di Andrea Romanazzi
Nel vastissimo patrimonio delle tradizioni magico-popolari italiane sopravvivono pratiche minute, apparentemente insignificanti, che proprio per la loro semplicità permettono di penetrare in profondità nella mentalità delle comunità che le hanno conservate. Accanto ai grandi rituali terapeutici, agli scongiuri contro il malocchio, alle pratiche per allontanare le tempeste o proteggere uomini e animali dalle influenze maligne, esiste infatti un universo di piccoli gesti apotropaici legati alla vita quotidiana. Sono superstizioni domestiche, scolastiche, infantili, spesso trasmesse oralmente e raramente affidate alla scrittura, nelle quali elementi della religiosità cristiana si sovrappongono a concezioni magiche assai più antiche.
Una di queste curiose tradizioni era conosciuta tra i giovani scolari della zona di Gorizia e riguardava quella che potremmo definire una vera e propria forma di «esorcismo del dolore»: la pratica dei due capelli disposti in croce sulla palma della mano.
L’usanza deve essere collocata all’interno di un mondo scolastico molto diverso da quello contemporaneo. Per secoli, infatti, la disciplina impartita nelle scuole poteva comprendere anche punizioni corporali. Bacchette, verghe e ferulae appartenevano all’immaginario dell’educazione europea almeno quanto libri, lavagne e calamai. La mano dello scolaro diventava spesso il luogo privilegiato della punizione: il ragazzo era costretto a tenderla verso il maestro affinché questi potesse colpirne il palmo con la bacchetta.
È proprio all’interno di questa situazione di paura e impotenza che sembra essere nata o essersi conservata la singolare credenza goriziana. Secondo quanto tramandato, esisteva infatti un semplice espediente capace di rendere inefficace il castigo: bisognava strappare due capelli dalla propria testa e disporli sulla palma della mano formando una piccola croce.
Un gesto elementare, quasi invisibile, ma investito di un’enorme forza simbolica.
Lo scolaro che temeva una punizione estraeva dunque due capelli dalla propria testa. I capelli dovevano appartenere allo stesso ragazzo che avrebbe ricevuto il colpo: non erano quindi semplicemente un materiale utilizzato nel rituale, ma costituivano una parte fisica della persona che doveva essere protetta. Dopo averli strappati, il giovane li collocava sul palmo della mano sovrapponendoli perpendicolarmente, in modo da ottenere una piccola croce.
La mano veniva quindi mantenuta aperta e offerta al maestro.
Nella logica della credenza popolare, però, quella non era più una mano indifesa. Il semplice incrocio dei due capelli aveva creato una barriera invisibile tra il corpo dello scolaro e lo strumento della punizione. Il colpo poteva essere vibrato con tutta la forza possibile, ma la sua capacità di produrre dolore sarebbe stata annullata.
Le testimonianze popolari estremizzavano ulteriormente l’efficacia del gesto. Non soltanto il ragazzo non avrebbe percepito il dolore, ma la stessa ferula avrebbe potuto spezzarsi al momento dell’impatto, quasi che la forza magica contenuta nella piccola croce di capelli fosse in grado di respingere fisicamente l’aggressione.
I vecchi raccontavano infatti che, quando la protezione era stata preparata correttamente, qualsiasi tentativo di colpire la mano si sarebbe rivelato inutile. La bacchetta poteva perfino andare in frantumi, mentre il palmo dello scolaro sarebbe rimasto miracolosamente illeso.
Naturalmente l’importanza di questa pratica non risiede nella sua effettiva capacità di impedire il dolore, quanto piuttosto nel complesso sistema simbolico che essa rivela.
Il primo elemento significativo è rappresentato dal capello.
Nella magia popolare europea il capello possiede un valore particolare perché appartiene al corpo pur potendone essere separato senza perdere completamente il proprio legame con la persona. Capelli, unghie, denti, sangue e altri elementi corporei sono frequentemente utilizzati nelle pratiche magiche proprio perché vengono considerati depositari di una parte dell’identità dell’individuo.
Il principio è quello che gli studiosi della magia hanno spesso ricondotto alla cosiddetta magia simpatica o contagiosa: ciò che è appartenuto a una persona continua simbolicamente a essere collegato a essa anche dopo esserne stato separato.
Il capello diventa quindi una sorta di doppio minimo dell’individuo.
Non sorprende, perciò, incontrarlo in numerosissimi rituali della tradizione popolare. I capelli potevano essere utilizzati negli incantesimi amorosi, nelle pratiche di legamento, nelle fatture, nei rituali terapeutici oppure nei procedimenti destinati a proteggere qualcuno da un pericolo. Proprio per questa ragione, in molte comunità era considerato imprudente abbandonare capelli tagliati o pettinati in luoghi nei quali avrebbero potuto essere raccolti da altri.
Nel caso degli scolari goriziani il meccanismo appare tuttavia rovesciato. Il capello non viene sottratto alla persona per esercitare su di essa un’influenza, ma viene volontariamente separato dal corpo per costruire uno strumento di difesa.
Ancora più interessante è il fatto che vengano utilizzati due capelli.
Il numero due permette infatti la realizzazione della figura fondamentale dell’intero rituale: la croce.
L’incrocio dei due capelli trasforma due elementi corporei ordinari in un segno sacro e protettivo. Attraverso un gesto di pochi secondi, ciò che apparteneva semplicemente al corpo viene inserito in una struttura simbolica superiore.
La croce, nella cultura popolare cristiana, costituisce naturalmente uno dei più potenti segni apotropaici. Tracciarla su una persona, su una porta, su un animale, su un alimento o su un oggetto significava porre quel soggetto sotto una particolare protezione. Non era necessario che il segno fosse realizzato con materiali preziosi o consacrati: poteva essere tracciato con le dita, inciso, disegnato, formato attraverso oggetti oppure semplicemente evocato attraverso il loro incrocio.
Due capelli diventavano così sufficienti per costruire una minuscola croce protettiva.
Si tratta di un procedimento estremamente interessante perché mostra uno dei meccanismi più comuni della religiosità magico-popolare: il simbolo cristiano viene impiegato secondo una logica operativa quasi magica. La croce non rappresenta soltanto la fede o il sacrificio di Cristo, ma diventa uno strumento concreto capace di intervenire sulla realtà, fermare il male, impedire una ferita o neutralizzare una forza ostile.
In questo senso, la pratica dei capelli incrociati appartiene a quell’ampia zona di confine nella quale religione, superstizione e magia popolare risultano difficilmente separabili.
Anche il luogo nel quale viene costruita la croce merita attenzione.
Non viene infatti scelta una parte casuale del corpo, ma precisamente il palmo della mano, cioè il punto destinato a ricevere il colpo.
La protezione viene collocata esattamente nello spazio nel quale il pericolo dovrà manifestarsi.
Nella magia popolare esiste frequentemente questa corrispondenza diretta tra il luogo della minaccia e il luogo del gesto rituale. Il segno protettivo deve essere posto sulla soglia attraverso cui potrebbe entrare il male: sulla porta di casa contro le presenze ostili, sulla fronte contro il malocchio, sulla parte dolorante del corpo nei rituali terapeutici, sul ventre nelle pratiche legate alla maternità.
Nel nostro caso la soglia è la mano dello scolaro.
La piccola croce di capelli viene collocata proprio lì, quasi a interporre una barriera simbolica fra la bacchetta e la carne.
Ma vi è un ulteriore elemento che rende questa tradizione particolarmente suggestiva: il rapporto fra debolezza e forza.
Da una parte troviamo due capelli, fragilissimi e quasi privi di consistenza; dall’altra una bacchetta o una ferula impugnata dall’autorità del maestro. Eppure, all’interno della narrazione popolare, il rapporto di forza viene completamente capovolto.
Il materiale più fragile diventa quello più potente.
Il capello ferma il bastone.
La piccola croce sconfigge la ferula.
Questa inversione appartiene pienamente alla logica del pensiero magico, nel quale l’efficacia di un oggetto non dipende dalla sua forza materiale ma dal potere simbolico che gli viene attribuito. Un filo, un nodo, un’erba, una pietra o un semplice segno possono diventare più forti di un’arma perché appartengono a un diverso ordine della realtà.
Per il giovane scolaro questa convinzione doveva possedere anche un evidente valore psicologico. Di fronte a una punizione inevitabile, egli riacquistava attraverso il rituale una forma di controllo sulla situazione. Non poteva impedire al maestro di alzare la bacchetta, ma poteva convincersi di possedere un segreto capace di neutralizzarla.
La magia diventava così una forma elementare di resistenza.
Non è probabilmente casuale che simili credenze circolassero proprio tra bambini e adolescenti. Il folklore infantile ha sempre sviluppato un proprio repertorio di formule, gesti e rituali segreti, spesso sconosciuti o sottovalutati dal mondo degli adulti. Filastrocche, conte, giuramenti, scongiuri, formule per rendersi invulnerabili o per ottenere fortuna appartengono a una cultura parallela che viene trasmessa direttamente da bambino a bambino.
Il rituale dei capelli in croce potrebbe dunque essere interpretato anche come parte di questa cultura sotterranea degli scolari.
Un sapere segreto condiviso tra compagni.
Qualcosa che il maestro, simbolo dell’autorità, non avrebbe dovuto conoscere.
Alla preparazione materiale del rituale poteva inoltre accompagnarsi l’uso della parola. Nelle tradizioni magico-popolari italiane, infatti, il gesto raramente agisce completamente da solo. Molto spesso esso viene rafforzato dalla recitazione di una formula, una preghiera o uno scongiuro.
La parola rituale ha il compito di dichiarare ciò che deve accadere.
Non descrive semplicemente un desiderio: lo trasforma simbolicamente in realtà.
Dopo una lunga ricerca possiamo riportare uno scongiuro collegato all’esorcismo dei capelli in croce:
«Croseta de pelo, scampa ‘l dolòr,
fèrma ‘l bastòn, fàl vegnir fròi.
Colp no ‘l me toca, piàs no me sfiora,
croseta santa, tienme fòra.»
La formula possiede la struttura tipica di molti scongiuri popolari. L’oggetto magico viene innanzitutto chiamato direttamente: «Croseta de pelo». Non si tratta più semplicemente di due capelli sovrapposti, ma di un’entità rituale dotata di una propria funzione.
Segue immediatamente il comando: «scampa ‘l dolòr», allontana il dolore.
La croce deve quindi fermare il bastone e renderlo inefficace. Il verbo non esprime una speranza, ma un ordine. È questa una caratteristica ricorrente dello scongiuro magico, nel quale l’operatore non supplica necessariamente una forza superiore ma prescrive simbolicamente ciò che deve avvenire.
Particolarmente significativa è la conclusione: «croseta santa, tienme fòra».
La piccola croce di capelli viene esplicitamente definita «santa», mostrando chiaramente quella sovrapposizione tra cristianesimo popolare e pensiero magico che caratterizza una parte considerevole della tradizione folklorica italiana.
La formula e il gesto costruiscono insieme una piccola macchina simbolica.
Il capello rappresenta la persona.
La croce produce la protezione.
La mano identifica il luogo sul quale agire.
La parola ordina al dolore di rimanere lontano.
Il bastone, infine, rappresenta la forza esterna che deve essere neutralizzata.
In pochi secondi viene così realizzato un rituale completo, dotato di materia, gesto, simbolo, parola e finalità.
Ed è forse proprio questa semplicità a rendere l’esorcismo dei capelli in croce particolarmente affascinante.
Non abbiamo davanti elaborati cerimoniali o pratiche eseguite da guaritori, streghe o specialisti del sacro. I protagonisti sono semplicemente dei bambini seduti sui banchi di scuola, intenti a costruire con due capelli una piccola difesa contro il mondo degli adulti.
Dietro quel gesto ingenuo, tuttavia, si nasconde un principio antico quanto la magia stessa: la convinzione che un segno correttamente formato possa modificare il corso degli eventi.
Due fragili capelli, incrociati sul palmo di una mano, diventavano così uno scudo.
E davanti alla bacchetta sollevata dal maestro lo scolaro poteva forse trovare, almeno per qualche istante, il coraggio di credersi invulnerabile.




Lascia un commento