di Andrea Romanazzi

La licantropia, il mito degli uomini che si trasformano in lupi sotto l’influenza della luna piena, ha radici profonde e ramificazioni in molte culture del mondo, inclusa quella romana.

Abbiamo già scritto di Licantropia in Italia

Questa volta voglia però soffermarci su Roma ed in particolare su un sonetto popolare.

Roma, come in altre parti d’Italia, il lupo non è solo un simbolo di paura ma anche una creatura legata all’identità storica e culturale della città, basti pensare alla leggenda della lupa che allattò Romolo e Remo. Tuttavia, nell’immaginario popolare, la figura del lupo mannaro (lupus hominarius) si lega a un mondo oscuro di maledizioni e trasformazioni bestiali che incutevano timore nei cuori dei contadini e degli abitanti dei sobborghi.

A confermare l’interesse del folklore romano per la figura del lupo-mannaro sono le testimonianze letterarie, tra cui quelle del celebre poeta romano Giuseppe Gioachino Belli. Nella sua vasta raccolta di sonetti, Belli non mancò di trattare anche le credenze popolari legate alla licantropia, mostrando come la superstizione e il mito del lupo mannaro fossero ben radicati tra la popolazione. In uno dei suoi sonetti, intitolato “Er lupo-manaro”, Belli descrive con maestria e ironia una scena in cui una figura umana si trasforma in lupo durante una notte tempestosa, mostrando le paure e le convinzioni legate a questa trasformazione.

Il sonetto rappresenta una vivida esposizione del mito nella cultura romana, evidenziando le tensioni tra razionalità e superstizione.

Er lupo-manaro

'Na notte diluviosa de gennaro
Ar Grillo er sediarotto a San Vitale
Tutt’in un botto j’aripresa er male
dell’omo-bestia, er povero lupo-manaro.

Ar primo sturbo er povero sdiaro
Lassò la moje e curze pe’ le scale:
Er suo portone diventò animale,
E se n’agnede a urlà su una monnezzaro.

Tra un’ora tornò a casa e je bussò;
E quella senza senza de chi c'è, disse:
E tirò se saliscenne, er lupo entrò.

Che vôi! appena fu arrivato su,
Je s’affiarò a la vita, e er fiò de Ssè…
La sbramò senza faje dì Gesù.

Bada de non urpì, se vorrò t’i chiamo
Tre vorte, ché sì no, Rosa, te sbramo."

Quanno aveva sto ramo
D'urpì, poteva armanco, a la sicura,
Dajje una chiave femmina addirittura.

Il contesto e le credenze popolari

Belli, con il suo inconfondibile stile satirico e realistico, offre in questo sonetto una rappresentazione viva di come la gente percepisse la licantropia: un fenomeno temuto, irrazionale, ma profondamente radicato nelle tradizioni locali. L’idea di un uomo che si trasformi in una bestia durante una notte piovosa non era soltanto un mito lontano ma una realtà viva per chi viveva nelle campagne o nei borghi, dove le notti buie e tempestose sembravano fornire il terreno fertile per l’emergere di creature soprannaturali.

La licantropia a Roma, come in altre parti d’Italia, rappresenta un interessante crocevia tra mito, superstizione e cultura popolare. Attraverso le parole di Belli, possiamo immergerci nelle credenze dei tempi, e comprendere come, seppur oggi questi miti sembrino appartenere a un passato lontano, abbiano influenzato profondamente la vita e l’immaginario collettivo dei romani.

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