Vampirismo Archeologico e Strane Sepolture

di Andrea Romanazzi

Quando la resurrezione faceva Paura

“ Ogni Secolo, ogni Nazione, ogni paese ha le sue prevenzioni, le sue malattie, le sue mode, le sue inclinazioni, che formano il carattere di essa; passano e le une succedono all’altre, e spesse volte ciò chein un tempo è pauro mirabile diventa in un altro disperegevole e ridicolo”. E’ così che l’abate Calmet Agustin apre la sua “dissertazione sopra le Apparizioni dè spirriti, vampiri e redivivi”.

Da sempre la paura del diverso, dei defunti e soprattutto del loro “ritorno” hanno generato  l’esigenza della ricerca di rituali atti ad allontanare questi pericoli dalla comunità. La misteriosa e rapida morte di un uomo o di un incauto viaggiatore, caratterizzata da una patologia ben visibile come emorragie o deformazioni fisiche ha sempre colpito il primitivo. Molto spesso poi, queste strane morti erano solo il preludio di devastanti calamità che colpivano il villaggio e la comunità. Spesso si trattava di malattie fortemente infettive, tanto da generare a loro volta nuove morti in individui inizialmente sani che riproponevano successivamente la stessa patologia del primo “untore”. La morte di un membro della famiglia da tubercolosi, ad esempio, e la successiva apparizione dei segni dell’infezione agli altri membri della famiglia, era considerata una punizione divina o, peggio ancora, il ritorno del defunto che dunque, come untore, macchia del suo morbo gli altri esseri viventi. “Hanno creduto alcuni che queste persone non fossero veramente morte, ma fossero state seppellite vive e da sé medesime ritornassero naturalmente…altri credono coloro realmente morti ma che Iddio per una permissione loro permetta o comandi di ritornare…altri sostengono essere il Demonio che fa comparire costoro e per mezzo di essi cagiona tutto quel male” .

E ancora “Queste persone che ritornano il giorno o la notte travagliano i vivi, li fanno morire, si assidono a tavola con i suoi familiari, poscia ritornano nei loro sepolcri senza che si veda come ne sono usciti”.

Queste le paure che ancora attanagliano la società civilizzata nel XVI secolo. Per assicurare così al defunto una morte “simbolica” che garantisca la sua permanenza nell’aldilà, fin da epoca preistorica nascono tutta una serie di rituali apotropaici che affondano le loro radici nel profondo passato dell’uomo e che saranno i prolegomeni del rito funebre. In alcune culture bastava amputare alcune dita o strappare al morto un dente, una operazione che forse aveva lo scopo di lasciare un “varco” nella bocca del defunto in modo che la sua anima potesse allontanarsi, idea che ritroviamo ancora oggi nelle tradizioni popolari quando il sognare la caduta di un dente è considerato un brutto presagio.

Spesso il corpo veniva trafitto da un palo “Nam ferro fecui mox caput ejus Persodique nocens stipite corpus” o la testa veniva separata dal corpo tramite decapitazione in una procedura non solo primitiva ma che ritroviamo ad esempio nel XVIII-XIX secolo a Grinswold, nel Connecticut. Qui in un cimitero locale è stata ritrovata nel 1991 una tomba di un uomo di circa 50 anni affetto da tubercolosi. Si pensa che dopo diversi anni dalla sua morte altri familiari avessero contratto l’infezione facendo così pensare ad un ritorno del defunto che fu così riesumato e decapitato.

Rituali Apotropaici e Strane Sepolture nel Neolitico

In altri casi i cadaveri erano deposti a faccia in giù ad indicare la direzione da intraprendere, con  i piedi rivolti verso la porta di ingresso con i piedi nudi se uomo o le vesti sciolte se donna avvolti in stoffe o tappeti od inchiodati nel sepolcro. Spesso poi legati con delle corde o schiacciati da un masso, idea forse dalla quale deriva l’usanza della “lapide” moderna.

Lo strano simbolismo della pietra tombale che impedisce al morto di “ritornare” è presente successivamente nella cultura greca nel mito di Sisifo, figlio di Eolo e fondatore della città di Corinto.
La leggenda narra che l’astuto regnante avendo visto Zeus rapire la giovane Egina, racconta l’accaduto al padre Asopo in cambio di una fonte inesauribile per la sua città. La collera di Zeus non si fa attendere e così il Dio manda il genio della morte Thanatos a prelevare e punire Sisifo. Il sovrano, però, con astuzia, riesce a mettere in catene la divinità impedendo per un certo tempo di svolgere la sua funzione di morte sulla terra. Zeus successivamente libera il genio che ritorna così nel Tartaro trascinando con se l’eroe ma questi trova un altro stratagemma per salvarsi.

Ordina infatti alla moglie Merope di non dargli sepoltura in modo da avere il permesso dal regno degli inferi di ritornare sulla terra per ricordare vendicarsi della grave mancanza. Una volta di nuovo tra i vivi, però, decide di non tornare più nel mondo degli Inferi riuscendo ancora una volta a ingannare gli dei. Sarà Mercurio che lo recupererà per ricondurlo nel Tartaro ove lo attende una terribile punizione: Sisifo deve continuamente spingere un masso di marmo fino alla sommità di un colle ma qui, poco prima di giungere alla sommità, il masso gli sfuggiva sempre rotolando a valle.

“E poi Sisifo vidi, che spasmi orrendi pativa che con entrambe le mani spingeva un immane macigno. Esso, facendo forza con ambe le mani ed i piedi su su fino alla vetta spingeva il macigno, ma quando già superava la cima, lo cacciava indietro una forza. Di nuovo al piano così rotolava l’orrendo macigno. Ed ei di nuovo in su lo spingeva e puntava; e il sudore scorrea pei membri e via gli balzava dal capo la polvere”

E’ così la pietra funebre che lega indissolubilmente quelle che potremmo definire “strane sepolture”. Ecco che nel bacino del Mediterraneo ed in particolare a Cipro, sono state rinvenute strane inumazioni datate 7000-2500 a.C.. In una piccola tomba a fossa erano stati sepolti alcuni individui in posizione contratta e schiacciati da lastrone. Stesso rituale troviamo in un’altra sepoltura greca datata 1900-1600 a.C. in una strana continuità che a portato al ritrovamento di sepolture ben più recenti a Chalkidiki, in Grecia, ove il defunto era stato “inchiodato” al sepolcro attraverso un cuneo di bronzo o quella simile nel castello di Lamia.

Inumazioni simili, sono state ritrovate anche nell’area dell’Europa Centrale, come nel caso di una donna dell’età del Bronzo ritrovata in Inghilterra a Northempton. Il ritrovamento fu effettuato nel 1996 durante uno scavo di routine da parte dell’archeologo Andy Chapman.

Per poter stabilire l’età dello scheletro sono state analizzate le ossa con il carbonio-14 rivelando che la donna era dell’età del ferro, in un periodo attorno al 400 a.C.

Inoltre, dopo attenti esami in particolare sul cranio o sul bacino si capì che si trattava di una femmina, di una età attorno ai 20-30 anni dato che i denti non sono del tutto consumati. Si notò poi che nella parte più bassa della spina dorsale le articolazioni sono schiacciate a testimoniare il suo lavoro ripetitivo che generava una pressione sulla schiena tipica delle lavoratrici di campi.

Per prima cosa fu rinvenuto un teschio, poi venne fuori l’intero corpo, caratterizzato da una postura del tutto particolare e che ben richiama i casi precedentemente descritti. La donna era infatti adagiata sul fianco destro, con le braccia incrociate e giaceva con la faccia rivolta verso terra. Esaminando le ossa si evince che la strana posizione di sepoltura non deriva da una patologia ed inoltre non poteva essere stata sistemata in quel modo dopo la morte perché tra le 12 e 36 ore che subentrano dopo la morte subentra il rigor mortis, in questo lasso di tempo il corpo è rigido e pressoché inamovibile, dunque gli arti non possono essere spostati.

Altro particolare è la testa piegata indietro in una posizione decisamente scomoda e che fa supporre che fosse viva e si affannasse pere respirare quando fu sepolta.

Il rinvenimento, avvenuto in una zona folta di insediamenti agricoli, ha anche un’altra particolarità, infatti nell’età del bronzo tra i popoli celti era raro il seppellimento, il morto infatti veniva cremato e le sue ceneri disperse.

Ultimo particolare è il ritrovamento sul cadavere di una strana collana in piombo, simile ad un torques celtico, ma indossato al contrario. Anche in questo caso rinvenimento particolare dato che questo di NothHempton è l’unico corpo appartenente all’età del ferro in Inghilterra ritrovato con un collare indosso, forse un modo per a trattenere nella fossa lo spirito della donna affinché non tornasse a tormentare gli uomini.

Particolare importanza, poi, sono i rinvenimenti di alcune regioni dell’Olanda, Germania e Irlanda, preservati e trasformati in mummie dalle caratteristiche delle paludi di torba ove la mancanza d’ossigeno causa la scomparsa di quei batteri che causano la putrefazione del corpo.

Ecco così che nel museo di Hannover è conservato lo scheletro mummificato di una fanciulla di soli sedici anni che presenta ancora oggi, mummificata intorno al corpo, la corda di tre metri circa girata tre volte intorno al collo che è servita per strangolarla. Metà poi dei suoi capelli sono stati rasati in un rituale che incontreremo anche in altre zone europee.

Per alcuni studiosi si tratta di un sacrificio rituale, in realtà la scoperta potrebbe celare ben più macabri eventi. Infatti la ragazza, soffriva di una curvatura alla spina dorsale come evidenziato da esami ai raggi X della mummia e non doveva passare inosservata mentre camminava con la sua andatura zoppicante, anzi, doveva incutere anche un certo timore: doveva essere considerata una creatura demoniaca. Sarà stato proprio il suo essere diversa a condannarla a morte come capro espiatorio dalle carestie e dalle malattie che colpivano il villaggio.

Un’altra strana sepoltura è quella dell’uomo di Tollund, uno scheletro di circa 2400 anni fa mummificato in maniera perfetta dalla torba tanto da poter vedere le rughe attorno agli occhi e il pizzetto.

Il corpo è stato sepolto in posizione fetale, vestito esclusivamente da una cintura e  da un cappuccio di cuoio.ma la strana caratteristica è ancora una volta la corda intorno al collo.

Per molti l’uomo di Tollund è un dono sacrificale agli dei. In realtà alla luce di quanto detto potrebbe esserci un’altra la spiegazione. Infatti le analisi scientifiche hanno dimostrato che prima di essere gettato nella palude l’uomo venne impiccato.

Pochi dubbi riguardo alla sepoltura di una presunta strega sono invece dati dal corpo mummificato di una fanciulla di 14 anni ritrovato nel 1952 a Schleswig e oggi conservato nel museo della città.

La ragazza era dunque una giovanetta in età puberale e probabilmente vergine. Alla fanciulla, anch’essa deposta in posizione fetale, è legata una benda di cuoio intorno agli occhi. Questo potrebbe essere dunque un altro modo per impedire alla fanciulla di ritrovare la via per ritornare tra i vivi. Del resto non si trattava sicuramente di una ragazza comune, ma sicuramente di una sciamana o di una fattucchiera, idea confermata dal ritrovamento di un bastone di betulla tra le mani della fanciulla.

Anche lo stesso legname non è scelto a caso, ma la Betulla è un albero sacro in tutte le mitologie nordiche.

Al Museo Drends, in Olanda, troviamo invece una piccola mano mozzata di età medievale, parte di 4 sepolture ritrovate nella fossa.

Per alcuni si trattava di una uccisione a scopo di rapina, ipotesi scartata successivamente quando furono trovate delle monete che dunque escludono tesi di ladri. E’ stato trovato però nelle vicinanze della tomba un calderone, la cui posizione ne da un elemento sacrale nel trovare questi oggetti sepolti vicino questi uomini ma non insieme ad essi. Inoltre i corpi furono sepolti schiacciati da dei rami in cima alle sepolture, possono avere una proprietà magica che impedisce ai corpi di ritornare tra i vivi.

Un rituale superstizioso per liberare la comunità da scomode presenze.

Rituale simile è presente in un’altra mummia ritrovata in Irlanda e datata tra il 470 e il 120 a.C.

Gli oggetti ritrovati come la cintura di daino posta attorno al collo ed usata sicuramente per strangolarlo, e i due grossi pali posti sul corpo e che dovevano avere il compito di impedire all’uomo il ritorno tra i viventi, rafforzano l’idea del sacrificio.

Anche in Italia sono state ritrovate inumazioni simili, la scoperta è venuta alla luce durante una campagna di scavo condotta dalla Soprintendenza nel Monastero di Capo Colonna a Trani, in provincia di Bari. L’area corrisponderebbe al primo nucleo abitato della zona come testimonierebbero anche i numerosi reperti tardo-ellenici in realtà occultati e mai mostrati anche in ambito scientifico.

Sono state così ritrovate strane strutture architettoniche che farebbero pensare ad un luogo sacro, infatti i paramenti esterni delle pareti dell’edificio rinvenuto sarebbero costituiti da lastroni in pietra infissi verticalmente nel terreno secondo un’usanza del tutto sconosciuta presso le popolazioni locali e sempre nelle vicinanze è presente un pozzetto circolare nel quale erano state infisse altre pietre. Il rinvenimento però più sconcertante è quello che riguarda la sepoltura, risalente al IX-VIII secolo a. C., di rispettivamente uno e tre cadaveri inumati senza onoranze funebri, in posizione genuflessa e schiacciati da  un masso.

Da una attenta analisi dei resti ossei effettuata è emerso che questi appartenevano a tre uomini adulti tra i venti e i quarant’anni e un ragazzo di quindici anni tutti caratterizzati da un’altezza superiore alla media dei luoghi, carnagione chiara e capelli rossi, sicuramente non autoctoni ma viaggiatori stranieri, tutti affetti da una malattia polmonare simile alla tubercolosi come sembrerebbero segnalare alcune macchie presenti nell’orbita oculare. La mancanza di un corredo funebre, la strana posizione di giacitura e l’enorme masso posto su di loro ne fa sicuramente un esempio di rituale atto ad impedire ai defunti il loro ritorno in vita tra i vivi. Si deve aggiungere poi la particolarità degli incisivi strappati successivamente alla morte in quello che certamente era un rituale apotropaico già precedentemente descritto. Verosimilmente dunque, stranieri dalle “strane” peculiarità fisiche, avevano raggiunto le coste, portatori di un morbo che, dopo la prima morte, infettando altri viventi, aveva fatto sicuramente temere alle popolazioni locali si trattasse di un ritornante.

Nelle culture primitive dunque la necrofobia non può essere ricondotta semplicisticamente ad un unico modello, ma la credenza della sopravvivenza del defunto e il suo ritorno nel mondo dei vivi, insieme alle complesse pratiche rituali per evitare questo accadimento, affondano le loro origini nelle comuni ed ataviche paure umane, in quella che il De Nola definirebbe “la nera signora” che ancora oggi attanaglia la moderna società.

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