Strane sepolture in Italia: Il Mito del Vampiro e la città di Trani (Puglia)

Il mito del vampiro è un tema comune in tutte le civiltà, esso cela dentro di sé una atavica paura dell’uomo, quella della morte e dell’ignoto che nasconde dietro di lei. Per addentrarci nel mondo del “ritornante” e scoprire i suoi segreti, partiremo dall’antico abitato di Trani in Puglia, la cui leggenda vuole  fondato da Tirreno, mitico figlio dell’eroe omerico Diomede.

Qui tra storie che parlano di Templari e di Crociate, e tradizioni sulla visita di Pietro l’Eremita di ritorno dal Santo Sepolcro, attira l’attenzione la misteriosa penisola di Colonna, a poco più di 2 km dal centro cittadino, ove sorge il monastero di Santa Maria, detta appunto “di colonna”, databile tra il XI e il XII secolo. I numerosi ritrovamenti archeologici rinvenuti su questo lembo di terra proteso nel mare attestano la frequentazione del luogo già nel Neolitico antico mentre insediamenti umani tra il XV-XI secolo a.C. permettono l’ipotesi di un primo nucleo abitativo nella zona. E’ proprio nel Monastero di Capo Colonna, che si cela l’ombra del vampiro, infatti qui sono state ritrovate due tombe ove erano deposti rispettivamente uno e tre cadaveri accomunati da una strana sepoltura, infatti furono inumati senza onoranze funebri, in posizione genuflessa e schiacciati da  un masso. Un’altra particolarità che colpisce è quella che la zona non è luogo di sepoltura anche se i numerosi reperti tardo-ellenici ritrovati sono però stati occultati e mai mostrati anche in ambito scientifico. Oltre alle strane sepolture, datate IX-VIII secolo a. C.,  uniche nell’ambito pugliese ed italiano, sono state anche ritrovate strane strutture architettoniche come una fossa circolare esterna all’edificio ed elementi di ceramica iapigia su uno dei quali era raffigurato uno strano animale  bipede con una cresta e una lunga coda da rettile[1]. Da una attenta analisi dei resti ossei è emerso che questi appartenevano a tre uomini adulti tra i venti e i quarant’anni e un ragazzo di quindici anni tutti caratterizzati da un’altezza superiore alla media dei luoghi, carnagione chiara e capelli rossi, sicuramente non autoctoni ma viaggiatori stranieri, tutti affetti da una malattia polmonare simile alla tubercolosi e con alcuni incisivi strappati però successivamente alla morte in quello che certamente era un rituale apotropaico. L’idea del vampiro non è così lontana e del resto chiunque li abbia sepolti si era di certo ben assicurato che non potessero tornare nel “mondo dei vivi”, infatti, oltre al masso posto su di essi, i corpi furono coperti da terreno, e le tumulazioni sigillate con un ulteriore lastrone di pietra. Sepolture simili sono state ritrovate anche in altre aree del bacino del Mediterraneo ed in particolare a Cipro, datate 7000-2500 a.C., nell’isola sono stati ritrovati in una piccola tomba a fossa, alcuni individui posti in posizione contratta, anche questi poi schiacciati da lastrone e stesso rituale troviamo in un’altra sepoltura greca datata 1900-1600 a.C.. e poi a Soba, in Sudan in un periodo tra il VI-XIII sec. a.C. Questi rituali funebri li ritroviamo anche in periodi successivi come testimonierebbe la sepoltura ritrovata a Chalkidiki, in Grecia, ove il defunto era stato “inchiodato” al sepolcro attraverso un cuneo di bronzo, quella ritrovata nel castello di Lamia, che farebbe sorgere anche delle strane interrogazioni sull’etimologia del paese, infatti i “Lamia” erano antichi vampiri, per lo più raffigurati come donne immaginate per metà umane  e per metà animali, e un’altra ove il morto era inchiodato al collo in un cimitero turco sull’isola di Mitilene.[2] Sono sicuramente questi gli archetipi di quello che chiameremo “Vampiro”, termine probabilmente di origine slava e indicante i non-morti.

Da questi rinvenimenti appare evidente come le origini del Vampirismo si perdono nella notte dei tempi, del resto tutte le società e le culture primitive sono caratterizzate da quello che può essere definito il “culto dei morti”, una serie di pratiche che risalgono già a 90.000 anni fa in concomitanza con il passaggio dell’uomo dal nomadismo all’agricoltura e dunque alle attività stanziali. E’ nel momento in cui il defunto inizia ad essere seppellito nelle vicinanze dell’abitato che nasce la necrofobia [da necros cioè morto e phobos= paura] , la paura del ritornante che porta la morte tra i viventi. Il testo più antico che parla di vampiri è un’antica tavoletta babilonese conservata nel British Museum, successivamente nel Talmud si parla di Lilith, un demone assiro che succhiava sangue ai bambini mentre nel mondo latino troviamo la strix, animale notturno immaginato dai latini, simile ad un gufo, che Plinio ci descrive con la testa grossa, gli occhi fissi, il becco e gli artigli da rapace e le penne chiare che, secondo la tradizione, penetrava nelle case per cibarsi del sangue dei bambini o per allattarli e in tal modo avvelenarli.

Del resto la necrofobia non è del tutto inspiegabile, nel passato infatti molti erano i casi di morti “misteriose” legate a qualche malattia non ancora conosciuta che poi, dopo la prima vittima si diffondeva tra i vivi. In questa visione il collegamento al morto come “revenant”, l’untore, non era del tutto ingiustificato.  Il rito funebre nasce proprio per questo, esso è visto all’inizio con lo scopo di rompere drasticamente il legame tra il defunto e le vita terrena impedendo così il ritorno dell’estinto. In Omero il morto cui manca il seppellimento e gli onori funebri diventa irrequieto e torna a tormentare gli uomini fino a quando non fosse stato inumato o bruciato sul rogo. Platone sosteneva invece che se l’anima fosse rimasta contaminata ed impura non avrebbe potuto entrare nell’Ade e quindi “si rotola fra i monumenti funebri e i sepolcri, intorno ai quali si sa bene che si sono visti spettri ombrosi di anime” mentre Plinio il Giovane raccontava la storia del filosofo Atenodoro che avrebbe alloggiato in una casa infestata da un fantasma. Durante la notte era solito apparire un vecchio con la barba bianca e delle catene che invitava il filosofo a seguirlo nel cortile dove puntualmente scompariva. La storia narra come scavando in quello stesso luogo fu trovato uno scheletro incatenato e poi subito inumato. Per assicurare al defunto una morte “simbolica” che garantisse la sua permanenza nell’aldilà nascono tutta una serie di rituali apotropaici, in alcune culture bastava amputare alcune dita o strappare al morto un dente, una operazione che forse aveva lo scopo di lasciare un “varco” nella bocca del defunto in modo che la sua anima potesse allontanarsi e dunque impedire la sua resurrezione, idea che ritroviamo ancora oggi nelle tradizioni popolari quando il sognare la caduta di un dente è considerato un brutto presagio. In altri casi i cadaveri erano deposti a faccia in giù ad indicare la direzione da intraprendere, oppure avvolti in stoffe o tappeti, legati con delle corde o, come già descritto, schiacciati da un masso, idea forse dalla quale deriva l’usanza della “lapide moderna”. Altra usanza era quella di deporre del cibo nel sepolcro per evitare che il morto, affamato, tornasse tra i vivi per procacciarselo; spesso sulle tombe era offerto del pane, sia come nutrimento che come simbolo di rinascita del morto nella sua nuova vita. I Greci avevano l’usanza di lasciare ai defunti il cibo che cadesse dalla mensa al suolo, Aristofane ricorda che quello che cade a terra appartiene agli Herpes, e forse da questa tradizione deriva ancora oggi il “consiglio” di non portare alla bocca quello che cade a terra. Che il cibo reale fosse davvero utilizzato nei sepolcri è dimostrato da diversi testi come il “De Masticazione Mortuorum in Tumulis” di Michel Raufft o la “Dissertatio Historico-Philosophica de Masticatione Mortorum” di Philip Rohr. Qui si descriveva come il morto, le cui scorte alimentari erano insufficienti, iniziava a nutrirsi masticando il sudario e le sue stesse carni. Troviamo poi descritte alcune strane tradizioni ancora presenti nel folklore italiano come l’usanza nel caso di recenti lutti in famiglia, di occupare tutti i posti a sedere durante feste o banchetti, in modo che il morto non potesse trovare posto per la sua presenza, oppure di offrire un pranzo o la cena ai convenuti al funerale del defunto, o ancora quella di porre del cibo sul davanzale delle case nel giorno dei morti fino a giungere a Napoli ove, nel sottosuolo della città ostacolato dal clero, ancora oggi si celebrano i rituali verso le “Anime del Purgatorio”.

Altri due particolari rituali sono poi strettamente collegati a quell’idea di “vampiro” che dilagherà nel ‘700, e in particolare la ricerca del sangue umano e la “libido” sessuale.

Il rosso e dunque il tema del sangue è da sempre collegato alle sepolture, il primitivo osservando che la perdita del misterioso fluido da una ferita comportava un progressivo indebolimento e successivamente la morte sicuramente mise in relazione questo liquido con il principio vitale nascosto nell’uomo. Ecco così che nel Deuteronomio troviamo il passo“non ti nutrirai del sangue perché  il sangue e vita: e tu non devi mangiare la vita insieme alla carne” e nella Genesi si dice “soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue .Del sangue vostro, anzi, ossia della vostra vita,io domanderò  conto”. Il sangue è strettamente legato al morto anche perché simbolo della vita che deriva dal fuido mistico-mestruale femminile, da qui l’usanza di cospargere il defunto totalmente o in parte di ocra rossa come testimonierebbero molte sepolture neolitiche e paleolitiche, o ancora l’uso del rosso dei sarcofagi egizi e la successiva tradizione latina, descritta da Marrone, che ci racconta di donne che, durante il funerale, dovevano ferirsi il volto per placare la sete del defunto. In India il rosso è il colore con il quale sono dipinte le statue delle divinità della morte, e rossi sono gli abiti del lutto e il colore dei fiori da offrire al morto, tradizione che ritroviamo anche nell’antichità classica quando si doveva ricoprire le lastre tombali con fiori freschi di colore rosso offerti al posto del sangue, o con delle violette che la leggenda vuole sbocciate dal sangue di Attis evirato[3]. Era questo un tentativo di comunicare al defunto l’energia vitalizzante del sangue in modo che non la richiedesse dai vivi. Interessanti sono anche le tradizioni legate al sesso, caratteristica acquisita successivamente dal vampiro romantico e cinematografico, ma sicuramente di antica memoria, infatti la morte portava nella famiglia luttuata una forma di libido deficients nella quale non poteva e non doveva rimanere. L’idea di una incremento della pulsione lipidica dopo la morte ha così un duplice scopo, La riaffermazione della vita attraverso l’accoppiamento, dunque un modo per scongiurare la morte dell’intera famiglia, ma anche un modo di placare il morto, in questo modo il cadavere è avvertito della grande forza vitale che gli viene contrapposta. Del resto l’esibizione oscena è un modo di manifestare l’energia del vivente, Freud affermava che  un’oscenità, equivale ad un atto sessuale e dunque ad un atto aggressivo che in questo caso è fatto contro il morto. Successivamente dall’atto sessuale e dall’oscenità si passa al riso, una forma blanda dello stesso, e da qui la tradizione ancora oggi espletata di raccontare durante le veglie funebri narrazioni oscene o a sfondo sessuale che generano il riso come attestato dai numerosi proverbi del tipo “il morto non può uscire senza il riso” o ancora “non vi è morto senza riso”. Se dunque da quanto fin ora detto il “ritornante” esiste da sempre, l’idea del “vampiro” come oggi è conosciuto nasce e si sviluppa nel ‘700, quando si sviluppa nell’Europa orientale una vera e propria epidemia di vampirismo, tra il 1710 e il 1721 molti sono i casi di “revenants” in Prussia, tra il 1725 e il 1730 tocca all’Ungheria, nel 1755 alla città di Slesia, e poi ancora in Valacchia e Russia. Le malattie infettive e le strane morti diventano così attributi del nuovo “vampiro” , tubercolosi con perdite di sangue dalla bocca, rabbia, fotofobia, morti apparenti, disturbi mentali, bronchiti e polmoniti diventano le nuove caratteristiche dei non morti, creando un netto distacco con le tradizioni antiche. Il perché di questa improvvisa “ondata orientale” è forse spiegata attraverso la  protoporphyria crythropoietica, una malattia che colpisce i globuli rossi rendendo i soggetti affetti impossibilitati ad esposizioni solari, e non del tutto rara soprattutto in area slava a causa di dai matrimoni consanguinei tra i nobili locali e forse per questo motivo, proprio perchè fortemente “colpiti” da questi strani eventi, questi paesi han conservato una memoria “vampiresca” più sviluppata che in altri luoghi. La stessa possibilità del vampiro di trasformarsi in animali quali topi o pipistrelli è successiva, mai ipotizzata dal razionale uomo primitivo, e proprio legata al fatto che questi animali avevano la caratteristica di diffondere le epidemie. Se il morso di un topo poteva portare al contagio la sua associazione con la creatura misteriosa non era del tutto ingiustificata. Per altri il fenomeno del vampirismo è anche legato alle sempre più frequenti tumulazioni affrettate di gente ancora vivente proprio nella speranza di evitare le epidemie, tanto che successivamente il Codice di Diritto Canonico prescrive che “non si seppellisca il cadavere, soprattutto se la morte è stata improvvisa, se non dopo un congruo intervallo di tempo” mentre nelle camere mortuarie di Praga accanto ai cadaveri veniva posto un campanello per richiamare l’attenzione di un eventuale morto apparente[4]. Iniziano così ad essere scritte numerose “dissertazioni” riguardo il non-morto, trattati che sanciranno definitivamente la nascita del vampiro, come quello del domenicano Agostino Calmet pubblicato nel 1746 a Parigi sotto il titolo “traitè sur les apparitions des Esprits et sur les Vampires ou le Revenants de Hongrie, Moravie…” o ancora il celebre“Vampyrismus” di Van Swieten, medico alla corte di Maria Teresa d’Austria che convinse la regina stessa ad emanare un decreto che obbligava a sigillare le bare in modo da far cessare le epidemie di non-morti che flagellavano il regno, per terminare con una curiosa coincidenza che ci riporta laddove abbiamo iniziato il nostro viaggio. Infatti è proprio nell’antica Trani che sarà scritto il più importante testo italiano sul vampirismo, la “Dissertazione sopra i vampiri” dell’Arcivescovo  Giuseppe Davanzati, pubblicata postuma nel 1774 dal nipote Forges Davanzati. Una strana coincidenza che ci porta a pensare come a circa 2000 anni di distanza dal presunto vampiro di Trani il ricordo dei  ritornanti non aveva mai del tutto abbandonato la città.

[1] “Metti un masso sul Japigio” in la Gazzetta del Mezzogiono” 3-Marzo-2002

[2] A. Tzaliki , “Vampires beyond legend: A bioarchaeological approach” in XIII European Meeting of the Paleopathology Association, La Verghetta-Capasso Editore, Teramo 2000

[3] A. Di Nola , La Nera Signora, Antropologia del lutto e della morte, Newton Compton, Roma 2003

[4] A. Di Nola, Op. Cit.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...