L’Aldilà Celtico : La Reincarnazione presso i Celti e le sue contraddizioni

La cultura celtica affascina da sempre per i suoi molteplici aspetti spesso poco noti a causa delle scarse fonti attribuibili, tra l’altro, esclusivamente a studiosi latini. Tra le tante sfaccettature in questo articolo si vuole approfondire il tema dell’aldilà celtico, dell’immortalità dell’anima e della reincarnazione. Cesare, nel suo De Bello Gallico, sosteneva che “il punto essenziale della dottrina druidica è quello di credere nell’immortalità dell’anima” e aggiungeva che i Druidi “insegnano che dopo la morte essa passa in altri corpi” in una sorta di “trasmigrazione”.

Pomponio Mela, nella più antica opera geografica pervenutaci della  letteratura latina, De Chorographia, ribadiva questo concetto: “il solo dogma che essi [i Druidi] insegnavano pubblicamente è l’immortalità dell’anima e l’esistenza di un’altra vita”. Ancora Diodoro Siculo, nel suo  Biblioteca Storica, riprendeva questo tema accostando la dottrina druidica a quella pitagorea. “…tra i Galli è prevalso il dogma di Pitagora secondo il quale è un fatto che le anime degli uomini sono immortali e che dopo un certo numero di anni alcuni ritornano in vita entrando in un altro corpo…”. In realtà questo accostamento non è del tutto corretto. Infatti secondo Pitagora l’anima percorrerebbe un ciclo stabilito di tempo  per poi migrare e vincolarsi in nuovi esseri viventi, anche le piante e gli animali.  E’ questa la differenza: Secondo la dottrina druidica, almeno come riportato da Diodoro Siculo e Valerio Flacco, l’anima trasmigrerebbe soltanto attraverso corpi umani. Flacco aggiunge nel suo Factorum et Dictorum Memorabilium Libri Novem che i celti erano persuasi che le anime fossero immortali, concetto ribadito anche da Lucano che, rivolgendosi ai Druidi scriveva “…Secondo voi le anime dei morti non raggiungono le dimore silenziose dell’Erébe e il pallido regno di un Dio infero, uno stesso spirito dirige i nostri membri in un altro mondo: la morte, se ciò che voi dite è reale, è una parte di una lunga vita…”.

In realtà, per quanto queste testimonianze ci vengano in aiuto, non è ancora chiaro come funzionasse l’aldilà celtico. Più che parlare di metempsicosi, ovvero della credenza che dopo la morte, l’anima sarebbe dovuta trasmigrare da un corpo all’altro fin quando non si fosse completamente affrancata dalla materia, sarebbe più opportuno parlare, di metensomatosi, ovvero il passaggio dell’anima da un corpo umano ad un altro. Per quanto detto sin ora, pare che i Celti preferissero la cremazione alla inumazione perché era il fuoco ad avere la capacità di distruggere completamente il corpo materiale per assicurare la libertà dell’anima. Strabone scriveva che “le anime e l’universo sono indistruttibili, ma che un giorno il fuoco e l’acque prenderanno il sopravvento su di essi”. Secondo i già citati  scritti di Cesare, i celti bruciavano i loro morti su una pira sulla quale veniva versato il grasso corporeo di pecore e buoi sacrificati appositamente, insieme a miele e particolari unguenti. Le ossa cremate e le ceneri venivano quindi deposte nella tomba. Ecco però una contraddizione, infatti insieme ai corpi venivano bruciati anche suppellettili, animali cari al defunto e addirittura i suoi schiavi, come se egli ne avesse bisogno nell’Oltremondo. Ma se l’anima trasmigrava tra i corpi che bisogno c’era di questo ulteriore rito?  Oltre ad una trasmigrazione dell’anima i celti dovevano credere anche in un aldilà. Per chiarire questo punto ci viene in aiuto proprio il già citato Diodoro. Infatti egli afferma che solo dopo un certo numero di anni l’anima trasmigra e che, dunque, vi è un certo periodo intermedio in cui le anime dovevano soggiornare in un Oltremondo creduto simile al nostro. Secondo riferimenti postumi, il “paradiso” celtico sarebbe stato una sorta di terra meravigliosa adornata da fontane di vino ed idromele, piogge di birra e alberi dai pomi d’oro ed argento, molto simile al Walhalla norreno. Potrebbe essere questo il motivo dell’uso delle sepolture in tombe come in tutte le altre popolazioni. La più nota è la sepoltura di un guerriero celtico della prima età del ferro, scoperta nel 1977 a Hochdorf an der Enz, un villaggio a nord di Stoccarda, in Germania. Il defunto, un uomo di circa quarant’anni, era accompagnato nel suo trapasso da vestiti, un copricapo conico in corteccia di betulla, forse un simbolo del rango e vari oggetti d’oro,  fibule, torque, bracciali etc… Ritrovamenti simili sono stati fatti a Glauberg, un altro oppidum celtico sito sempre in Germania. Qui, in diversi tumuli sepolcrali, sono stati ritrovati incredibili  corredi funebri che includevano spade, armi, monili in oro e bronzo. In particolare, nel tumulo noto come del  “Principe di Glauberg” è stata ritrovata anche una statua (fig.1)  in arenaria ad altezza naturale e risalente al V secolo a.C., che raffigura un guerriero armato con una corazza composita, uno scudo di legno e una tipica spada. L’uomo raffigurato indossava un gioiello con tre pendenti, diversi anelli,  un copricapo simile ad una cappa con due protrusioni, simili nella forma a una foglia di vischio. Reincarnazione o Aldilà? Queste contraddizioni tra i rinvenimenti archeologici e i testi latini possono essere spiegati con differenti usi tra diverse popolazioni che Erodoto individuava con il termine di “keltoi”. E’ oramai acclarato che non è mai esistito un popolo celtico unificato, ma gli archeologi hanno ripetutamente riscontrato differenze di lingua, cultura e religione. Il Frey afferma che “le abitudini di sepoltura nel mondo celtico non erano uniformi; piuttosto, i gruppi localizzati avevano proprie credenze, che, di conseguenza, determinarono espressioni artistiche distinte“. Si può più facilmente parlare di simili caratteristiche religiose presenti in differenti culture regionali contemporanee, per altri versi molto differenziate. Se all’inizio, durante l’età del bronzo il rito funerario della cremazione si sostituì all’inumazione, probabilmente l’introduzione e la diffusione progressiva di nuove credenze religiose comportò un cambiamento degli usi funerari. Oggi si parla, infatti, di “cultura di La Tène” e  “cultura di Hallstatt” per indicare due differenti approcci religiosi funerari in seno alla stessa cultura che definiamo “celtica”. Ebbene la prima, diffusa soprattutto in Francia, nella Germania sud-occidentale, in Repubblica Ceca, Inghilterra, Irlanda e nord Italia, praticava la cremazione mentre nella seconda, diffusa nell’attuale area individuata dai paesi slavi, Croazia, Slovenia, Ungheria Austria, Italia del nord ovest, Svizzera, Francia occidentale, Germania e Boemia era più diffusa l’inumazione.

 

Rituali funebri  e decapitazione rituale

Nella cultura celtica si credeva che l’anima risiedesse nella testa. Da qui la spiegazione per i rituali di decapitazione. Strabone e Diodoro Siculo raccontano come spesso tagliassero la testa alle loro vittime: le tetes coupeés. Plinio il Vecchio narra di come la testa del proconsole Lucio Postumio, sconfitto dai Galli Boi, fu utilizzata come vaso sacro. Sono numerose le testimonianze archeologiche che confermano questa usanza da parte dei Celti. Esempi possono essere i santuari di Roquepertuse e di Entremont della bassa valle del Reno, vicino Marsiglia. Il primo è un vero e proprio santuario, datato III secolo a.C. La caratteristica del sito è la presenza di un “portico” con una serie di nicchie che dovevano ospitare teschi umani (Fig.3).

Il Santuario doveva sicuramente essere legato al culto della trasmigrazione delle anime e della reincarnazione. Non è infatti certo se si trattasse di un luogo dove venivano riposte le teste dei nemici o, molto più probabilmente, di un sito dedicato al culto degli Antenati. In entrambi i casi il discorso non cambia. Infatti il taglio della testa, più che di un sacrificio umano, era un rituale di sepoltura: permetteva da una parte di appropriarsi dell’anima, e dunque dell’energia dell’individuo decapitato e, dall’altra, di evitare il suo ritorno in cerca di vendetta. Approfondiremo a breve questo ultimo aspetto. Quanto detto è ancora più chiaro se esaminiamo l’oppidum di Entremont, capitale della confederazione celto-ligure nota con il nome di Salluvii. Questa unione di tribù occupava la pianura della Druentia, nella Gallia meridionale tra il fiume Rodano e le Alpi , ed era descritta da Strabone appunto come una “razza mista” di Galli e Liguri. Anche qui ritroviamo, tra le evidenze archeologiche, portici costituiti da pilastri e architravi realizzati in calcare decorati con incisioni, bassorilievi, concavità cefaliche e motivi dipinti (fig.6).

Che si tratti di luoghi legati anche alla rinascita è ben evidente per la presenza di rappresentazioni di spighe di grano, che sono da sempre considerate come simboli di fertilità e di rinnovamento attraverso la reincarnazione. Il tema del culto delle teste tagliate non ha però solo evidenze archeologiche. E’ presente, ad esempio, nella mitologia irlandese. Pensiamo alla saga di Cù Chulainn oppure alla leggenda di Bran il Benedetto il cui cranio, posto sulle colline londinesi, avrebbe protetto la città dalle invasioni, o ancora nella agiografia di san Pancrazio dove si narra del cranio di oro di Cenn Cruaich. Il culto della testa è presente anche nell’Italia del nord-ovest, fortemente caratterizzata da popolazioni celte. Nel museo di Ivrea è conservata una antica testa celto-romana ritrovata nella valle di Corio. Stessa cosa dicasi per la “testa dell’Eroe” (fig.10)

conservata nel museo del Territorio del biellese a Biella. Qui un volto umano è scolpito su un grosso ciottolo di origine vulcanica che doveva essere collocato su un sostegno in legno a comporre una stele e testimonianza, secondo gli archeologi, della presenza di popolazioni celtiche transalpine già nel VI secolo a.C. A seguito della romanizzazione delle Gallie, la tradizione del taglio della testa e dell’esposizione del cranio fu sostituita dall’esposizione di teste scolpite in pietra. Ancora oggi nelle vallate del Piemonte e della valle d’Aosta ci sono diversi esempi della persistenza di tali raffigurazione che ricordano da vicino quelle deizzate celtiche (fig.6Bis).

La paura del ritornante

Non c’è dubbio che il culto della testa sia collegato a quello dell’Antenato. Poteva esserci però anche un’altra motivazione? Se da una parte bruciare il corpo o seppellirlo serviva a liberare la sua anima per la trasmigrazione, da l’altra aveva anche il compito di impedire il ritorno in “vita” dell’estinto. In passato vi era la credenza diffusa che le vittime di morte improvvisa e sconosciuta, potessero tornare dai vivi dopo la sepoltura. Il rito funebre doveva così essere un modo di impedire  alla loro anima di lasciare il corpo e tornare tra i viventi alla ricerca di energia vitale. Ecco così che l’usanza di staccare la testa al defunto poteva avere anche una valenza protettiva per la comunità. In alcune sepolture, i teschi ritrovati portavano ancora i segni di chiodi utilizzati per favorire  la loro adesione permanentemente ai pali dei numerosi oppida celtici (fig.7).

 

Strane sepolture con crani inchiodati, massi posti sopra il defunto, volti riposti verso il basso o arti rotti sono più frequenti di quanto si pensi. Nel Northamptonshire, in Inghilterra, fu ritrovata la sepoltura di un uomo di  circa trent’anni, sepolto con una pietra piatta in bocca e il viso rivolto verso la terra (fig.8). In Polonia, nel cimitero Drawsko, furono trovati degli scheletri avvinghiati da un falcetto agricolo, una prevenzione contro il “ritorno dal mondo dei morti” da parte del defunto. Il falcetto avrebbe dovuto tagliare di netto il collo del “non morto” quando questi avesse tentato di alzarsi. E’ di qualche mese fa la scoperta, in Ucraina, di una sepoltura di una donna nella zona di Čerkasy. La donna, morta all’età di 25 anni circa fra il III o IV secolo, venne sepolta con le braccia dietro la schiena e con il viso rivolto al terreno. Questo tipo di sepoltura fa supporre che la donna fosse considerata una “ritornante” e tale tipologia di inumazione doveva garantire che non potesse più tornare a nuocere nel mondo dei vivi. Tra le scarse rilevanze archeologiche relative a queste “strane sepolture” presso i Celti, non possiamo tralasciare  “l’Uomo di Lindow”, una mummia di palude risalente all’età del ferro rinvenuta in una torbiera nella contea inglese di Cheshire. L’uomo sembra aver subito un rituale particolarmente cruento: un colpo alla testa, il taglio della gola e la sepoltura a faccia in giù nella torbiera. Si tratterebbe di un sacrificio umano perché sono stati ritrovati, nel suo stomaco, resti di un lauto pranzo a base di carne e cereali nonché dalla presenza di polline di vischio nel suo stomaco. Secondo Plinio, nel già citato Naturalis Historia, solo i Druidi potevano maneggiare questa sacra pianta macerandola nelle bevande come rimedio contro i veleni. Probabilmente si sarebbe trattato di un sacerdote. Simile discorso può essere fatto per la ragazza “Windeby I”,  rinvenuta in una torbiera vicino l’omonima località nella Germania del nord. Anche in questo caso si tratterebbe di un assassinio rituale. Nella sepoltura è stata infatti ritrovata una fascia di lana che sarebbe servita a coprire gli occhi dell’inumata per evitare che il defunto potesse “ritrovare” la strada per il mondo dei vivi. Un secondo corpo sempre ritrovato nella zona, soprannominato “Windeby II”, riporta segni di strangolamento con un ramo di nocciolo, altro legno sacro, e scaricato in una palude trattenuto da rami affilati.

Insomma, confrontando antiche testimonianze con nuove archeologiche e tradizioni folkloriche emerge un corpus culturale e religioso celtico davvero complesso che mostra la particolare attenzione dell’Antico non solo alla vita di tutti i giorno ma anche, e soprattutto, verso quell’Aldilà che è ancora oggi il vero interrogativo dell’Uomo.

 

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