’aspetto fisico, ma anche l’appartenenza biologica dell’individuo. L’immortalità viene ottenuta attraverso la perdita dell’identità originaria.
Nei Deep Ones, l’immortalità coincide con l’abbandono progressivo dell’umanità; nel gigante, la permanenza assume la forma dell’immobilità della pietra.
Il motivo delle gemme verdi permette di tornare alla cittadina di Innsmouth e di approfondire il tema centrale del racconto lovecraftiano: il prezzo della sopravvivenza.
Gli abitanti che hanno stretto rapporti con i Deep Ones hanno ottenuto vantaggi materiali e la prospettiva di una vita straordinariamente lunga. Ma questo privilegio implica una progressiva trasformazione, che modifica non soltanto l’aspetto fisico, ma anche l’appartenenza biologica dell’individuo. L’immortalità viene ottenuta attraverso la perdita dell’identità originaria.
Questo stesso paradosso appartiene, del resto, alla mitologia originaria di Dylan Dog e trova una delle sue più importanti spiegazioni nel numero 100, La storia di Dylan Dog, pubblicato nel 1995.
In quell’albo scopriamo che il padre dell’Indagatore dell’Incubo, Dylan senior, era uno scienziato vissuto nel XVII secolo, ossessionato dalla ricerca dell’immortalità. Durante un viaggio per mare, insieme alla moglie Morgana e al figlio ancora bambino, riesce a catturare una misteriosa creatura marina, dalla quale ricava l’ingrediente necessario a completare un siero capace di sconfiggere la morte.
La sostanza, tuttavia, presenta un terribile inconveniente: pur consentendo al corpo di sopravvivere, rischia di trasformare chi la assume in un morto vivente. Per questo lo scienziato prepara anche un antidoto.
Morgana è la prima a sottoporsi all’esperimento, assumendo sia il siero sia l’antidoto. Dylan senior decide quindi di sperimentare la sostanza su se stesso, ma una rivolta dell’equipaggio gli impedisce di completare il trattamento. Ucciso prima di ricevere l’antidoto, ritorna in vita sotto forma di zombi.
Alla luce di quanto detto, tra le quattro copertine celebrative del numero 481, quella di Claudio Villa appare, a mio avviso, la più ricca di significati simbolici. Non si limita a celebrare i quarant’anni di Dylan Dog, ma ne riassume le radici narrative: i morti viventi delle origini, il mistero dell’immortalità e l’orrore cosmico di matrice lovecraftiana. La creatura marina dagli occhi verdi diventa così il simbolo di un passato primordiale che continua a riemergere.





Rispondi