Streghe e Stregoneria in Emilia Romagna

L’area che ci apprestiamo a indagare fu fortemente influenzata dallo stato pontificio che, attraverso le prediche di san Bernardino da Siena, contribuì a elaborare lo stereotipo tristemente noto della strega cinquecentesca e secentesca. 

Lo attestano le descrizioni del cardinale Federico Borromeo, del vescovo imolese Rodolfo Paleotti, di frà Eliseo Masini e del cappuccino Agostino da Fusignano:

… fanno il sortilegio della caraffa per mezzo di putto o di zitella vergine, o di donna gravida, facendole dire “per la divinità che ho nel ventre” alludendo alla creatura, e molte volte queste donne dicono di veder comparire nella caraffa una figura o altri varij aspetti, questi poi interrogano o per trovare cose rubbate, o tesori nascosti, o per sapere le cose future…

Nell’editto di Federico Borromeo ricorrono riferimenti a strane abitudini magiche, come quella di far “correre il sedazzo, o crivello per discoprire il ladro, o per sapere cosa segreta” o di guardare o far guardare “in ampolla,o caraffa”.

Il 21 marzo del 1626 il cardinale Giovanni Garcia Millini scriveva al Giglioli, nunzio apostolico a Firenze: 

Sarà di molto tempo pervenuta all’orecchie di V. S. la voce comune che in codesta città et contado sia un numero grande di streghe che ogni giorno guastino molti fanciulli; et insieme l’opinione che il P. Inquisitore, quale in materia molto fallace camma con la maturità che conviene, non applichi l’animo a provedere et castigate con rigore un delitto tanto frequente et odioso. Di qui è nato il ricorso riavuto da molti al Tribunale degli Otto, dove il Cospi, giudice incompetente, s’intende che habbi fatto di molte cause contra pretese streghe, riconosciute dopo da lui medesimo innocenti.

A Osimo, il sinodo diocesiano del 1593 aveva condannato “talune pratiche comuni, come quelle dei presagi ricavati dal traguardare fiammelle di candele accese attraverso ampolle d’acqua, dall’ispezione di specchi, di unghie e di pieghe palmari”; scriveva ancora il vescovo di Imola: “Sogliono anco ungere con certa mistura d’olio o di caliggine la palma della mano a dette zitelle o donne gravide, nelle orecchie delle quali prima sussurrano alcune parole incognite e poi le fanno mirare nella mano unta e dire che venga il Re e molte volte dicono di vederlo venire e con cenni rispondere a quello che da esse li vien dimandato…”. 

Se ci soffermiamo a esaminare la Toscana, troviamo tracce della stregoneria locale già nell’antichità. Poliziano narrava infatti: “… da piccino la nonna diceva di certe streghe che stanno nei boschi a mangiare i bambini che piangono … ancora oggi a Fonte Lucente, come si chiama vicino la mia villetta di Fiesole, un ruscelletto che in quelle segrete ombre si nasconde, le donnicciole che vengono per l’acqua dicono esserci il ritrovo delle streghe…”. 

Non meno numerose sono le novelle e i racconti popolari del luogo. Nel suo Piacevoli notti, Giovan Francesco Straparola da Caravaggio narrò di una certa Gabrina Furetta di Firenze, “nell’arte maga più che ogni altra isperimentata, abilissima nel far a cose fuor d’ogni naturai costume”, che attraverso l’uso della magia e di “un suo libretto” evocava i demoni per ottenere da loro favori d’amore. La bella Isabella, innamorata del giovane Ortodosio, entrò nuda in un cerchio magico disegnato dalla maga, “intorniato di certi caratteri e segni” evocando “Astaroth, Farfarello e gli altri princìpi de’ demòni con grandissime strida”. 

Sono tradizioni e narrazioni come queste che ci forniscono informazioni utili per rintracciare i luoghi del Sabba toscano, come la Val Magra dove le streghe scatenavano tempeste e grandine, e uccidevano e mangiavano bambini. Anche il sepolcro romano abbandonato sul macabro Colle di Castiglione era sede dei mistici raduni, di cui brulica la provincia di Lucca; basti pensare al Prato Fiorito sopra Bagni di Lucca e al “Monte delle streghe”. 

Anche queste storie rimandano agli antichi culti pagani, come testimonia la chiesa di S. Cassiano di Controni, forse costruita per esorcizzare il luogo che un tempo ospitava un tempio sacro a Diana, mentre un altro dedicato a una misteriosa divinità maschile sarebbe sorto sul versante opposto.

C’erano poi il famoso quercione di san Martino, detto “delle streghe”, e i boschi dei monti Pisani, sulle alture di Coselli. Un altro luogo consacrato al paganesimo, e successivamente ritrovo di streghe, si trovava sul lato sinistro della valle ai piedi di Magliano, in provincia di Lucca, nei pressi di quella che era la Fonte di Masceta. La tradizione sarebbe confermata da una storia piuttosto nota come “Il coltello del noce”. Fu qui che, tra i secolari alberi di castagno, un uomo del borgo noto come Paolino, che era solito fermarsi a dissetarsi presso la fonte mentre tornava dal suo lavoro, un giorno si imbatté nelle ridda di un Sabba illuminato da alti falò, attorno ai quali alcune donne nude danzavano e cantavano: “Oh Paolino, ora che ci sei non puoi più andare via!”. Il contadino, terrorizzato, prese il suo coltello a serramanico e lo conficcò in un noce salvandosi la vita. Imprigionate, le streghe iniziarono infatti a supplicarlo: “Paolino, per carità, lasciaci andare, non ti faremo nulla, lasciaci andare…”.

A Staggiano, in provincia di Arezzo, si racconta che nei boschi di Coniala il diavolo si incontrasse di notte con le streghe e donasse loro un sacco di monete con cui comprare la partecipazione dei contadini ai Sabba che si tenevano a Fornaio.  

Ancora più numerosi sono i luoghi stregati delle valli aretine, come il torrente Vessa, affluente dell’Arno, il cui ponte conduce verso il bosco di Sant’Antonio. Su queste sponde appariva infatti il demone-maiale, sicuramente un animale totemico di divinità autoctone, a cui in seguito si sovrappose il culto del santo che nell’iconografia è guarda caso accompagnato da un maialino. 

Altre misteriose apparizioni avvenivano su un altro ponte stregato, a Falciano di Subbiano, mentre numerose tradizioni parlano del quadrivio formato dalle strade nei pressi del ponte sul fiume Archiano, tra Bibbiena e Sori. Sarebbe qui che, a Piano del Ponte, nei pressi dello stabilimento FIAT, ogni martedì e venerdì si riunivano le amanti di Satana per i loro convegni. Ma anche il “fosso del diavolo” nei pressi del trivio di contrada Marena fu dimora di streghe, mentre l’area tra il borgo di Caggio e la fattoria Marena ospita un’antica fonte, detta di mazzalupo, legata ad antichi culti pagani di fertilità e procreazione attribuiti al diavolo.

Nei pressi di Puglia, in località Fontaccia, si trova invece un bosco che sembrerebbe essere popolato da sette streghe particolarmente pericolose per le donne allattanti: un chiaro rimando a rituali di fertilità presenti anche a Sansepolcro, dove le donne, ancora fino ai primi dell’Ottocento, portavano offerte di latte e grano a una mistica “Madonna dei boschi”, espressione delle ataviche divinità femminili.

Non sempre queste forme cultuali furono demonizzate, talvolta si nascosero sotto i nomi della Nuova Religione. Così il culto delle acque è presente nei pressi di Agazzi dove, ancora oggi, nel pozzo della chiesa delle Lampade, si recano le donne per ottenere la guarigione o la fertilità del grembo. Mistica fonte era quella del Groppino, sulla statale che conduce da Corsalone a Rassina. Il culto delle pocce lattaie è presente anche a Monterchi, in una piccola e sparuta cappellina cimiteriale, dove si può ammirare l’enigmatico dipinto la “Madonna del Parto” di Piero della Francesca. L’opera fu realizzata nella cappella dedicata a santa Maria a Momentana, che divenne poi la chiesa del cimitero di Monterchi realizzato nel XVIII secolo. Ciò che rende quest’opera misteriosa è proprio il locus: è infatti curioso che un pittore famoso decidesse di realizzarla in una zona contadina piuttosto decentrata. In realtà la sua scelta non dovette essere casuale, poiché l’area è da sempre considerata sacra e legata ad antiche divinità della fertilità e della procreazione. Lo stesso nome del borgo, Monterchi, deriva secondo alcuni dal suo mitico fondatore Ercole, ed è dunque legato al toponimo Mons Herculis, il semidio tanto simile, anche iconograficamente, a quell’homo selvaticus regnante indiscusso del regno vegetazionale che con la sua verga arborea, il priapos primordiale, assicurava la continuità dei suoi cicli riproduttivi. 

Credenze e tradizioni popolari parlano poi di animali e donne che, abbeverandosi o bagnandosi nel vicino torrente Cerfone, ottenessero abbondante latte per la loro prole e felici parti, in rituali del tutto simili a quelli galattofori legati alle sorgenti o alle grotte delle “pocce lattaie”. Anche il nome del torrente rievocherebbe questi antichi dèi. Così Cerfone sembra derivare dall’enigmatica Grande Madre toscana Cernia, preposta alla fertilità degli umani e dei campi. Ancor oggi le donne qui conoscono gli antichi rituali di fertilità delle loro nonne, veneratrici della Madonna dal volto bruno, la Virgo Amabilis, per alcuni la Maddalena, trasposizione cristiana dell’antica Grande Madre. 

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