Il Rituale del “Maggio” in Basilicata

di Andrea Romanazzi

In questo approfondimento ci soffermeremo su un’altra tradizione agro-pastorale legata alla fertilità e alla procreazione: il Maggio.

Il Frazer nel suo libro “Il ramo d’oro”, narra l’usanza, diffusa in Europa, di portare al villaggio un enorme albero per poi adornarlo con i frutti della terra, animali e piante, come ringraziamento alla divinità. Così ogni quattro anni in Beozia si celebrava la festa delle Piccole Dedale, in onore del famoso costruttore del labirinto di Crosso. Durante questa festa gli abitanti del luogo si recavano in una foresta di querce vicino il borgo di Platea e qui deponevano ai piedi degli alberi pezzi di carne bollita. A causa di questa offerta erano attratti sul luogo una moltitudine di uccelli che iniziavano a beccare e a mangiare queste carni, finchè non veniva avvistata una cornacchia.

Era questo uccello che veniva così seguito fino al suo appollaiarsi su una quercia: era questo il segno.

Gli uomini la seguivano e abbattevano l’abero  che in tal modo era stata indicata per poi realizzarne una statua portata solennemente su un carro trainato da buoi fino al fiume Asopo.

E’ ancora una volta il tema del dendromorfismo, il dio che si rende immanente esso stesso nella pianta. In realtà la spiegazione a tale rituale potrebbe risiedere in un antico mito greco narrante le avventure amorose di Zeus. Questi infatti, per far ingelosire Hera, le annuncia di voler sposare la ninfa Platea, figlia di Asopo. Così il dio abbatte un albero, ne fa una statua dalle sembianze femminili e la veste da sposa. Ingelosita, subito Hera si reca sul luogo, strappa il velo alla sedicente donna e scopre l’inganno. E’ così ancora una volta il mito stesso a svelarci l’arcano enigma, la storia così narrata sembrerebbe riproporre il tema del matrimonio arboreo, della sposa-albero a cui Zeus si accoppia per assicurare la novella fertilità.

Tradizioni simili le ritroviamo nell’area nordico-celtica ove il culto arboreo era molto diffuso, e ancora tra i romani durante i “floralia”, festività che si tenevano nelle Calende di Maggio, quando, dopo canti e balli, si propiziava l’abbondanza con rituali a sfondo orgiastico, usanze che ancora ritroviamo nell’Inghilterra del 1500 e che tanto facevano scandalizzare i Puritani.

Esistono poi documenti datati XIII che attestano in Sassonia l’uso da parte di giovani ragazzi di andar “…nei boschi a cercare il maggio e li drizzavano in piedi davanti alle porte delle case o delle stalle, o addirittura dentro le stanze. I Giovani drizzavano questi maggi davanti alle stanza delle amate. Oltre a questi maggi, uno per ciascuna casa, se ne portavano uno grande in solenne processione al villaggio e si erigeva nel centro di esso o nel mercato della città…Per solito l’albero veniva spogliato dei rami e dele foglie, ne rimaneva la corona, su cui venivano poste, oltre ai nastri e alle stoffe variopinte, una quantità di cose da mangiare come salsicce, dolci e uova…[1]

La Tradizione del “Maggio” in Italia”

La tradizione è fortemente radicata in tutto il folklore italiano,  così nel bresciano, ad esempio, e in particolare a Ponte Nova, in Val Seriana, vi è la tradizione di portare nel centro del paese un abete che viene addobbato con frutta e fiori dalle fanciulle e portarlo sul monte vicino ove resterà fino a Giugno allorquando verrà arso, mentre nel viterbese, a Vetralla, l8 Maggio ecco che dal vicino bosco di Montefogliano vengono scelti due alberi, la sposa era rappresentata da qua quercia, lo sposo da un cerro.

A Gualdo Tadino, in provincia di Perugia, invece, tradizione vuole che il primo Maggio vengono tagliati due enormi pioppi che poi sono legati creando un altissimo palo alzato nella piazza del paese. Le più suggestive feste del Maggio, però,  sono quelle che si tengono in Calabria e Lucania

Ricordo degli antichi culto di divinità vegetazionali come Silvano, la cui venerazione è attestata a Grumento fino in epoca romana.

Particolarmente note sono così le feste lucane di Oliveto Lucano, ove il 16 Settembre si da vita ad una cerimonia simile dedicata a San Cipriano, e di Pietrapertosa, Castelmezzano o ancora Castelsaraceno ove la festa si svolge nelle due domeniche precedenti la festa dei patrono Sant’Antonio da Padova. Usanza simile è testimoniata poi nell’opera di Filippo Girelli, “Il Regno di Napoli decritto ed illustrato” a Rotonda ove “…nel dì al santo Patrono sono usi i rotondesi di piantare un maestoso albero di abete che, reciso nella montagna verso il Pollino, trasportano ed ergono a grave stento…”. Ancora ad Avigliano  un albero, chiamato “mascio” è piantato sul Monte della Madonna del Carmine  e a Sant’Angelo in Lucania ove il 7 Maggio, viene tagliato un pioppo dal bosco di Orsoleo per poi portarlo nel borgo ed adornarlo come albero della cuccagna.

Il “Maggio” di Acettura

La festa del maggio però in assoluto più nota nella regione è quella del borgo di Accettura, ove la tradizione vuole, in quest’ultimo caso, il taglio, dal bosco di Gallipoli Cognato, della “cima”, un agrifoglio, simbolo dell’elemento femminile, che poi sarà trasportato nel paese e posto sulla testa del “maggio”, simbolo priapico maschile. Quest’ultimo invece deve essere tagliato tra il più alto fusto del bosco di Montepiano, perché ancora oggi, nella comune credenza popolare è che negli alberi più grandi e maestosi risieda lo spirito del bosco, l’ancestrale nume vegetazionale.

Ancora oggi il rituale del taglio ricorda gli ancestrali culti vegetazionali. Gli uomini infatti userebbero massima cautela durante questa operazione proprio per non portar sofferenza alla pianta.

…I colpi di scuri e il movimento degli tronconi si succedono con ritmo, in un clima di crescente tensione. Si avverte il significato rituale dell’operazione che si sta compiendo, quasi di sacrificio di un dio della vegetazione. L’albero, ritenuto animato, è oggetto, come una divinità, di deferenza e rispetto. Ogni danno recato all’albero si crede che porti sciagura sulla comunità…”[2]: è la vendetta del dio morente.

Davvero incredibili sono le prole con le quali il Bronzini continua a descrivere la scena, “…Quando il leccio sta per piegarsi ed è lì lì per cadere, alcuni massari, che hanno effettuato il taglio, appostati dietro ad altri tronchi vicini, simulano con lunghi e sommessi lamentosi urli l’agonia della pianta…”[3] è il pianto per il dio che muore, è il momento in cui si innesca l’atavica crisi umana.

Il tema non è certo e così ecco come su alcuni anelli ritrovati a Micene è raffigurata una donna che abbraccia un tronco e lo piange disperatamente mentre il taglialegna lo abbatte pian piano.

 

Ascolta boscaiolo, ferma il braccio

Legno non solo è quello che abbatti.

Non vedi il sangue sgorgare delle ninfe

Che vivono nei trochin dalla dura scorza.

Sacrilego assassino, se si impicca un ladro

Per un bottino di scarso valore

Quanto più meriti, o malvagio,

e ferro e fuoco e morte e patimenti.”[4]

L’uomo si rende colpevole del tremendo delitto di un dio e così piange e si dispera, nell’evolversi della tragedia, il suo lamento fa trasparire che non è stato lui a commetter l’impuro atto.

Su questo primievo “albero della cuccagna” vengono successivamente posizionati bigliettini augurali, mentre nel passato venivano appesi animali vivi e frutti, in modo da creare un vero e proprio albero della cuccagna. Testimonianza simile la ritroviamo a Potenza ove l’albero della cuccagna, chiamato Maio e piantato i 12 di Maggio in occasione di San Gerardo, in realtà altro non era che un palo altissimo, perfettamente levigato e insaponato, e che portava alla punta alcuni caciocavalli, prosciutto, formaggi, pollame,  in premio a colui fosse riuscito a raggiunger la sommità.

Oggi in realtà, ad animali, forme di formaggio ed altri generi alimentari siano sostituite delle targhette metalliche alle quali chiunque può sparare con un fucile ed assicurarsi l’oggetto colpito. In realtà il messaggio che si nasconde dietro questi spari tra le “fronde arboree” è un rituale propiziatorio e apotropaico, proprio come avveniva durante le feste nuziali o prima di una procella quando si sparava in aria per far fuggire ogni malefica entità.

Come però sempre avviene, culti pagani fortemente radicati nella tradizione popolare vengono poi assorbite, con un’operazione sincretica dalla religione Cristiana e trasformate in feste cristiane dedicate alla Vergine o a Santi.

Ecco così che il Maggio di Accettura è legato al culto di San Giuliano, mentre le imponenti manifestazioni primaverili del Maggio a Tricarico si svolgevano nel bosco della Madonna di Fondi.

Le donne dei paesi limitrofi scendevano dalle pendici del Vulture, con fiori, rose e biancospini tra i capelli, cantando “Maggi torna, maggi è ccà

“…sui carri arrivavano donne da Albano, da Pietrapertosa, da Campomaggiore, una folla di maniche bianche e denti bianchi, di panni rossi e labbra rosse, di occhi neri e di gonnelle nere…a frotte a frotte tenendosi per mano e a braccetto, o sollevando rami di querce, in larghe catene a lente ondate, cantando nell’aria tiepida…”.

Ad Avigliano l’albero è chiamato Mascio, legato alla festa della Madonna del Carmine “la croce, sorgente sulla palla dell’azzurra cupoletta, toccava quasi la stessa altezza del mascio, l’albero della cuccagna, che avevano trasportato, verde e fronzuto, ancora dalla vicina Abetina di Ruoti, in lieta orgia campestre, piantandolo, poi, liscio e levigato, al suone de’ pifferi famosi di Pescerutto, nell’opposta estremità della piazza, dove pure sogliono lasciarlo in piedi per tutto il periodo delle feste…

Mentre a Potenza la festa era legata alla Madonna della fonte nel cui bosco si effettuavano i festeggiamenti, nella prima domenica di Maggio, e dove, i novelli sposi facevan un pellegrinaggio a mo’ di viaggio di nozze.

[1]Bronzini G. B., Accettura, il contadino, l’albero, il Santo, Congedo Editore, Galatina, 1979

[2] Bronzini G. B., Accettura, il contadino, l’albero, il Santo, Congedo Editore, Galatina, 1979

[3] Bronzini G. B., Accettura, il contadino, l’albero, il Santo, Congedo Editore, Galatina, 1979

[4] Brosse J., Mitologia degli Alberi, Edizionu BUR

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