Torino città Magica

di Andrea Romanazzi

Questo dossier ha lo scopo di argomentare su quella che, a giusta ragione, può essere considerata, utilizzando le parole di De Chirico, “la città più profonda, la più enigmatica, la più inquietante non solo d’ Italia, ma di tutto il mondo.” Stiamo parlando della città dei “quattro fiumi”, il Po, la Dora, la Stura e il Sangone: Torino, da sempre meta di maghi, guaritori, profeti ed alchimisti come Paracelso, Nostradamus, Cagliostro e Gustavo Rol, solo per citarne alcuni.

Nelle leggende metropolitane è indicata come terzo vertice di due triangoli magici, uno “bianco”, insieme alle città di Lione e Praga, ed uno “oscuro” legato a San Francisco e Londra. Cosa c’è di vero in tutto questo? Tralasciando gli enigmi più noti su cui sono state scritte migliaia di pagine, ecco un dossier per scovare i più curiosi misteri del capoluogo sabaudo. Iniziamo il nostro viaggio. La vocazione magica torinese viene riscoperta tra il 1700 e il 1800 ma è davvero molto antica. I primi misteri sono proprio associati al mito della fondazione. Furono i Taurini, un gruppo celto-ligure a fondare, attorno al III secolo a.C. , la città chiamata a quel tempo Thaurisia, Thauriscia o Taurasia. In realtà l’etimologia, che ricorda il toro, deriverebbe invece da “thor” che, nelle lingue celtiche significa “collina”, e dunque “città dei monti”. Nel 29 a.C. la città divenne poi un castrum romano con il nome di Augusta Julia Taurinorum. In latino, taurus significa toro, da qui poi l’errata traduzione.
Esistono però miti di fondazione molto più misteriosi. La tradizione narra infatti che nel 1529 a.C. il principe egiziano Fetonte, per altri noto come Eridano, insieme al figlio Ligurio, partì dall’Egitto verso l’Italia per creare un nuovo regno. In realtà questa ipotesi, per quanto possa apparire improbabile, ha un fondamento storico-bibliografico, seppure tardo, infatti nel trattato ,”Historia di Torino” del 1679, l’autore, Emanuele Tesauro, Gesuita piemontese e precettore sabaudo, narra come il capoluogo piemontese sarebbe stato fondato appunto da Eridano, fuggito dalla sua patria a causa di divergenze con i sacerdoti detentori del potere. Dopo aver costeggiato il Tirreno sarebbe così sbarcato in Liguria, terra il cui nome deriverebbe appunto dal figlio di Eridano, Ligurio, e da qui sarebbe giunto fino all’attuale sito di Torino il cui fiume, chiamato poi appunto Eridano, e solo successivamente divenuto Po, dal termine celtico Padus, ricordava il più maestoso Nilo. Nasceva così il borgo “del Toro”, ovvero dedicato al culto del dio Api e della dea Hator dalla forma taurina.
“…Eridano, principe egizio, avido di gloria e di nuovi imperi costeggiò tutta la spiaggia del mar Tirreno, conquistando tutto il tratto de Marittimi Gioghi dalla Marca al Varo, chiamollo dal nome del suo figliolo, Liguria alpestre…sopra la sponda del Po fondò questa colonia, fra le altre singolarmente honorata. Prendendo spunto dal suo Api, adorato in Egitto per patrio nome sotto sembianze del Toro, dal nome stesso le diede le insegne e il nome…” (Della Historia dell’Augusta città di Torino)
Il mito di Eridano non è però l’unico che collega la città all’Egitto. Vari documenti di epoca romana confermano la presenza nella città di culti isidei ed osiridei. Da allora il legame con l’Egitto non si sarebbe più spezzato, ed infatti oggi la città ospita il più grande Museo egizio al mondo dopo quello del Cairo (Fig.1). Tornando al mito di fondazione, un’altra leggenda vuole la città fondata da Fetonte. Il mito di Fetonte è vago e un po’ confuso. Per alcuni sarebbe lo stesso Eridano, per altri studiosi, riferendosi alla mitologia greca, Fetonte sarebbe invece figlio di Apollo, dio del Sole, e della ninfa Climene. Preso in giro per la sua presunta discendenza, per dimostrare ad Epafo che Apollo fosse veramente suo padre, lo pregò di lasciargli guidare il carro del Sole; ma, a causa della sua inesperienza, perdette il controllo del cocchio che trasportava il Sole e Zeus, per evitare che l’intera terra bruciasse, scagliò un fulmine contro di lui, che così precipitò alle foci del fiume Eridano. Secondo alcuni studiosi, anche se ovviamente si tratta di una leggenda urbana, il punto preciso ove cadde Fetonte è sito nel parco del Valentino, proprio dove oggi si trova la Fontana dei Mesi.
“Hic situs est Phaethon, currus auriga paterni, quem si non tenuit, magnim tamen excidit ausis” “Qui giace Fetonte, auriga del cocchio di suo padre; e anche se non seppe guidarlo, egli cadde tuttavia tentando una grande impresa”

Torino tra Eretici e Streghe….
Celti o egizi dunque, e poi romani, senza dimenticare il passaggio di Carlo Magno, re Lotario, nonchè Ponzio Pilato che, si dice, abbia dimorato nelle Torri Palatine. Con simili origini e trascorsi Torino non poteva non essere un luogo magico e mistico, ma anche stregonesco ed eretico come dimostra la costante ed abbondante presenza di Catari e Valdesi. Chieri, ad esempio, città a pochi chilometri da Torino fu un importante feudo cataro. In realtà, almeno agli inizi dell’anno Mille non c’era grande distinzione tra stregoneria ed eresia. Rodolfo il Glabro scriveva, riferendosi agli eretici, “…Essi si adunano certi notti in una casa designata, ognuno con una lampada in mano, e cantano sotto forma di litania i nomi del diavolo, fino a che improvvisamente vedono scendere il demonio stesso in mezzo a loro sotto forma di una bestia. Subito spengono tutti i lumi e si abbandonano a un’orgia. Ciascuno afferra la donna che gli capita e ne abusa, senza badare se si tratta di sua madre, sua sorella o una religiosa. Il figlio di questa orgia, l’ottavo giorno successivo la sua nascita, viene bruciato su un gran fuoco e le ceneri raccolte e conservate con la stessa devozione che i cristiani portano al corpo di Cristo…”. Appare evidente come la accuse di stregoneria e di eresia si interscambino immagini e credenze. La stregoneria dunque si inizia a mescolare così all’eresia e le Masche, nome locale per indicare le streghe, in realtà curandere o seguaci dell’Antica religione Pagana, furono trasformate in eretiche ed amanti del demonio.
Terra di streghe dunque, o meglio come già detto di masche! Il termine sarebbe per alcuni di origine spagnola ed in particolare derivante da mascar, cioè masticare. Secondo altri studi invece deriverebbe da “anima di morto”, e quindi legato alla tradizione della caccia selvaggia diffusissima su tutto il territorio alpino, oppure potrebbe derivare da un geograficamente lontano termine arabo, masakha, cioè “trasformare in animale”. Secondo noi in realtà il termine ripropone ancora una volta il legame di strega-maschera, il travestimento rituale che comporta la trasumanazione nel sabba, il momento in cui avveniva il conciliabolo stregonesco. Volendo elencare solo i luoghi del sabba più vicini a Torino, la cerimonia pagana si svolgeva nella valle Anzasca, ove le streghe si radunavano sotto le sembianze di mosconi, insetto forse scelto per la sua assonanza fonetica con il termine masca, o era tenuto presso il Roc Neir nelle valli di Lanzo. A Carignano in passato esisteva un ponticello detto “delle masche” come testimonia il Bona Gian Piero in Pic-nic col diavolo “…A Carignano, dove nacqui, vi è una passerella di pietre in rovina che congiunge le sponde d’erbe putrefatte del Po…”; mentre a Cortevicio si trova una rocca chiamata “ballo delle streghe”, luogo di riunione delle masche di Chieri.
Per tamponare la crescita esponenziale della stregoneria, ma in realtà dei moti valdesi, catari e più ingenerale eretici provenienti da oltralpe, a Torino e in tutto il Piemonte prese piede l’Inquisizione. Nel 1257 si stabilisce definitivamente nella Chiesa di San Domenico in via Bellezia (Fig.2). La Chiesa divenne così sede del Tribunale e delle carceri mentre le pubbliche esecuzioni e i roghi erano invece tenuti nell’attuale Piazza Castello (Fig.3). La memoria dei fuochi in realtà è rimasta, anche se con scopi molto differenti. Ogni 23 Giugno viene acceso nella Piazza un enorme falò per festeggiare il Solstizio di Estate ed ottenere pronostici. Se infatti la pira consumata cade verso Porta Nuova i successivi dodici mesi saranno propizi ed abbondanti per la città e i suoi abitanti. Ai piedi della Torre inoltre, tra via Milano e via Corte d’Appello, c’era una pietra chiamata il masso dei falliti. Qui venivano portati i debitori insolventi che, dopo un breve processo, si facevano sbattere più volte con il sedere nudo su questa pietra con lo scopo di affliggergli un dolore che avrebbe simulato il loro “crack” finanziario. Tornando ai processi, in realtà l’Inquisizione torinese non fu tra le più rigide. Comunque si contano almeno 80 condanne capitali. Per rimanere a Torino, troviamo, ad esempio, nel 1388 quella di Antonio Galosna, eretico chierese, che, sottoposto a torture confessò, di aver partecipato più volte a sabba demoniaci. Un altro interessante processo fu quello svoltosi a Torino contro una strega locale nota come Bilia la Castagna, addirittura considerata lei stessa “Erodiade”. A tutti quelli che volevano partecipare al sabba “…offriva una bevanda, quando sedea alla mensa, era un liquido ripugnante, e se qualcuno ne bevea molto gli veniva aria dai visceri, tanto che uno di loro ne rimase quasi morto…si dicea che Bilia tenesse sotto il letto un grande rospo nutrito con carne, pane e formaggio…interrogato su quali fossero gli ingredienti di quella bevanda rispose che sia fatta con sterco del rospo e che la donna fu accusata perchè bruciava peli inguinali e capelli suoi presi dal pettine”. Solo nel gennaio del 1799 tutti i tribunali dell’Inquisizione del Piemonte vennero aboliti da un decreto sabaudo.

….Alchimisti, Magnetizzatori e Spiritisti
Con il passare del tempo Torino muta la sua immagine, da città eretica e demoniaca, diviene ben presto una Torino “iniziatica”, visti i numerosi maghi ed alchimisti avvicendatisi tra le sue mura. Si narra che questi fossero alla ricerca della famosa grotta alchemica che la tradizione vuole essere stata realizzata da Carlo Emanuele I, re e alchimista, nel sottosuolo della città. Per alcuni sarebbe posizionata proprio sotto l’ingresso di Palazzo Reale, ovvero sotto le statue dei due Dioscuri, Castore e Polluce (Fig.4). Secondo alcune leggende metropolitane questo sarebbe il cuore bianco della città, tanto è vero che può capitare di vedere dei turisti fermi tra le due statue proprio con lo scopo di ricaricarsi di energie positive. Per altri la grotta alchemica sarebbe posizionata nel sottosuolo tra piazza Castello e i Giardini Reali. Dal cuore bianco a quello nero, ovvero Piazza Statuto. Ecco che il viaggiatore che raggiunge tale luogo viene subito colpito dall’imponenza della fontana angelica. Come ogni costruzione di Torino anche questa ha il suo significato esoterico. Le due statue, raffiguranti l’Inverno e l’Autunno rappresenterebbero invece i guardiani delle colonne d’Ercole, Boaz e Iachin, rappresentanti, rispettivamente, l’ignoranza e la conoscenza. In realtà il vero cuore nero, per alcuni uno degli ingressi per l’Inferno, sarebbe posizionato sotto la statua commemorativa per l’apertura del Frejus, sormontato dal “genio della scienza” che, nelle leggende popolari si è trasformato in Lucifero. Quasi di fronte a tale scultura si trova poi un piccolo giardino con al centro un obelisco da cui passerebbe precisamente il 45° parallelo.
Magia Bianca e Nera dunque, ma soprattutto molti, moltissimi maghi. Uno dei primi a far visita a Torino è Nostradamus, al secolo Michel de Nostredame o Miquèl de Nostradama astrologo, medico, noto più che altro per il suo famosissimo testo Le Profezie, ovvero Centuries et prophéties (1555), le famose quartine in rima che, in maniera criptica, conterrebbero le vicende del mondo. Ebbene nel 1556 Nostradamus abitò a Torino. Il noto mago ed astrologo francese, secondo la leggenda, venne convocato nella città sabauda per curare la sterilità della duchessa Margherita di Valois, moglie del duca Emanuele Filiberto. La donna, grazie all’utilizzo di un non meglio identificato “olio virile” di origine islamica, riuscì a dare alla luce Carlo Emanuele. Il luogo dell’abitazione, in realtà oggi abbattuta, si troverebbe in via Lessona 68, indirizzo di Villa Morozzo. Qui, murato, in ricordo dell’evento, troviamo una curiosa targa che riporta la seguente scrittura:

l556
NOSTRE DAMVS ALOGE ICI
ON IL HA LE PARADIS LENFER
LE PVRGATOIRE IE MA PELLE
LA VICTOIRE QVI MHONORE
AVRALA GLOIRE QVI ME
MEPRISE OVRA LA
RVINE HNTIERE

Ovvero

Nostradamus alloggia qui
dov’è il Paradiso, l’Inferno, il Purgatorio
Io mi chiamo la Vittoria
chi mi onora avrà la gloria
chi mi disprezza avrà la completa rovina.

Nostradamus è però il primo di una lunga serie di maghi che frequentarono la città. Tra il 1760 e il 1769 si aggirò per Torino l’alchimista Giacomo Casanova che nei suoi diari scriveva “fra le città d’Italia, Torino è quella nella quale il bel sesso ha tutti i fascini che l’amore gli può desiderare, ma la polizia qui è più fastidiosa che altrove.” Si narra che tra le tante donne da lui conosciute ci furono anche delle streghe, le famose masche di Rivara che gli rivelarono la composizione di alcuni elisir d’amore. Nel 1788 fu Cagliostro a giungere a Torino dove svolse attività di taumaturgo e massone. Da Cagliostro a Mesmer il passo è breve. Massone, studioso di esoterismo e degli scritti di Paracelso, nonché maestro di Giuseppe Balsamo, meglio noto appunto come Cagliostro che nel 1785 prenderà proprio il posto di Mesmer come guaritore di corte, sosteneva che il funzionamento dell’organismo umano fosse garantito da un flusso energetico e che le malattie e disfunzioni sarebbero perciò dovute a blocchi o difficoltà di scorrimento di questo flusso che secondo le sue teorie doveva essere in armonia con quello universale. Nasce così il Magnetismo Animale ovvero l’Arte di accumulare e concentrare un fluido energetico per poterlo poi trasmettere a cose o persone al fine di arrivare ad una guarigione del disequilibrio energetico che si può in essi generare. Non è questa la sede per approfondire il tema del magnetismo animale, mi interessa più che altro approfondire la sua presenza e diffusione a Torino. Il magnetismo in Italia si sviluppa essenzialmente in due direzioni, l’una spettacolare, nei teatri, come il Teatro Scribe di Torino, l’altra terapeutica, nei gabinetti dei singoli magnetizzatori. Non è facile in realtà distinguere perfettamente tra le due tipologie dato che si mischiavano e fondevano l’una nell’altra. Magnetizzatori e sonnambule erano diffusissimi in via Roma, in via XX Settembre e in via Po, dove troviamo, ad esempio, lo studio di Giuseppe Bertinucci il cui “gabinetto” si trovava proprio ad angolo via Rossini. Era invece al Teatro Scribe, nella odierna via Verdi angolo Montebello, noto come Teatro di Torino che si esibivano i più importanti magnetizzatori come Francesco Guidi. Molti sarebbero i nomi da citare, in questa sede ci vogliamo soffermare su un curioso personaggio, Vans Clapiè, mercante di stoffe provenienti da Oriente ma che si occupava però anche di magnetismo, molto in voga, appunto, a Torino in quel periodo. Vans Clapiè abitava al terzo piano in Via dei Mercati, al numero 9, in quella che oggi è conosciuta come “Casa del Romagnano”, o “Casa del mago”. Si narra che nel 1854 Vans avesse predetto lo sbarco dei Mille, nonché l’ora e il giorno esatto della morte di Cavour. In realtà prediceva quasi sempre eventi tragici e sgradevoli. Annunciò ad esempio la caduta di un balcone in via Dora Grossa (adesso via Garibaldi). Il crollo avvenne davvero e per poco un venditore ambulante non ci rimise la vita. La colpa fu data proprio a Vans Clapié, che, secondo l’uomo, gli aveva fatto il malocchio. Come ogni “Cassandra” la preveggenza non gli portò bene. Il 16 ottobre del 1875 all’angolo di via Pietro Micca, il mago profetizzò dell’incendio di negozio. Il 28 ottobre successivo, la drogheria Tortora, sita in via Milano prese fuoco. La folla voleva linciare Vans, soprattutto dopo che la sua stessa casa andò a fuoco qualche giorno dopo in seguito ad un esperimento di magnetizzazione. Il mago fuggì via e scomparve nel nulla. Verso la fine dell’Ottocento il Magnetismo animale si lega indissolubilmente allo Spiritismo e a Kardec, colui che potremmo definire il “codificatore” di questa nuova corrente magica. Sulla scia del successo e della fama di Kardec a Torino fu fondata, nel 1864, la prima società spiritica italiana: la Società Torinese di Studi Spiritici che inizia a pubblicare anche un bollettino, “Annali dello Spiritismo in Italia” la cui direzione viene presa, nel 1865, da Vincenzo Scarpa, sotto lo pseudonimo di Niceforo Filalete, segretario del Conte di Carigliano e di Cavour. Tra gli avversori di tali pratiche troviamo a Torino Cesare Lombroso, Esponente del Positivismo torinese e fondatore dell’antropologia criminale. Il Lombroso aveva il suo studio operativo contro delinquenti, sonnambule ed ipnotizzatori in via Legnano, 26 e successivamente in via Po. Da vero positivista assolutamente credeva nella falsità di tali fenomeni, e diviene perito nel famoso processo a Torino contro i magnetizzatori.
Dopo essersi fortemente opposto a tutte la pratiche magiche, verso gli ultimi anni della sua vita si avvicinòcuriosamente allo Spiritismo. Con il libro del 1909 Ricerche sui fenomeni ipnotici e spiritici, Lombroso abbandona una visione strettamente materialista e comincia a credere al soprannaturale. La svolta sarebbe avvenuta a causa di un curioso fenomeno che si manifestava in una cantina sita al numero 6 di via Bava. Molti testimoni affermavano di udire strani rumori di piatti e bicchieri che, da soli, si andavano a schiantare contro i muri. Lombroso decise, per smascherare il trucco, di farsi chiudere dentro per una notte. In realtà al termine della stessa egli stesso affermò di aver visto realmente dei bicchieri che levitavano prima di rompersi. I fenomeni, che oggi chiameremmo di poltergeist, terminarono una volta licenziato il giovane garzone dell’osteria sita sopra la cantina. Lombroso iniziò a pensare ci potesse essere qualcosa di vero ne paranormale e si converte allo Spiritismo. Successivamente, convinto da un medico napoletano, Ercole Chiaia, Lombroso, nel 1891, partecipa ad una seduta con la medium Palladino. Si trattava di una donna napoletana dotata, a detta dei più, di un fluido energetico capace di evocare ectoplasmi e/o dialogare con i defunti. Ebbene il Lombroso fu così convinto dei poteri della Palladino da affermare di essere “…molto vergognato e dolente di aver combattuto con tanta tenacia la possibilità dei fatti cosiddetti spiritici…”. Secondo i suoi familiari negli ultimi anni della sua vita l’Antropologo si sarebbe ammalato di esaurimento senile e/o addirittura sarebbe stato plagiato da Eusapia Palladino. Ciò che resta dei suoi studi è stato raccolto nel curioso e un po’ macabro Museo di Antropologia Criminale dedicato proprio al Lombroso dove sono conservate le ossa, i calchi di cera dei briganti, i teschi sui quali effettuò le numerose autopsie da lui studiati alla ricerca della fossetta occipitale, ovvero di un’anomalia nelle ossa craniche che, secondo il criminologo, doveva essere alla base della devianza criminale, nonché i resti dello stesso Lombroso conservati in formalina. Un’altra figura di spicco della Torino magica è la famosa esorcista Enrichetta Naum. Unica donna esorcista, non ben vista ovviamente dalla Chiesa, abitava al secondo piano dell’edificio numero 6 di via Cappel Verde. Moltissimi furono, a detta degli assistiti e dei loro familiari, i casi di esorcismo da lei guariti. Si narrava che pronunciasse frasi e formule in latino e altre lingue sconosciute di cui neanche lei diceva di conoscere il significato. I vicini raccontavano che dalla sua casa provenivano sempre forti rumori: si narrava che lottasse ogni notte contro il diavolo e, proprio per questo, fu costretta a trasferirsi in un edificio in via Porta Palatina, oggi l’attuale via Garibaldi. La donna scomparve nel 1911, nei giorni della Grande Esposizione di Torino. Enrichetta però non era l’unica donna dagli strani poteri che viveva a Torino. Mario Giorda, in un suo saggio, narra la storia di Sina Bavastro, una erborista e cartomante vissuta a fine Ottocento. Anche di questa donna si perdono ad un certo punto le tracce proprio come nel caso di Enrichetta, dopo essersi trasferita dal vicolo di Santa Maria, sua prima abitazione, nel quartiere di Porta Palazzo. Alcuni affermavano che addirittura la famiglia reale si recasse da lei per acquistare la famosa “acqua di luna”, ovvero un’acqua che la donna esponeva, in varie tinozze e bacinelle, al plenilunio insieme ad un po’ di mirra. La Sina affermava che tale ritrovato poteva guarire da ogni male, ed era così popolare che le bottigliette andavano esaurite molto prima del successivo plenilunio il che fece nascere anche una sorta di prenotazione.
Il miracolo eucaristico
A Torino non mancano i miracoli. Nel centro storico della città è presente una antica chiesa nota come Corpus Domini. E’ qui che nel 1453 avvenne un curioso miracolo. Secondo la tradizione, durante la guerra tra il Delfinato e il Ducato di Savoia, la città di Exilles venne saccheggiata da truppe armate francesi e tra gli oggetti trafugati, fu portato via dalla chiesa del paese anche il Santissimo. Raggiunta però la città di Torino per rivendere la refurtiva, il mulo che la trasportava si fermò ostinatamente davanti alla chiesa di San Silvestro. Buttatosi a terra fece rovinosamente cadere gli oggetti rubati tra cui la sacra ostia che, però, non toccò terra, ma si librò per lungo tempo nell’aria splendendo come un piccolo sole. Alla notizia il Vescovo Ludovico da Romagnano accorse e raccolse l’ostia in un calice che inizialmente fu depositato al Duomo e successivamente nella chiesa del Corpus Domini successivamente realizzata. All’interno è ancora oggi possibile vedere il luogo dove il punto preciso dove avvenne il miracolo.
Un breve Ghost Tour
Nella capitale italiana dello spiritismo non potevano mancare demoni e fantasmi. Ecco dunque un breve gosth tour per gli amanti del “brivido”. In via XX Settembre apparirebbero di tanto in tanto le anime di una coppia morta nel 1861 in seguito ad un incendio, mentre in via della Basilica apparirebbe, ogni 10 del mese il fantasma di una donna che si narra essere stata una medicona locale. In via San Francesco da Paola, invece, apparirebbe il fantasma della “bella cappellaia”, una donna ghigliottinata perché aveva tradito ed ucciso il marito. Anche le Chiese non sono esenti da apparizioni. Nella cripta del Duomo talvolta apparirebbe il duca longobardo Garibaldo, mentre nella Chiesa del Monte dei Cappuccini apparirebbe di tanto in tanto il fantasma di Filippo San Martino d’Agliè, consigliere di Madama. Sarebbe invece Sant’Orsola a guidare dal Monviso a Superga 11.000 vergini fantasma che subirono il martirio. La leggenda vuole infatti che Orsola, figlia di un re bretone, fosse stata concessa in sposa ad un re pagano di nome Aetherius, con la promessa che si sarebbe convertito alla fede cristiana. Partita così con undici nobili fanciulle (che diventeranno successivamente undicimila vergini per un errore di trascrizione dell’iscrizione di cui sopra) durante il suo cammino incontrò l’orda degli Unni di Attila che le violentarono ed uccisero. Se invece dei fantasmi vogliamo incontrare gli esseri fatati, definiti spesso “piccolo popolo”, non c’è che l’imbarazzo della scelta. La maggior parte di loro la tradizione vuole essere presenti nelle tre valli valdesi in provincia di Torino: la Val Pellice, la Val Chisone e la Valle Germanasca. E’ qui che queste creature abitano le balme, delle piccole cavità create nella roccia utilizzate dai pastori come ripari naturali. Può poi capitare di incontrare il Guenillon di Loo, un piccolo folletto mandriano, vestito normalmente di rosso, che accompagna le mucche al pascolo, oppure il Barbaricciu, una sorta di folletto dalla barba caprina il cui unico scopo e spaventare i bambini.

Una Torino color Argento
Una città “magica” come Torino non poteva non essere protagonista nei film del regista thriller-horror più famoso d’Italia: Dario Argento. Il Maestro del Brivido afferma che per i suoi film Torino è “una città cinematograficamente perfetta”. Come potrebbe essere altrimenti. Dopo il primo film, L’uccello dalle piume di cristallo, girato a Roma, ecco che i successivi tre capolavori del Maestro sono girati, anche se non esclusivamente, a Torino. 4 mosche di velluto grigio, Il gatto a nove code, Profondo rosso, e, successivamente, dopo la parentesi horror, i più recenti Non ho sonno, La Terza Madre, Ti piace Hitchcock e Giallo. Sicuramente la location più famosa della città è Villa Scott, in Corso Lanza 57, costruita nei primi anni del 1900 e realizzata in stile liberty, molto apprezzato dal regista. In realtà la Torino “argentiana” è molto altro. Gli amanti del macabro-scaramantico, possono così recarsi al binario 17 della Stazione di Porta Nuova, progettata da Alessandro Mazzucchetti, dove viene assassinato, spinto sotto il treno, il dottor Calabresi nel film il gatto a nove code o recarsi alla casa dell’assassino di 4 mosche di velluto grigio, sito ad angolo tra Via Collegno e Via Duchessa Jolanda, detto l’”angolo liberty”. Portici e piazze diventano la cornice ideale per strane disquisizioni nei film di Argento. Ecco così che sotto i portici di piazza Castello, nel bar Mulassano, avviene la conversazione tra Tobias e il detective privato Arrosio nel film 4 mosche di velluto grigio. Non può mancare una visita alla Piazza CLN, accanto alla statua del Po avvengono infatti molti dialoghi tra Marc e Carlo, protagonisti del cult Profondo Rosso ed è su tale piazza che si affacciano le abitazioni dello stesso Marc e della sensitiva Helga Ullmam, il cui portone d’ingresso è in realtà un ingresso laterale della chiesa di San Carlo. Nel film non possono mancare cenni alla parapsicologia e ai poteri occulti. Quale migliore sede dunque per un Convegno sui sensitivi se non il Teatro Carignano! Una parentesi nella parentesi argentiana merita l’autore dei quadri presenti nel corridoio della casa della sensitiva Ulmam del film di Profondo Rosso. Appaiono lì infatti i lavori di Enrico Colombotto Rosso, artista surrealista torinese. Sgarbi, in “Surrealismo Padano” lo definisce “…Il più visionario, il più turbinoso, disperatamente solitario, luciferino….puro spiritualista estraneo a ogni contaminazione con la realtà, in nome di un aristocratico distacco di una pittura dell’anima nella quale, come spiegava Bataile, c’è spazio anche per il male, per gli abissi dove l’uomo rischia di perdersi senza possibilità di riscatto…”. Enrico Colombotto Rosso nasce a Torino (con il fratello gemello Edoardo) il 7 dicembre 1925 da madre toscana e padre ligure. Diventa subito uno dei protagonisti di spicco dell’ambiente pittorico torinese proponendo un’arte complessa, oscura, i cui soggetti, espressioni di morte e deformità, sono fortemente influenzata dagli ambienti tristi e plumbei della Torino del primo Novecento e dalla sua passione per il macabro. Le sue opere diventano una esposizione di drammi e terrore, di un mondo orrori fico e surreale che ha colpito numerosi critici incuriositi dal mistero che si cela dietro la sua opera: un realismo visionario che sprofonda l’osservatore in un tuffo verso l’ignoto. Numerose sue opere si trovano esposte a Villa Vidua di Conzano, nella sala consigliare del comune di Camino e al Deposito Museale di Pontestura dove ha lasciato più di 150 opere storiche che formano una collezione museale unica.

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