di Andrea Romanazzi

Questo approfondimento vuole esaminare le tradizioni magico-religiose presenti in agro di Bisceglie, un comune della Puglia. L’origine del nome ha due ipotesi principali, la prima lo collega all’antica voce Visciju (querciola), tramite i dialetti Viscile o Vescegghie. Il querciolo (quercia di Palestina), un tempo abbondante nella zona, la seconda ipotesi, sempre via dialetto, lo fa risalire al latino vigiliae (sentinella), attestato in forme antiche come Vigilas, Vigilarum civitatis, Vigilie, Vigilia e Biscilia. Il Territorio è stato popolato sin dal neolitico come testimoniano i numerosi ritrovamenti e almeno fino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, il territorio, noto come Agro biscegliese, era punteggiato da piccoli agglomerati abitativi, chiamati casali. Questi erano tipicamente costituiti da poche case, circondate da alte mura e spesso adiacenti a piccoli edifici religiosi. Tra questi casali, di notevole importanza storica, si annoverano: il casale di Giano (risalente all’età romana), il casale di Cirignano, il casale di Pacciano, il casale di Sagina e il casale di Zappino. So0lo successivamente , attratti dalle potenzialità di pesca e commerci, nonchè per protezione dai saraceni, la popolazione fondò il borgo di Vescègghie.

In questo approfondimento, però, ci interessa esaminare l’agro di entroterra, ovvero i casali da dove si sono originate varie pratiche magico-religiose.

Tradizioni Magico Popolari dai Casali

La persistenza di antichi culti e credenze pagane nel territorio si manifesta chiaramente attraverso la toponomastica e l’etimologia dei casali agresti, che spesso celano, sotto una veste cristianizzata, un’origine legata a divinità precristiane o a nomi di gentiles. È il caso di casali che prendono nome da figure mitologiche, come Giano bifronte, o da esponenti di famiglie romane, come Papanus, da cui deriva Pacciano, o Primignano. n un contesto rurale dove queste tracce del passato pagano erano ancora palpabili, non sorprende affatto l’ampia diffusione tra le popolazioni contadine di quelle che venivano definite pratiche magiche in particolar modo legate alla fetilità. Tali riti, spesso considerati superstizioni, rappresentavano in realtà la cristallizzazione di antichi culti pagani che, pur avendo perso la loro connotazione originaria, continuavano a svolgere una funzione propiziatoria e consolatoria. Parallelamente, la Chiesa si adoperò per un meticoloso processo di cristianizzazione, non solo delle pratiche, ma anche dei luoghi stessi. Questo sincretismo è evidente nella trasformazione dei toponimi e nella dedicazione dei casali a nuovi santi protettori come nel caso delle Vergini di Giano e di Zappino direttamente connesse a riti agrari per ottenere la fertilità della terra e la clemenza degli elementi.

Partiamo dal Casale di Zappino, lungo la via vecchia per Ruvo di Puglia, il cui nome deriva dal latino medievale ‘Sappinus’, una specie di pino, risalente all’incirca all’anno mille. Di questo antico complesso sono ancora ben visibili il recinto murario e una chiesetta medievale, affiancati da una torre di epoca successiva. La torre, a pianta quadrata, si sviluppa su tre livelli, sebbene in origine ne contasse probabilmente quattro. Nella chiesa del casale si venera una Madonna nera, apportatrice di piogge e salubrità ai campi, la cui festa si tiene in loco nella prima domenica dopo Pasqua. Il dipinto della Madonna, posto sull’altare, è ad olio su tela. La struttura interna della chiesa è caratterizzata da pilastri laterali addossati alle mura perimetrali, su cui poggia la volta a botte. Nella zona absidale si conservano frammenti di affreschi. Si presume che, come d’uso per i santuari più importanti dell’epoca, le pareti della chiesetta fossero interamente ricoperte da pitture, andate perdute a causa dell’incuria. Tra gli affreschi superstiti, un dipinto devozionale raffigura la regina del Mare e della Terra, simbolo dell’Acqua, nell’atto di salvare un’imbarcazione con i suoi marinai. Il Paradiso è simboleggiato da Gesù Cristo in mandorla. La figura aerea dorata che compare tra Cristo e la Madonna (identificabile dal mantello rosa) presenta un volto che potrebbe rappresentare il committente dell’affresco devozionale o, in alternativa, un annegato. Un elemento iconografico distintivo e profondamente sentito nella devozione popolare è legato all’icona prodigiosa della Madonna di Zappino: l’immagine della Vergine che allatta il Bambino, mentre quest’ultimo stringe un passero nel palmo della mano. 

Più distante troviamo la Chiesa di Santa Maria di Giano, situata al confine tra Trani e Bisceglie. Anche questo casale ha una struttura realizzata con blocchi calcarei locali, assemblati quasi a secco, poggiando sulle rovine di un precedente tempio pagano. Si presenta come un’unica aula sormontata da una cupola centrale, retta da pennacchi. L’abside è singola, e la copertura esterna è costituita da chiancarelle (lastre di pietra). Nonostante la sua natura di chiesa rurale, la pregevole lavorazione della pietra le conferisce un aspetto più raffinato di quanto ci si aspetterebbe da un edificio risalente all’XI secolo. Dopo la caduta dell’Impero Romano e con l’avvento dei Longobardi, il culto romano di Giano fu soppresso. La diffusione del Cristianesimo portò al culto della Vergine Maria, che diede il nuovo nome al Casale: Santa Maria di Giano. All’interno si possono ammirare affreschi raffiguranti la morte di Maria, San Nicola Pellegrino e San Giacomo.  Fino a tempi recenti, i cittadini di Bisceglie si recavano in pellegrinaggio a Santa Maria di Giano, tra Pasqua e Pentecoste, per invocare la pioggia in tempi di siccità. La festa è celebrata la seconda domenica dopo Pasqua. La credenza, semplice e sentita, è legata alla guarigione dei bambini erniosi. La tradizione vuole che, dopo la solenne celebrazione della messa presso il casale, i genitori conducano i loro figli affetti da ernia a compiere alcuni giri rituali intorno all’altare. Questo rito propiziatorio, che invoca la protezione della Vergine (in questo contesto spesso assimilata a S. Maria del Soccorso, tradizionale protettrice delle partorienti e dei bambini), è ritenuto efficace per la guarigione. Il passero nell’icona diviene così un simbolo di fragilità protetta e di grazia ottenuta.

Accanto a queste Vergini, sono ricordate altre icone significative di grande favore popolare presenti nella cittadina. Un esempio è l’antico culto della Madonna del Soccorso a Bisceglie, figura venerata da secoli presso l’Abbazia Curata di Sant’Adoeno. Le origini (la denominazione trae spunto da Sant’Audoeno o Sant’Adoeno, vescovo di Rouen) sono da ricondurre ai soldati Normanni, i quali furono i conquistatori del territorio. La Vergine, aureolata, a mezza figura, in piedi, è posta davanti a un drappo rosso, col volto appena rivolto verso il Figlio, seduto sul ginocchio sinistro. Indossa una veste celeste altocinta (cinquecentesca) e un ampio manto azzurro, il maphorion bizantino, con bordo dorato e fibula rotonda sul petto. I capelli sono avvolti in una cuffia purpurea da cui fuoriescono riccioli. Un velo leggero scende dal capo. Trattiene il Bimbo con la mano sinistra sulla spalla e la destra sui piedini (un gesto che richiama l’Odegitria).  Il Bambino, nudo e avvolto in un panno rosso alla vita, ha l’aureola crocesegnata e benedice alla latina. È una variante temperata (per grazia e dimensioni naturali) del solenne Gesù della tavola duecentesca di Santa Margherita. Un monile di corallo rosso è allacciato al collo del Bambino, un simbolo apotropaico che allude alla sconfitta del Male. Questo particolare rimanda ad un altro nostro studio 

Il culto alla Madonna del Soccorso è strettamente connesso alle partorienti, ed infatti ancora oggi vi è la consuetudine che vede le donne in gravidanza riunirsi in preghiera in questo luogo ogni sabato pomeriggio. Il fervore per queste immagini, e in particolare l’uso ritualistico legato alla Madonna di Zappino, si inserisce nel più ampio dibattito post-tridentino sul rapporto tra fede, devozione popolare e ciò che l’autorità ecclesiastica tendeva a etichettare come “magia”

Dal culto delle reliquie alla stregoneria

Non solo riti e tradizioni magico-popolari. Nell’entroterra biscegliese erano attive pratiche magiche documentate nelle visite pastorali. I vescovi, nelle visite sinodali, mettevano in evidenza l’uso a scopo magico di oggetti sacri da cui la condanna di «tocte quelle persone le quali dessero et concedessero cose sacre o, vero etiam vestimenti et panni et cose ecclesiastiche ad altro uso che ad quello so ordinate et quelle persone anchora che le receperanno tractandole altramente maxime in malefitio».

Un esempio lampante della commistione tra pratiche devozionali e usi ritenuti superstiziosi, o addirittura sacrileghi, era costituito dalla diffusa consuetudine di consumare l’Agnus Dei a scopo magico o propiziatorio. Questa pratica, che travalicava il mero rispetto e l’adorazione riservata agli oggetti sacri, fu oggetto di ferma condanna da parte dell’autorità ecclesiastica.

Il vescovo Sifola, in particolare, denunciò con veemenza, nel sinodo del 1547, coloro che erano soliti «farse le agnatelle, et quelle in feste et conviti et altre dissolutioni mangiarse con la stampa et figura del crucifixo». Nonostante per molti fedeli si trattasse semplicemente di una costumanza propiziatoria finalizzata ad attirare la buona sorte o a scongiurare il male, per il Sifola tale uso rappresentava un’irriverenza e un’offesa intollerabile. La sua critica si fondava sul principio teologico secondo cui alle figurazioni sacre era dovuto un culto di adorazione e rispetto analogo a quello tributato ai soggetti da esse rappresentati. L’uso irrilevante dell’immagine di Cristo in questo contesto, che sfociava nel consumo materiale e profano dell’oggetto devozionale, era percepito come una deviazione che «sapeva» di eresia. 

Un altr’altra espressione magico-religiosa era l’uso delle reliquie dei santi. Il fervore per le ossa dei santi non era certamente un fenomeno isolato alla diocesi di Bisceglie, ma rappresentava una pratica religiosa molto sentita e diffusa in tutto il mondo cattolico, sebbene spesso ai limiti della superstizione popolare. Nel contesto biscegliese, l’attenzione del visitatore si concentrò su particolari ambiguità e stranezze immediatamente notate, legate soprattutto a due oggetti: una fiala contenente il presunto sangue di S. Mauro e un cucchiaio d’argento utilizzato per raccogliere la manna, una sostanza untuosa e odorosa che, secondo la tradizione, trasudava dalle ossa dei tre santi martiri protettori della città: Mauro, Sergio e Pantaleone. 

Le ossa furono rinvenute, secondo le fonti, dal vescovo Amando nel 1167, nella dimora gentilizia di Sagina, situata nell’agro di Bisceglie. Furono identificate come quelle dei Santi Mauro, Sergio e Pantaleone, martirizzati sotto l’imperatore Traiano. Dopo il loro ritrovamento, vennero traslate e opportunamente nascoste nel soccorpo della Cattedrale di Bisceglie, per timore di furti sacrileghi. Col passare dei secoli, la memoria della loro esatta ubicazione si affievolì, fino a quando non furono nuovamente riscoperte e riesumate nel 1745. Già in occasione del primo ritrovamento nel 1167, e ancora nel 1588, secondo la testimonianza dell’Alberti, si narrava che le ossa essudassero la manna, la sostanza odorosa che alimentava la devozione popolare.

La tradizione è ricca di racconti sui numerosi miracoli attribuiti a queste reliquie. Tuttavia, due casi specifici attirano particolarmente l’attenzione e si collegano direttamente alle pratiche superstiziose: i miracoli operati dal sangue e dall’anello di S. Mauro, entrambi ritenuti in grado di esorcizzare gli spiriti maligni.  A tal proposito, nel 1584, si conservava ancora vivo il ricordo di un caso concreto di esorcismo di un ossesso che sarebbe stato guarito grazie al contatto con l’ampolla contenente il sangue di S. Mauro. È indubbio che tale episodio fosse tenuto vivo nella memoria popolare anche grazie all’azione del clero locale. Quest’ultimo, infatti, non riteneva affatto “profano” l’uso di raschiare le ossa dei santi per ricavarne la manna, una polvere che veniva poi somministrata per ingestione (data a bere) o utilizzata per curare gli ammalati, in una commistione tra sacro e pratiche taumaturgiche.

La gravità di tale pratica era ulteriormente sottolineata da casi di divinazione, sortilegio e maleficio. Nel 1584, ad esempio, negli atti sinodali  si menzionava specificamente «una vecchia che si chiama laura de ostono, et uno nominato Cola bayone» sospettata di coinvolgimento in queste pratiche illecite. Nel 1601, furono i canonici di S. Adoeno a portare alla luce nuovi casi, rivelando che «che si murmura, che una Caterina di Molfetta attende all’assertio di maleficiare, e medicare per incanti». Inoltre, aggiunsero che «ci è anco suspecta Martia di Paccuglia per l’istesso essertito». Questi episodi evidenziano la persistenza di attività di stregoneria popolare. 

Nonostante la documentazione di queste denunce sia precisa, non è possibile sapere con certezza quali fossero esattamente le pratiche magiche in questione, né è dato conoscere l’esito delle indagini. È lecito supporre, data la prassi del tempo e la gravità delle accuse, che fossero stati istruiti dei processi inquisitoriali per accertare la verità e punire gli eventuali colpevoli. 

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